GIROLAMO ANDREIS.
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ANDREA HOFFER O LA SOLLEVAZIONE DEL TIROLO DEL 1809.
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MEMORIE STORICHE DI GIROLAMO ANDREIS ROVERETANO PER LA PRIMA VOLTA PUBBLICATE DAL DOTTOR ALESSANDRO VOLPI CAVALIERE DI VARJ ORDINI E SOCIO DI PI ACCADEMIE.
1856. Giacomo Gnocchi Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
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Testo curato da: Ruggero Volpes e Gabriella Dodero per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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AI LETTORI.
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L'Istoria, come saviamente avvisa il celebre Pallavicino,  come il ritratto, che allora  migliore quando rappresenta non il pi bello, ma il pi conforme all'originale. Se questo nobile aforismo, raro maestro a rarissimi, abbia guidato la penna che stese queste Memorie, meglio  discorrere seco medesimo, che ragionarne. Solo mi par da avvertire ci che il fatto mostra esser vero, che negli scrittori di storie l'eminenza dell'ingegno e del cuore danno prove maravigliose e tuttavia fallaci, quando il favore delle circostanze e spessissimo l'accidente non cospirino a trarre il velo agli arcani della verit. L'Andreis non fu ricco che di buona volont: non gli manc diligenza, e persuasione di quel criterio col quale giudica l'impresa del Tirolo, di cui egli and pi che innamorato, idolatra. Dettate sino dal 1818 con molta prolissit queste Memorie, n'abbrevi di poi in parecchie Lettere i pi notabili avvenimenti, de' quali uno pose in iscena; nel 1836 le rivest pressoch a quella foggia in cui ora escono alla luce. Un diario d'un altro roveretano, che giorno per giorno facea ricordo delle novit di que' tempi, mi forn alquante non isgradevoli particolarit e correzioni, alle quali diedi luogo insieme a qualche altra notizia che raccolsi dalla voce de' contemporanei.
Milano, nel febbraio del 1856.
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Alessandro Volpi.
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CAPITOLO 1.
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Guerre pi memorande avvenute nel Tirolo. Epilogo delle prodezze dei tirolesi pria del 1809. Pace di Presburgo. Cambiamento di governo. Lamenti dei tirolesi contro il bavaro reggimento, per cui nel 1809 levansi in armi all'occasione della guerra insorta fra l'Austria e la Francia.
Io intendo di memorare i fatti pi maravigliosi della nazione tirolese, aventi una stretta connessione colla guerra riaccesa fra l'Austria e la Francia nell'anno 1809, che fra le molte per entro quel volger d'anni guerreggiate, fu incontrastabilmente pel Tirolo la pi fatale e terribile, ma non meno per la nazione gloriosa. Laonde s'io verr funestando l'animo dei leggitori col minuto racconto di quelle stragi, che noi stessi vedemmo, delle uccisioni, delle barbarie, degl'incendj, dei saccheggiamenti commessi nell'infelice provincia, rifulger d'altro canto viemmaggiormente il valore dei Tirolesi, che in tale occasione si meritarono l'ammirazione dell'universale, e ricordanza la pi distinta nell'istoria dei tempi nostri.
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Sino dall'anno 1363 vivevano i Tirolesi, per cessione della contessa Margherita, ultimo rampollo dell'originaria principesca Contea, sotto il governo della Casa d'Austria. In tempo di pace godevano essi della sua paterna reggenza, e in occasione di guerra, ossia all'approssimarsi il pericolo d'una nemica invasione, abbandonavano i lor focolari, ed intrepidi accorrevano all'armi pel Principe, e per la patria.
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Il Tirolo per la topografica sua situazione, gagliardissimo antemurale dell'Italia e della Germania, divenne sin dalle guerre combattute in Italia da Massimiliano I, e da Carlo V, un agguerritissimo campo militare, e la base delle pi importanti operazioni. Nella guerra dei Trent'anni rimasero in Tirolo conquisi i raggiri di Rohan, macchinati nei paesi dei Grigioni contro la Casa d'Absburg. L'unione delle corti di Vienna e di Madrid, avvenuta pel maritaggio dell'unico figlio dell'Imperatore Massimiliano colla figlia di Ferdinando I, divenne potente in grazia del Tirolo. Camminando per questa provincia le truppe spagnuole decisero della vittoria di Nordlingen, e della pace ridonata all'Impero: tempo in cui i tirolesi stettero diciott'anni sull'armi, formando sulle alture delle Alpi, dal lago di Costanza fino al Salisburghese, una guardia impenetrabile al furore degli ardenti abitatori della Valtellina.
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Il maraviglioso passaggio per le credute impraticabili giogaje dell'Hochgebir, dalla storia meritamente paragonato a quello che Annibale fece per l'Alpi, fu inspirato dall'esempio de' 4000 tirolesi, che combattendo nell'anno 1499 contro i Grigioni, perdettero la vita nella battaglia di Glurns, sul di cui campo l'Imperatore Massimiliano encomi il fermo valore degli estinti al cospetto di tutto l'esercito, che dovea seguirlo nel malagevole cammino, ordinando ad un'ora che fosse lor data orrevole sepoltura. Ai tirolesi ascriver dovettero i Padri del sacrosanto Concilio di Trento la liberazione dal forte timore, che ad essi ed ai principi collegati incussero i furibondi seguaci di Lutero, allora quando s'erano impadroniti di Fussen e delle strette della Chiusa, per serrare il passo alle truppe pontificie, piemontesi e spagnuole, che andavano a raggiungere l'esercito della Lega, che Carlo V stava raggranellando in Landshut, per difendere la libert civile, e la purezza della dottrina di Ges Cristo, dopo la quale liberazione quei venerandi prelati, che s'erano gi in gran parte allontanati dalla sedia del concilio, ritornarono con animo tranquillo a continuare le sospese loro lucubrazioni.
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Al valore della nazione tirolese va principalmente attribuita la ritirata dei bavari e dei francesi, che nell'anno 1703, mentre bolliva la famosa guerra per la successione alla monarchia di Spagna, erano penetrati fra i monti del Tirolo, e in sulla destra sponda dell'Adige nel territorio trentino, sotto la condotta, questi del generale francese duca di Vandomo, e quelli del duca di Baviera che tenea co' francesi.
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La grave oppressione di Maria Teresa fu vendicata dai tirolesi negli anni 1742 al 1744 nel centro della Baviera, porgendo soccorso agli austriaci soverchiati.
I quadri poi tanto dolorosi ed orribili delle belliche vicende avvenute in questa provincia dal 1796 sino al 1801, ben figurano al vivo le terribili conseguenze delle guerre partorite dalla rivoluzione francese, e l'efficace sostegno prestato dai tirolesi nel liberare la maggior parte del paese dalle nemiche armate, e nell'impedire la pericolosa loro congiunzione. Le 5400 medaglie d'onore, che il cuore riconoscente dell'Imperatore Francesco ha fatte solennemente distribuire nel giugno del 1798 a tutti quei tirolesi che nell'accennata difesa si distinsero, le 1250 pensioni da lui assegnate negli anni 1801 e 1802 ai molti difensori feriti, e alle vedove, ai genitori ed a' figliuoli di quelli che perdettero la vita nelle battaglie, o che morirono pei disagi della guerra; e la di lui sovrana patente dei 10 ottobre 1805, con cui venivano annunziate al Tirolo le cause che costringevano l'Austria a riarmarsi a novella lotta contro la Francia, e con cui ordinava la leva a norma delle leggi fondamentali degli anni 1511 e 1802, formeranno un eterno monumento della virile prodezza degli abitanti del Tirolo, e della fiducia, soddisfazione e gratitudine sentita dall'austriaco monarca alle luculentissime prove dell'incorruttibile fedelt e dell'irremovibile loro attaccamento.
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Ma in quest' ultima guerra le cose presero ben altra piega, e il coraggio del popolo tirolese non fu atto abbastanza per sostenere, come in addietro, la Casa d'Austria nella di lei intrapresa. Insegna la storia, che col volgere e mutare dei tempi compariscono in sulla scena del mondo uomini singolarissimi, che, sia per sublimit di talenti, sia per sommo valore, sia per concorso di fortunati accidenti, e meglio per un'imperscrutabile disposizione della divina provvidenza, giungono a s eminente grado, che, a guisa d'impetuosi torrenti, si rendono insuperabili ad ogni ritegno, e superiori ad ogni contropposta difesa. Fra questi  senza dubbio da annoverarsi Napoleone Bonaparte, la cui vita dall'anno 1796 sino al 1812  stata un continuo successo di vittorie e di conquiste.
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Non s'era appena nell'ottobre del 1805 riacceso il fuoco della guerra, che questo nuovo conquistatore avea superati in poche battaglie tutti gli sforzi e i bellici apparecchi dell'Austria, e prostrate in sul pi bello le di lei speranze: gi le austriache falangi si ritiravano dalla Baviera e dall'Italia; gi le truppe napoleoniche invadevano il Tirolo, lo Stato Veneto, la Stiria, la Carintia, la Carniola, l'alta e bassa Austria, e una parte della Boemia e dell'Ungheria, e gi le parti guerreggianti si affacciavano col grosso delle loro forze nelle pianure della Moravia, e nel campo d'Austerlitz si rassettavano per menare il gran colpo che decidere doveva le sorti della Germania, anzi dell'Europa. Spuntava il 2 dicembre, giorno anniversario dell'incoronazione di Napoleone, ed al cospetto di tre sovrani veniva combattuta quella feroce e sanguinosa battaglia, e l'eroe della Francia degli austro-russi trionf.
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Ventimila prigionieri, quindici mila morti, quaranta bandiere, dugento cannoni, quattrocento carri d'artiglieria, tutto il bagaglio e gran numero di cavalli coronarono la vittoria ed i trionfi di quella grande giornata. I monti spaventosi dei cadaveri, i feriti gementi a migliaja, svegliarono tanta compassione nell'animo di Francesco, che ben presto determin d'abboccarsi su quel campo di umana miseria con Napoleone; abboccamento che fu il preludio della pace conchiusa poscia a Presburgo il d 26 di quel mese stesso, ed in virt dei trattati veniva il Tirolo disgiunto dall'Austria, ed aggregato alla Baviera. Per questa separazione sentiva il Tirolo un estremo dolore; n meno sensibile essa tornava all'animo dell'Imperatore Francesco, che a dimostrare l'amarezza di vedersi staccare dalla sua monarchia un paese, che considerava la chiave della Germania e dell'Italia, ed una popolazione mai sempre cara al suo cuore, cos scriveva al governatore della tirolese provincia:
"Mio caro conte Brandis,
"Ho ricevuta la rimostranza de' miei fedeli Tirolesi dei 14 corrente, su di cui significher loro quanto segue:
"Arriv per me il doloroso momento, nel quale, per l'imperiosit delle circostanze, mi trovo nella necessit di rinunziare al Dominio del Tirolo.
"Quanto costi al paterno mio cuore questo sacrifizio, lascio giudicare ai miei cari Tirolesi. Su di ci non fo altre parole, perch non servirebbero che a riaprire la profonda piaga, che mi rode, vedendomi allontanato da s cari e fedeli sudditi.
"Le moltiplici prove di fedelt ed attaccamento, ch'ebbi durante la mia Reggenza dal Tirolo, mi resteranno mai sempre scolpite nel cuore. Sono bens consapevole di aver procurato il bene di quel paese, per quanto mi era possibile, e se non fui in grado di allontanargli colla mia potenza le fatalit toccategli, ho almeno la consolazione di aver adempiuti colla mia mediazione i desiderj degli Stati del Tirolo, procurando l'integrit di questo paese, e l'intatta Costituzione del medesimo. L'ottavo articolo del Trattato di pace acquieter su di ci pienamente gli Stati.
"Questi miei sentimenti riporter Ella agli Stati medesimi con egual ardore, come io li sento in cuore, ed avr inoltre cura particolare, affinch la consegna dell'intiero Tirolo al Re di Baviera venga precisamente eseguita entro il termine fissato nei Trattati, e che tutti quegli effetti, li quali non sono di propriet del Paese, ma del mio Erario, vengano, in forza de' predetti Trattati, a me rispediti, o, qualora sembrasse pi vantaggioso, consegnati al successore contro qualche cambio, oppure oppignoramento da propormisi.
"Se fra gl'Impiegati vi fosse alcuno che desiderasse continuare ulteriormente a me il suo servigio, e se specialmente ve ne fossero di quelli fregiati di maggiori cariche, io gli accetter ben volentieri, ed avr cura di nuovamente impiegarli al primo incontro.
"Seguita la consegna del Paese, attendo relazione.
"Hollisch, 29 dicembre 1805.
"FRANCESCO."
Frattanto arrivava in Innsbruck, il d 6 febbraio del 1806, Carlo conte d'Arco, Ciamberlano e Consigliere intimo del Re di Baviera; ed agli 11 dello stesso prendeva il civile possesso del Tirolo in nome del suo signore; e il d 18 susseguente veniva pubblicata in tutta la provincia, a squillo delle trombe, la patente con cui Massimiliano Giuseppe annunziava ai novelli sudditi la loro aggregazione alle altre provincie del regno. Avvezzi i tirolesi a vivere, per la lunghezza di quasi cinque secoli, sotto il dominio dell'Austria, non potevano adattarsi, n conformarsi tampoco in sulle prime al nuovo ordine di cose; la fiducia tuttavia, che la loro costituzione dovea essere conservata nella sua integrit, conforme l'articolo ottavo del trattato di pace, mesceva qualche dolce all'amaro, e qualche consolazione alla creduta disgrazia. Il sistema oltracci dalla bavara reggenza introdotto in sul principiare del 1807 gli andava persuadendo che, quanto al privato interesse, e a quello della patria, non eravi sotto il novello reggimento grande difformit dal tempo della dominazione austriaca, e perci cominciavano in alcune parti della provincia a tenersi paghi al cambiamento omai inevitabile, e a dimostrarsi eziandio alquanto affezionati al nuovo Principe, che ognor pi guadagnava la loro benevolenza coi paterni sentimenti che avea gi in sulle prime manifestati al presentatoglisi Deputato degli Stati provinciali, de Carneri, col seguente rescritto:
NOI MASSIMILIANO GIUSEPPE
Re di Baviera, ecc., ecc., ecc.
"Abbiamo aggradita in singolar modo la vostra Rappresentanza degli 11 corrente. Vi fa onore la vostra nobile schiettezza, colla quale encomiate e dichiarate di aver amato il vostro anteriore Sovrano, ed appunto con questo Ci stimiamo doppiamente felici, che la Provvidenza divina abbia a Noi affidato ora il dominio d'un popolo cotanto fedele.
"Tosto che questa Nazione sar formalmente passata sotto il Nostro scettro, Ci lusinghiamo di guadagnare da lei eguale confidenza, fedelt ed attaccamento, ed in tale fiducia le diamo anticipatamente la consolante assicurazione di mantenerle intatta la sua costituzione, i privilegi, le libert ed osservanze, e che in ogni tempo avremo singolarissima cura di procurarle il maggior possibile grado di bene, e promettiamo in appresso, che avremo sempre particolar riguardo ai desideri costituzionali della fedele provincia.
"Ci stimiamo fortunati, che Sua Maest l'Imperatore de' Francesi ci abbia aperta col regalo fattoci dell'intiera contribuzione la via di dare gi all'introito della nostra Reggenza una luminosa prova della nostra benevolenza e delle paterne nostre intenzioni; e di queste sarete voi in seguito il mio organo presso gli Stati, e presso li sudditi.
"Vi assicuriamo della Nostra Reale Grazia.
"Monaco, li 14 gennajo 1806.
"MASSIMILIANO GIUSEPPE"
"B. de Mongelas."
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Cos camminavano le cose, allorch sul finire del 1808 e ne' primi mesi del 1809, il re di Baviera ordinava la soppressione degli Stati provinciali, spogliava la nobilt dei suoi privilegi, e in parte anche de' suoi giudizi feudali, introduceva la legge rigorosa della coscrizione militare alla foggia francese ed italiana, un regolamento negli affari ecclesiastici, e nuovi balzelli ed altre innovazioni malvedute da' sudditi; disposizioni tutte che sparsero ben presto nella provincia i semi d'un generale malcontento.
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L'Austria era per combinazione a questo tempo oltremodo sdegnata contro la Francia. Il giorno 27 marzo 1809 essa pubblicava un manifesto per chiarire al mondo i gravissimi motivi che giustificavano i suoi lamenti. Querelavasi che gli articoli del trattato conchiuso a Presburgo non venivano in ogni lor parte adempiuti. Querelavasi del chiudimento, voluto da Napoleone, dei porti dell'Adriatico ai vascelli russi ed inglesi, col massimo pregiudizio del marittimo suo commercio, e del blocco di tutti i porti del continente dallo stesso ordinato in odio dell'Inghilterra, da cui ridondava grandissimo danno a tutto l'importante commercio continentale, veggendo l'Austria gi omai inaridite le sorgenti della prosperit d'una interessantissima porzione de' suoi Stati. Querelavasi della convenzione stipulata a Parigi il 12 luglio 1806 coi Principi della Confederazione del Reno, col qual atto venne annichilato un grande impero, che avea resistito alle rivoluzioni di dieci secoli, e tolto a Francesco il titolo d'Imperatore de' Romani, che n'era il legittimo capo, estendendo invece le attribuzioni della germanica corona a Napoleone per la conferitagli dignit di Protettore della Confederazione renana. Querelavasi della soverchia potenza che Napoleone con deliberato intendimento allargava ognor pi nell'Europa, creando novelli principi e novelli regnanti; e finalmente delle truppe napoleoniche rimaste nelle stanze di Germania, e intorno alla sua monarchia ne' punti pi essenziali alla difesa. Per queste ed altre querele l'Imperatore Francesco, che fra le algenti aure della pace sentiva rombare l'orribile strepito delle armi napoleoniche, s'occupava in accrescere i suoi eserciti per respingere una tempesta, che, secondo le politiche sue vedute, era in procinto di prorompere pi furiosa, e notificava a' suoi popoli dover egli, per l'onore del trono, e per la conservazione de' suoi Stati, anteporre tali misure alle pacifiche sue intenzioni pel bramato riposo, che costavagli immensi sacrifici. Fatti pertanto i tirolesi baldanzosi da questi formidabili apparecchi di guerra dell'ancor amata Casa d'Austria, dai quali non senza qualche fondamento speravano la loro liberazione, ed irritati vieppi dalle ultime determinazioni del bavaro governo, che ognor pi vacillante e cadente rendeva l'antica loro costituzione, non aspettarono neppure che gli austriaci eserciti entrassero nel Tirolo, ch'eglino si levarono in arme per iscacciare le bavare truppe, e riscuotersi dalla bavara signoria(1). All'inopinata rivolta il bavaro governo prescelse da prima di ricondurre i sommovitori alla tranquillit col consiglio e con ragionate dimostrazioni intorno alle leggi pubblicate di recente, minacciando ad un tempo i renitenti. Ma ormai tutte le esortazioni, tutte le intimazioni tornavano senza frutto; l'avvicinamento delle austriache falangi, gl'incentivi che segretamente si dilatavano nella provincia, la voce di una guerra imminente, l'improvvido fanatismo degli assai sconsigliati e bigotti, che paese paese piagnucolando fra i zoticoni, persuadeva d'armare per la libert della patria e pel trionfo della religione le mani di ferro, anzich tergere con esse il pianto dagli occhi; erano mantici all'impresa de' tirolesi, che riscaldarono tanto gli spiriti da renderli irremovibili a qualunque consiglio, e indifferenti ad ogni minaccia. Il bavaro si mise alla fine in sull'armi, e da tutte parti facendo entrar truppe e artiglierie si accingeva a repellere la forza colla forza. Il gravissimo pericolo metteva non poco terrore nelle genti, ed in ispecie negli uomini savj, che silenziosi stavano in somma apprensione di quanto potesse succedere in pregiudizio del comune riposo, e della cara e pericolante lor patria.
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CAPITOLO 2.
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Primi fatti d'armi dei tirolesi della valle di Pusteria contro le truppe bavare e napoleoniane. Comparsa degli Austriaci nella pustera valle. Gli abitanti di Passivia entrano nella mischia; Andrea Hoffer li guida, ed assume il supremo comando. Stratagemmi tirolesi per vincere l'ostinato nemico. La sollevazione si fa generale. Zuffa intorno e dentro la citt d'Innsbruck. Eroico coraggio del bavaro colonnello Ditfurt e sua morte gloriosa. I tirolesi s'impadroniscono d'Innsbruck; indi inseguono i bavari verso Hall, dove questi si arrendono. Innsbruck  assalito da' bavari e dai napoleoniani pria battuti in Pusteria e fra Sterzing e Gossensass. Un nuovo campana a martello ne d avviso a' levati tirolesi. Questi corrono ad affrontarli; li vincono. I vincitori dettano a' vinti una capitolazione per mezzo dell'austriaco maggior Theimer. Vantaggi riportati dai tirolesi ne' giorni 10, 11, 12, 13 d'aprile. Loro allegrezze per le vittorie ottenute, e all'arrivo degli Austriaci condotti dal tenente maresciallo di Chasteler. Ordinamento dei sollevati.
Gli abitatori della Pusteria furono i primi, che per liberare la soverchiata patria sollevarono nella provincia lo spaventevole grido dell'armi; i primi che all'avvicinantesi armata austriaca prestarono un efficace soccorso; i primi a spiegar lo stendardo della costituzione tirolese, e ad accendere la romoreggiante fiamma della sollevazione, la quale veniva non poco fomentata dall'antiguardo imperiale, che alla loro volta difilava a gran passi. Quell'animosa gente, guidata dall'idea lusingatrice di mantenere incorrotto l'antico sistema costituzionale, attaccava il 10 aprile con un fuoco vivissimo i bavari, intenti a distruggere il ponte di San Lorenzo, luogo a pochi minuti da Bruneck, per impedire l'avanzamento agli austriaci; circondava la stretta di Mhlbach, e costringeva gli stessi bavari a indietreggiare sopra Schabs alla sponda destra dell'Eisach. Confinata la bavara milizia dal tirolese valore nell'accennata postura, riceveva bens dalla via di Bressanone un rinforzo di due battaglioni di fanti, ed uno squadrone di dragoni, ma n pur quest'ajuto le giovava a rintuzzare l'impeto de' sollevati; non ostante, sdegnando essa oltremodo d'essere vinta anzich vincitrice, determinava il d 11 dell'aprile di ricuperare con un novello cimento l'onore perduto. Ricominciava pertanto la zuffa presso il ponte di Ladritsch con una indurita ostinazione. In mezzo al bollor dell'azione, che a suo danno gi omai inclinava, veniva per sua buona ventura rafforzata da un corpo di 3000 fanti e 600 cavalleggieri di Napoleone, proveniente dall'Italia per la via dell'Adige, e indirizzato per Augusta. Questo grosso nervo di gente, sopraggiunto all'impensata, rendeva pericolosa la situazione dei tirolesi, che ascoltando i dettami della prudenza, determinavano di retrocedere, tanto pi, che altrimenti correvano rischio d'esser assaliti da tergo.
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Perveniva intanto al tenente maresciallo marchese di Chasteler, condottiero dell'ottavo corpo dell'armata imperiale incamminato pel Tirolo, la notizia dei fatti gloriosi dei tirolesi contro l'armata bavarese gi posto in iscompiglio. Accelerava egli perci il suo avanzamento nel pustero territorio, volgendo il cammino da Sillian verso le alture di Schabs, e gi nel giorno suddetto alcuni cacciatori, ed un drappello di dragoni del reggimento Hohenzollern calavan dal monte, porgendo ai prodi tirolesi la necessaria assistenza, onde innestando all'allegrezza un raddoppiato coraggio, riattaccavano i bavari e i napoleoniani senza esitazione. Grave e micidiale fu la pugna, che giunta per parte dei bavari e napoleoniani a quel grado di resistenza, che non era dell'umano potere il continuare pi oltre, accoppiandosi alla resistenza degli avversari una maggioranza di forze, gli astrinse ad abbandonare l'insanguinato terreno, e a ritirarsi sopra Mittevvald verso Sterzing. In questo mentre Chasteler giungeva ad occupare le alture di Schabs, ed il villaggio di Mhlbach con un corpo di cacciatori, coi due reggimenti di Hohenlohe-Bartenstein e di Lusignano, con tre squadroni di cavalieri di Hohenzollern, e coll'artiglieria, e l'avvicinamento di un altro corpo d'armata, che sotto la direzione del tenente maresciallo barone di Jellachich avea gi occupato il Salisburghese. L'arrivo di queste truppe allargava le speranze dei tirolesi, e rafforzava viemmaggiormente il loro coraggio. Con questo saliti i monti, che a destra e a sinistra fiancheggiano la strada conducente a Sterzing, si facevano a bersagliare il d 12 novellamente l'oste bavara-napoleonica, che alla sua volta aveva i presti passi indirizzati. La continuata pioggia delle piombate, che fulminava orrendamente gli alleati durante il loro cammino, portava il terrore e la morte nelle loro file; essi studiavano perci la ritirata per trovare salvezza in Sterzing, e gi la testa della loro colonna vi entrava, quando giungeva la gente delle giurisdizioni di Sarenthal e di Passivia, guidata da Andrea Hoffer(2). Questi montanari, che con accelerati passi aveano test varcati i monti Saufen, cooperavano non solo a peggiorare lo strazio de' fuggenti, ma ad impedire eziandio che tutta la colonna potesse in Sterzing por piede. La piccola parte di bavari, che per questo fatto rimase disgiunta da' suoi, dovette voltare ancora la fronte, e perseverare quindi arrovellatamente in una disperata difesa, sino a tanto che le riusciva di rifuggire in una posizione nelle paludi di detto paese, per prendere nella vicina notte qualche riposo.
Nel silenzio di quella notte i condottieri del piccolo esercito di Francia e di Baviera congiuntisi in Sterzing, deliberavano in sul partito da abbracciarsi nella susseguente giornata. Sapevano la moltitudine levata in armi, da cui venivano ognor pi attorniati, e l'esperienza aveva loro gi insegnato che combattevano con gente intrepida, valorosa e non pieghevole al minacciare dell'armi, e quindi concordemente determinavano, per evitare il maggior pericolo sovrastante alle lor truppe, di volgere il cammino verso la citt d'Innsbruck.
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Giunti i bavari e i napoleoniani a poche miglia da Gossensass, meglio si accorsero che il torrente, da cui erano minacciati, traboccava ormai per ogni dove, e facevasi maggiormente precipitoso ed irreparabile. Gli abitanti delle valli di Schmiern, Gschnits, e di diversi altri luoghi, salite celatamente le alture costeggianti la strada che da Sterzing conduce a Gossensass, mandavano tutt'ad un tratto una spessissima grandine di archibugiate, che molto straziavali, ed incalzavali nella loro ritirata, la quale veniva per soprassello impedita dalle rotture, fatte da' tirolesi in molti luoghi della strada, per cagionar loro maggiore il disordine. La parte, che s'era rifuggita nelle paludi, venne anch'essa salutata alla punta del giorno 13 dalle piombate che sopra di essa scagliavano i sollevati, che il giorno avanti aveanla bersagliata. Veggendola questi ridotta in situazione tale, da cui non poteasi omai sottrarre che con la morte, le intimaron la resa. Il comandante che la guidava, mosso da un fallace sentimento d'onore, non volle acconsentire, e con disperata risoluzione riaccendeva la zuffa. A tanta ostinazione del comandante bavaro rispondeva l'ostinazione dei tirolesi; il fuoco degli archibugi e dei cannoni imperversava con un'infernale operosit, e le piombate piovevano da ogni dove sui bavari schierati in ordine quadrangolare. Trasecolavano i tirolesi in veggendo e tanta resistenza e tanta indifferenza alla strage e alle morti, e perseverando essi pure nella naturale ostinazione, alcuni tra loro, mentre gli altri continuavano il fuoco, mandavano ad effetto questo stratagemma, da certo Gogl accortamente immaginato: caricarono tre grandi carri di fieno; alcuni di essi si posero al di sopra, ed altri al di dietro e attorno dei medesimi, indi li rotolarono in sulla strada a poca distanza dai cannoni dell'inimico, i quali erano l'unico loro bersaglio. Non bastando ci a rimoverlo dall'estrema sua pertinacia, attaccarono dappoi due cavalli ad uno dei carri, ed una villanella ebbe il magnanimo ardire (secondo fu raccontato) di guidarli verso la batteria dei fulminanti cannoni, L'animosa fanciulla sferzava gagliardamente i cavalli, e a ciascuna cannonata: "Viva," gridava ella, "sono ancora in vita, animo! non temiamo i colpi di questi maccheroni di bavaresi." Il disegno venne egregiamente, e con poco sangue eseguito. I bavari cannonieri furono uccisi dagl'imbercianti tiri dei tirolesi, e il quadrato fu propinquamente circondato, e con impeto assalito e posto in iscompiglio. Non meno fiera per fu la resistenza dei bavari, che soli a 400 uomini circa con dieci ufficiali ed un maggiore, diedero di cozzo colla furia della disperazione negli assalitori, i quali all'arte difettosa del guerreggiare, alla mancanza delle artiglierie e di un esperto condottiero, sostituivano il coraggio, la rabbia ed il valore. I bavari, perduti 150 uomini fra morti e lacerati dalle ferite, alla vista dell'incessante ferocia dei tirolesi, si diedero al tutto per vinti. L'eroismo della giovane serv di potentissimo esempio ad altre donne tirolesi, che nel corso della sollevazione pugnarono con animo veramente virile; ed  ben degno d'essere per le storie mandato alla posterit, affinch sappia il mondo, che anche il Tirolo ebbe nell'anno 1809 le sue eroine, come nell'anno medesimo esaltava la Spagna le sue amazzoni, e specialmente la sua Agostina di Saragozza.
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Non erano appena scoppiati nella Pusteria e presso Sterzing i narrati avvenimenti, che il popolo della valle superiore ed inferiore dell'Enno prendeva parte ancor esso alla gi insorta sollevazione. Il monte Isel, presso Gallviek, circa un miglio distante dalla citt d'Innsbruck, e la sottoposta pianura di Vildavia furono testimoni delle prime ostilit, e dei primi saggi di valore spiegato dagli abitanti di quelle valli nello scacciare dal monte medesimo, e poi dai luoghi fra Zierl e Kematen, i bavari picchetti, che ivi s'erano stabiliti per osservare se la grave procella si aggirasse pur anche in quei dintorni. Con alta maraviglia il generale dei bavari, che in Innsbruck aveva sua stanza, stava ascoltando le novelle di quanto facevano i sollevati, e quando il turbine alla di lui sede appressava, ricorreva a quelle estreme provvisioni, a cui negli estremi casi suolsi mettere mano. Il giorno 11 chiamava a raccolta tutte le truppe che in Innsbruck stanziavano, e mandava in soccorso alle sue squadre, impegnate contro i tirolesi, due battaglioni del reggimento Kinkel, ed uno squadrone di dragoni con quattro cannoni. Lo strepito dell'artiglieria e dei moschetti annunziava poco dopo, che la milizia dianzi sortita dalla citt era gi alle prese coi sollevati, e che le scaramuccie s'erano convertite in battaglia. I tirolesi, che nella massima parte erano appiattati in sui monti, colle ben dirette loro archibugiate bersagliavano terribilmente gli avversarii. Lo spedale d'Innsbruck vedeva arrivare molti feriti, dei quali pure ve n'ebbero anche dalla parte dei sollevati. Finiva il giorno, e ancor s'udiva per entro le valli il rimbombo dei cannoni e delle archibugiate: le tenebre ponevano fine all'accanita tenzone. Al silenzio per altro della notte non rispondeva il silenzio dei guerreggianti, che in continuo moto, e con incessante vigilanza disponevano le cose, per venire col nuovo d ad una pi fiera battaglia. Nell'oscurit della stessa notte una porzione di bavari ritiravasi dal preso alloggiamento, e andava a postarsi al ponte dell'Enno, che congiunge la citt d'Innsbruck col sobborgo, sul qual ponte collocava un cannone. I sollevati distribuivano anch'essi le loro forze, e si avvicinavano alla citt. All'apparire del giorno 12, i contadini di Httingen, villaggio vicino ad Innsbruck, uniti a molti altri sollevati, penetravano improvvisamente nel sobborgo di Mariahlf, s'introducevano nelle case, e da queste scagliavano continui colpi d'archibugio sopra quei soldati bavaresi, che nella scorsa notte s'erano postati presso il ponte dell'Enno, alcuni de' quali rimanevano feriti. Un'altra colonna di tirolesi, armati chi di archibugio, chi di mazze ferrate, e chi di bajonette fermate in sulla cima di grossi bastoni, si avanzava al tempo stesso verso il ponte di Mhlbach. Dopo queste disposizioni appiccossi con grandissimo furore la seconda battaglia su tutta la fronte. I bavari ordinati ed incorati dalla voce e dall'esempio dei capitani, s'infervoravano nel combattimento con ammirabile valore. Ma i loro sforzi erano con altrettanto valore contrastati da' tirolesi; gli uni e gli altri pugnavano alla gagliarda, facendo prove incredibili col ferro e col fuoco. Nel bollore della mischia s'accorgevano i bavari, che i tirolesi ingrossavano, e che pi feroce si faceva l'assalto, e vie pi pericolosa la propria situazione. Di fatto intorno alle ore sette i tirolesi s'avvicinavano battagliando al ponte, il superavano, respingevano le truppe bavare in citt, e prendevano loro un cannone.
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Sbalordiva il generale di Baviera, ammirando in quella gente tanto coraggio, e gi cominciava ad accorgersi che la burrasca era implacabile, e assai pi grave di quello che in sulle prime credeva; e quantunque la giudicasse irrefrenabile col piccol numero delle sue truppe, tuttavia l'apprezzato decoro delle bavare armi il rendeva ricalcitrante, e l'avvolgeva in nuovi fatti, quanto fatali per la Baviera, altrettanto gloriosi pel Tirolo.
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I tirolesi, allettati e fatti superbi dalla vittoria, e dalle vittorie che in altre valli riportavano i loro commilitoni, proponevano verso le ore otto una capitolazione al bavaro capitano. Stando come stavano le cose, non apparve a questi la proposizione n strana, n disgustosa; rispondeva per, che non era dell'onor suo trattare una capitolazione con gente, nella quale non riconosceva alcun capo. Udirono sdegnosamente i sollevati la risposta del bavaro, ed inaspriti dell'animo decidevano issofatto di proseguire il combattimento, il quale veniva ripigliato con tanto impeto e tanto ardire, che poco dopo entrarono a viva forza in citt per il ponte dell'Enno, obbligavano alcuni bavari cavalieri a smontare dai cavalli, s'impadronivano delle case militari, disarmando quanti soldati vi trovavano, e rivolgevano poscia i loro passi al luogo della gran guardia. Qui stavano attendendo l'affronto il colonnello barone Ditfurt, avente il comando esecutivo delle bavare truppe, il tenente colonnello Spanky, alcuni altri ufficiali di minor rango, e un grosso numero di bavari soldati. I tirolesi impetuosamente s'appressavano, e i bavari, animati dal colonnello Ditfurt, con animo virile lor si avventarono contro. L'antiguardo di questi ultimi non era andato avanti n pur a un tiro di pistola, che un colpo d'archibugio, vibrato da' tirolesi, colpiva mortalmente l'ufficiale che lo conduceva. Con esso lui molti altri soldati rimanevano o morti o feriti dai colpi che i bravi tiratori tirolesi scagliavano dalla chiesa, dal cortile dello spedale, dove s'erano postati, e dalle case, in cui si erano sparsamente introdotti. Fra i morti annoveravasi anche il tenente colonnello Spanky. Il colonnello Ditfurt, bench tocco da due gravi ferite, continuava non di meno ad animar la sua gente colle parole e coi fatti, aggirandosi intrepidamente fra i primi, e dove pi pericolosa era la tempesta de' tirolesi, egli correva, pareggiando per prontezza e per ardire i pi rischievoli ed animosi soldati; n una terza ferita, che nella coscia colpivalo, il toglieva dal soprastante periglio. Ma la sua singolare fortezza il rese vittima d'una quarta ferita nella testa, per cui dovette abbandonare il comando, e lasciarsi portare allo spedale, dove dopo pochi giorni non era pi. Stante la mancanza del colonnello, la truppa a piedi restava senza condottiero, ed era perci costretta a piegare, e deporre le armi. La cavalleria scorreva ancora a briglia sciolta le strade della citt affaccendandosi, col terrore delle minaccianti loro sciabole, di sbaragliare i sollevati; ma questi, anzich intimorirsi, divenivan sempre pi ardimentosi, ed infiammati nell'intrapresa pugna, ferendo infuriavano, ed infuriando ferivano, ammazzavano, e costringevano gli scampati dalla morte o a darsi prigionieri, o a mettersi in fuga. I fuggenti arrivavano col maggiore conte di Erbach nella vicina citt di Hall, credendo trovarvi salvezza; ma anche quivi s'era gi il popolo levato in armi, risoluto di essere partecipe o al medesimo trionfo, o alla medesima morte; laonde costretti dalla forza senza ulteriore contrasto rassegnatamente si arresero. In conseguenza di tutto ci ai 12 dell'aprile i sollevati delle valli superiore ed inferiore dell'Enno contavano in loro potere quasi tutto il reggimento Kinkel, uno squadrone di cavalleria, due bandiere, quattro cannoni, molti carri di polvere e di bagaglie. I tirolesi chiudevano la gloriosa giornata esultando di tutta allegrezza, e girando per la citt d'Innsbruck colle bandiere spiegate, in fra le grida di gioia e i viva del popolo.
All'alba del giorno 13 le campane della citt e dei circostanti villaggi sonavano a stormo, ed avvisavano il popolo che la patria era ancora in pericolo, e perci a cimenti novelli il chiamava il destino. Una voce avea annunziato che la colonna dei francesi e dei bavari, campeggiante fra Sterzing e Gossensass, si avvicinava alla citt. L'allarme fu subito generale: i tirolesi accorrevano furiosamente da tutti i luoghi delle predette due valli cercando il punto dell'assembramento, e mostrando straordinaria impazienza di affrontare ed abbattere il ricomparente nemico. A tanto era salito il nazionale fermento; il pericolo non pi spaventava, famigliare diveniva in quei petti l'ardore di guerra. Il sentimento di conservare illeso il rispetto verso la religione dei padri, la costituzione della patria, e il desiderio di ritornare sotto l'anelato scettro dell'Imperatore d'Austria, mettevano in non cale ogni timore, ed accrescevano vigore e coraggio a quelli animi omai rotti nell'arduo e grandioso disegno.
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Il nemico era intanto pervenuto nelle pianure d'Innsbruck sino dalle ore sei del mattino, dilatando le sue forze sui campi di Viltau, verso il torrente Sill, e lungo il monte Isel; questo veniva occupato dai bavari sino alle sue falde; il piano dai francesi. I tirolesi avevano gi abbarrata la porta detta del trionfo, le strade conducenti in citt, ed alcune delle sue vie, con botti, barili, balle e carri; aveano chiavate le porte delle case con catenacci e puntelli, e in esse approntato sassi, palle di ferro, acqua bollente, ed altri combustibili, per lanciar addosso al nemico, qualora battagliando fosse penetrato in citt, ed il bisogno avesse indotto gli estremi. Ma, sebbene tutti avvampassero di combattere, ed il nemico si fosse gi avvicinato alla citt, con tutto ci sapevano prestar ubbidienza a coloro che, assunta la direzione, aveano loro ordinato di stare soltanto sulla difesa, sino a tanto che il generale francese Bisson avesse risposto alla proposta di capitolare. Questa proposta avean fatta i tirolesi a Bisson, prima di venire al ferro, mediante il maggiore imperiale Martino Theimer, che sino dal giorno 12 era entrato in Innsbruck cogli abitanti di Zirl, dando molto fomento all'ardente sollevazione, e che con alcuni capi tirolesi si era a tale uopo recato in Wiltau, dove il generale campeggiava col nervo pi forte de' suoi soldati. Dovendo essere la proposta preceduta e dalla minuta narrazione di quanto era avvenuto nei due giorni antecedenti, e dalla dimostrazione dell'evidente pericolo a cui il francese avrebbe esposta la guidata sua gente, se mai rischiasse cimentarla, nutrivan speranza che l'avrebbe accettata. Il generale, a fine d'accertarsi delle cose esposte dai capi tirolesi, mandava in citt un suo colonnello, ed il bavaro tenente colonnello Wrede, i quali, ritornando al generale, facevangli racconto di tutto ci che videro, ed ebbe a dichiarar loro il prigioniero bavaro generale Kinkel. Si persuadeva Bisson; ma non potendo tuttavia determinarsi di arrendersi, o di accettare condizioni che giudicava indegne dell'onore francese, chiedeva ai proponenti che fosse concesso il passaggio alla sua truppa diretta ad Augusta per indi unirsi al grosso dell'armata francese, assicurando ch'egli avrebbe pagato tutto quello che al di lei mantenimento abbisognasse, e che non verrebbe per parte de' suoi recata molestia a chicchessia. Queste promesse non quadravano ai capi tirolesi, e pel maggiore Theimer facevano intendere a Bisson, che non volevano punto acconsentire al passaggio. Il francese, declinando viemmaggiormente, riproponeva che nel passaggio avrebbe fatto levare le pietre dai fucili della sua gente, e per ultimo, che passerebbe senz'armi, da tradursi di poi in sui carri. Ma Theimer, fermo nella prima proposta, gi concertata coi capi tirolesi, conchiudeva che, non volendo egli adattarsi alla medesima, conveniva venire all'esperimento delle armi. Allora il vecchio generale dichiar che prevalso si sarebbe della forza, resistendo fino all'ultima stilla di sangue. Lo scioglimento del trattato, e l'ordinarsi dai capi tirolesi l'attacco, fu l'opera d'un sol momento. Un bavaro distaccamento in sui primordi della riaccesa battaglia voleva accostarsi a viva forza alla porta cittadina: l'estremo pericolo, che i tirolesi aveano in sulle prime mostrato, facea lor nascere un estremo coraggio, e quindi egli veniva subitamente respinto dai tirolesi, pi intenti da principio a bersagliare di lontano coll'armi da fuoco, che ad investire da vicino colle bianche. L'ufficiale che il distaccamento conduceva, veniva colpito da una palla, che morto lo rovesciava da cavallo. Veggendo Bisson e il bavaro comandante ogni prova inutile, ed impossibile il resistere alla piena che minacciava, a risparmio del sangue, si determinarono alle ore 8 1/4 di mattina del d 13 di statuire col maggior Theimer e i capi tirolesi: 1. che la milizia napoleonica e bavara deponesse le armi sul luogo dove si trovava; 2 che tutti i soldati rimanessero prigionieri di guerra dell'ottavo corpo d'armata imperiale, e che come tali venissero trasportati a Schvatz, e consegnati alle truppe austriache; 3. che tutti i tirolesi fatti prigionieri da essi, fossero tostamente posti in libert, e 4. che ai sotto ufficiali napoleoniani e bavari siano lasciati tutti i loro bagagli, i cavalli, e le spade come loro propriet.
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Il Theimer, qual commissario plenipotenziario imperiale, Armance, Varin, Bisson, Aurte, cap. Vinde, Donnersberg, Capoll, sottoscrivevano questo trattato, che negli annali del Tirolo former un gloriosissimo trionfo per la nazione. Le armi dei 4600 prigionieri venivano issofatto distribuite a quei sollevati, che ne erano sprovveduti; cavalli, bagaglie, carri di munizione, ed un obizzo rendevano pi luminosa la preda e la vittoria de' tirolesi.
Ma col levarsi del sole nel d 14 la campana sonava di bel nuovo a martello, e il terribile grido delle armi intorbidava la purezza della gioja nata per tanti riportati trionfi. Dovevasi combattere una colonna di francesi che, secondo suonava la fama, valicavano il Brenner, e camminavano alla volta d'Innsbruck. Non s'atterrivano gli animi tirolesi, che anelanti la pugna prestamente riprendevano le armi, e sistemati in compagnie si facevano baldanzosi ad incontrare il nemico colle grida di una vivissima gioja. L'oste francese, informata dell'avvicinamento del corpo austriaco guidato dal marchese Chasteler, e gi prossimo ad uscire intieramente dalla Pusteria, era indietreggiata a Bolzano, indi a Trento d'onde era proceduta; prudente ritirata, la quale evit la totale sua perdita, che inevitabilmente le sarebbe avvenuta, giacch se ita fosse pi innanzi, oltre d'avere alle spalle il potente Chasteler, avrebbe avuto di fronte una gran massa di tirolesi, ed in luogo della colonna nemica, avvicinavansi ad Innsbruck i primi battaglioni di Chasteler, che misero in calma il nuovo moto tirolese.
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Sbandata pertanto la prima burrasca, che dal 10 sino al 13 d'aprile avea colpito s gravemente e tanto glorificato il Tirolo tedesco, era dato a quegli alemanni di sfogare la contentezza per le vittorie e per gl'immortali trofei, che fra le stragi, il sangue e le minaccie di bellicosi e potenti nemici, aveano valorosamente riportati, e di manifestare il sommo giubilo che il vicino arrivo degli austriaci instillava nei loro cuori. Di tanto giubilo n'ammirava i primi effetti l'araldo imperiale, che nella mattina dell'anzidetto giorno 14 d'aprile recato avea in Innsbruck il desiderato annunzio, che le prime schiere di Chasteler sarebbero ivi arrivate intorno al meriggio. L'allegrezza sal al colmo, e fu universale. L'araldo fu portato come in trionfo per la citt, perch a tutti fosse accertato quello che si faceva credere colle parole. Tutti correvano, tutti si affollavano in sulla strada, per cui dovevano entrare le sospirate legioni. Alle ore 11 entravano queste in citt accompagnate da un numeroso popolo, e dalle cerne de' tirolesi sollevati, che colla bandiera portante l'aquila imperiale erano andate ad incontrarle. I viva, le acclamazioni di giubilo risuonavano dappertutto. Le campane suonavano a gloria. I tirolesi armati ed inermi, e gli austriaci soldati con molta affezione si salutavano, con una tenerezza indescrivibile si abbracciavano, ed a vicenda si consolavano della sofferta amarezza nel lungo triennio in cui non s'erano riveduti. I tirolesi, raccontando i grandi avvenimenti degli andati giorni, additavano agli austriaci le sottomesse squadre nemiche, che sommavano ad oltre 8000 uomini, con due generali, dieci ufficiali dello stato superiore, e cento altri d'inferior grado fra napoleoniani e bavaresi, ed indicavano altres gli otto conquistati cannoni, le due bandiere, i molti cavalli e carri di bagaglie e munizioni, le varie armature, ed altri militari trofei; gli austriaci a rincontro udivano con alta ammirazione, e glorificavano a cielo le luminose gesta, non senza piangere i 150 tirolesi che caddero vittime d'un coraggio straordinario, oltre a' 20 austriaci mescolatisi negli ultimi fatti, perdita insignificante a petto di quella dei napoleoniani e bavari, che in morti ebbero intorno a 400 uomini. I capi della sollevazione ordinavano meglio le compagnie, che nel d 14 sommavano in Innsbruck a 20,000 uomini, per battere a miglior modo il nemico, se mai ritornasse ancora a minacciare il loro territorio, e per iscacciare quello che la meridionale regione tuttavia occupava.
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Le novelle di s fervido e rischievole moto risuonavano fra i monti e le valli della tirolese provincia con inenarrabile contento; e si diffondevano per tutta Europa, che maravigliando a tanto lume di bellicosa fortezza, era desiderosa di vedere la fine di un'impresa non meno gloriosamente, che arditamente incominciata da un popolo, il quale con singolare esempio di coraggio e di costanza avea dato luminosissima prova quanto in lui potesse pi l'amor della patria, che le minaccie, e le armi prepotenti d'inferociti e numerosi nemici.
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CAPITOLO 3.
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Guerra dell'Austria contro Napoleone. L'arciduca Carlo entra nella Baviera con poderoso esercito. L'arciduca Giovanni s'impadronisce di alcune venete provincie. Editto di Chasteler ai Tirolesi. Lettera ai medesimi di Francesco I. Gli austriaci calano nel Tirolo italiano sotto il comando di Chasteler, con alcune compagnie di tirolesi capitanate da Andrea Hoffer. Il generale francese Baraguey d'Hilliers prende posizione colle sue truppe sulla sinistra sponda del torrente Avisio presso Lavis. Arresto e morte di due contadini da Segonzano. Editto del bavaro Commissariato di Trento per la quiete del paese. Piccole scaramuccie fra Trento, Lavis e Gardolo. Valore dei sollevati di Schlanders. Ritirata de' napoleoniani a Rovereto, che prendono posizione a destra e a sinistra dell'Adige, al monte ed al piano. Battaglia presso Volano e sui colli orientali di Rovereto. Risultati della medesima. Altri fatti d'armi avvenuti a Mori e a Ravazzone fra le truppe del generale francese Fontanelli, e quelle dell'austriaco Fenner ed i sollevati provenienti dal Lago di Garda. Naufragio terribile di Ravazzone.
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Mentre in Tirolo succedevano i discorsi avvenimenti, due poderosi eserciti austriaci erano gi sortiti dalle stanze imperiali dell'Austria, e marciavano alla volta l'uno della Baviera, l'altro delle veneziane terre, per azzuffarsi colle truppe del nuovo signore della Francia. Il primo pi forte di gente, di cavalli e di artiglierie, militava sotto l'arciduca Carlo; l'altro veniva guidato dall'arciduca Giovanni, fratelli dell'Imperatore Francesco, e peritissimi entrambi nelle cose della guerra, massimamente Carlo, che alta fama di valoroso capitano acquistossi nelle guerre d'Alemagna negli ultimi cinque anni del varcato secolo.
Quando i tirolesi si aprivano l'adito alle narrate vittorie, l'esercito dell'arciduca Carlo passava l'Enno, ed alla met d'aprile si avanzava alla volta dell'Iser, e piantava i suoi alloggiamenti entro la Baviera perseverante nell'amicizia di Napoleone. Durante il cammino non gli avvenne scontro alcuno, tranne diverse scaramuccie di poco rilievo colle squadre napoleoniane e bavaresi. Nei medesimi giorni l'esercito dell'arciduca Giovanni, che agiva di concerto col fratello, e dal cui supremo comando dipendeva il corpo d'armata gi entrato nel Tirolo sotto la condotta di Chasteler, aveva riportati dei vantaggi sopra l'esercito, che per difendere le italiane regioni comandava il principe Eugenio, vicer d'Italia, e figliastro di Napoleone, da cui gli venne inviato per moderatore il maresciallo Macdonald. In sulla sera del d 12 il telegrafo informava il francese Imperatore nella sua capitale del movimento effettuato dall'Austria. L'inaspettato annunzio determinollo a partir da Parigi ancora nella seguente notte, e a gran giornate venne egli stesso a comandare le sue truppe assembrate di fresco in Germania, prevedendo che sul germanico suolo decider doveansi le sorti della nuova guerra.
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Il d 16 comparve improvvisamente a Dillingen, dove trovato il re di Baviera, fermossi circa mezz'ora, assicurandolo che fra pochi giorni il ricondurrebbe sul di lui trono, che per l'invasione degli austriaci, a lui preventivamente annunziata dall'arciduca, avea poc'anzi abbandonato. Nel giorno seguente stabil il suo alloggiamento a Donaverth, e di qui spediva gli ordini necessarii per dar principio alla guerra, che, secondo l'apparenza, dovea riuscir ferocissima.
Questi movimenti guerreschi fermavano bens l'attenzione del popolo tirolese, perch da essi principalmente dipendeva il suo futuro destino, ma non inceppavano la sua inalterabile determinazione per la salvezza della patria. I capi della sollevazione coglievano i subentrati momenti di calma per rafforzare la patria difesa, e meglio sistemare le cerne. Capo fra i capi venne confermato l'Hoffer, nel quale, attesi i moderati ed autorevoli modi, aveano posto i sollevati moltissima stima e singolare benevolenza. Ad un suo cenno correvano ubbidienti come soldati avvezzi alla disciplina militare. Un editto del marchese Chasteler, uscito di questi giorni, metteva i tirolesi in maggior fermento; esso suonava cos:
"Prodi Tirolesi! io sono gi fra voi. Le mie truppe hanno occupato Bressanone, ed io sto col grosso dell'armata sulle alture di Schabs. Stante questa occupazione  intersecata al fuggente nemico l'unione fra la Germania e l'Italia. Io spedisco incontanente in vostro ajuto un forte distaccamento di fanteria, di cavalleria e di artiglieria verso il Brenner. Un altro distaccamento dirige il suo cammino verso Bolzano. Voi conservate dunque il possesso della presente posizione per sostenere il mio fianco.
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"La capitale del Tirolo sar forse a quest'ora occupata dalla colonna proveniente da Salisburgo del tenente maresciallo Jellachich, e Monaco dalla grande armata.
"Allorch mi  pervenuta la prima novella del grave combattimento, che per pi giorni avete bravamente sostenuto coll'inimico a difesa della vostra libert e della patria, io accelerai la mia marcia giorno e notte per porgervi la mia assistenza. Dai confini della Carintia, da Lienz sopra Bressanone essa  succeduta senza alcun riposo. I miei soldati hanno dato a divedere com'essi sentivano il vostro zelo pieno di gloria, e quanto amino mostrarsi quai fratelli ai prodi tirolesi.
"I vostri prigionieri sono i chiari testimonii del vostro valore; essi devono essere gli ostaggi per la sicurt vostra, e per garantirvi che atrocit dai bavaresi commesse l'altrieri, e jeri a Mauls, Sterzing e Gossensass non si commettano in avvenire. Questi giorni saranno eternamente memorabili nella storia del Tirolo, ed i vostri nomi saranno sacrosanti nelle bocche dei pi tardi vostri nipoti. Cos avete corrisposto all'aspettazione, che in voi affidava il vostro caro arciduca Giovanni, e che  accennata nel qui unito suo proclama. Tirolesi! confidate in me, com'io confido in voi. Siate costanti; in pochi giorni fia terminata la grande opera della redenzione.
"Dato in Mhlbach, il 12 aprile 1809."
L'Imperatore Francesco, che il d 8 d'aprile era partito da Vienna per trasferirsi anch'esso all'armata, udiva con allegra fronte, durante il viaggio, le novelle prove d'amore e di fedelt che davangli gli amati suoi tirolesi, e a' 18 scriveva loro da Schrding:
"Miei cari e fedeli Tirolesi.
"Fra i sacrificii cui per una serie di malaugurati avvenimenti io dovetti soggiacere nell'anno 1805, il sacrificio pi pesante del mio cuore, come gi altamente ve lo espressi, e come voi gi lo sapete, fu il dividermi da voi; poich io riconobbi in voi figli buoni, prodi ed intimamente addetti alla mia Casa, come voi riconosceste in me un padre che vi ama, e che non anela che al vostro bene.
"Costretto dalle imperiose circostanze al duro passo di dovermi separare da voi, in quell'ultimo fatal momento fu una delle principali mie cure di darvi una nuova prova del mio affetto e della mia provvidenza per voi. Ho posto per un patto essenziale della cessione il mantenimento della vostra costituzione; e fu per me un sentimento di estremo dolore il vedervi, con manifesta violazione di questo patto solenne, spogliati fin anco di que' vantaggi, che io con ci intendeva di assicurarvi.
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"Ma nella decisa mia propensione di conservare la pace, fino a quanto fosse possibile, ai popoli dalla divina Provvidenza a me affidati, non poteva in allora, che compiangere nel fondo del mio cuore il vostro destino.
"Da incessanti attentati dell'autore della nostra separazione, posto io ora di bel nuovo nella necessit d'impugnare la spada, il primo mio pensiero fu d'incamminare le operazioni di guerra in modo ch'io ritornar potessi di nuovo il vostro Padre, e voi i miei figli. Un'armata s'era messa in marcia per la vostra liberazione: ma pria ch'essa raggiunger potesse i comuni nostri nemici per portar loro il colpo decisivo, avete voi, uomini valorosi, eseguita quest'impresa, ed avete dato con ci a me, ed al mondo la prova pi convincente di quanto siete pronti ad intraprendere per divenire nuovamente una parte di quella monarchia, sotto il cui scettro viveste tanti secoli contenti e felici.
"Sono penetrato dai generosi vostri sforzi, e conosco il vostro pregio. Accetto dunque con tutta l'effusione del cuore i vostri voti di annoverarvi sempre fra i migliori e pi fedeli sudditi dell'Impero d'Austria, e nulla pi mi star a petto, che di metter in opra tutti i mezzi, onde non vi tocchi un'altra volta la dura sorte di essere strappati dal paterno mio seno. Milioni d'uomini, che da gran tempo furono vostri fratelli, e che ora gioiscono di divenirlo di nuovo, garantiscono sul campo di battaglia questa mia premura.
"Io conto sopra di voi: voi potete contare sopra di me; e coll'ajuto dell'eterna Provvidenza l'Austria ed il Tirolo resteranno mai sempre uniti insieme, come lo furono fortunatamente per una lunga serie d'anni.
"Schrding, 18 aprile 1809.
"FRANCESCO."
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Altri eccitamenti si pubblicavano a questo tempo in Tirolo, ma il fermento, specialmente dopo la lettera dell'Imperatore, era gi pervenuto a tal grado, che avea piuttosto bisogno di freno, che di sprone.
Ora  tempo di venire al Tirolo italiano, che le truppe napoleoniane tuttavia occupavano.
I tirolesi italiani, che sospiravano anch'essi di essere liberati da una signoria contraria ai sentimenti ed agli interessi dell'universale, erano spettatori delle magnanime imprese dei loro comprovinciali; se ne procuravano di soppiatto notizie, quantunque fosse interrotta la comunicazione, e ne bisbigliavano nelle loro conventicole. Una voce avvertiva, che il marchese Chasteler calava da Bolzano con un grosso nervo di truppe, e gran moltitudine di tirolesi ordinati in compagnie, capitanate dall'Hoffer, da pochi giorni sopranominato il Barbon, voce che veniva confermata dalle disposizioni di difesa, che il generale Baraguey d'Hilliers ordinava in sulla destra sponda del fiume Lavis, scorrente a meriggio il paese del medesimo nome, a sei miglia sopra di Trento. La discesa di Chasteler, e gli ordini del generale francese faceano temere ai tirolesi italiani, che la tragedia verrebbe fra poco rappresentata fra loro. Difatto sino dalla met dell'aprile incominci Trento a vederne gli spaventevoli effetti. Nel villaggio di Segonzano, poco lungi da Trento, vennero sorpresi da una pattuglia di napoleoniani due contadini armati, e immantinente sottoposti, come sollevati, ad un consiglio di guerra. Quantunque mancasse la prova che avessero impugnate le armi per offendere le truppe napoleoniche, furono spenti fuor delle tridentine mura il 17 aprile, pi all'intento, secondo diceasi, di terrorizzare, che per convincimento della reit. Vi tenne dietro la pubblicazione del seguente:
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AVVERTIMENTO AI POPOLI DEL CIRCOLO DELL'ADIGE.
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"Trento ha veduto oggi avanti le sue mura spargere il sangue di due vittime del delirio: due contadini di Segonzano, condannati dal consiglio di guerra ad esser fucilati, subirono oggi la morte de' ribelli.
"Questo esempio vi stia profondamente impresso e avanti gli occhi, popoli del circolo dell'Adige alla mia cura affidati; egli  mio dovere di farvelo presente in tutta la sua estensione, e di mostrarvi nello stesso tempo l'abisso in cui sareste dall'inganno vostro precipitati.
"Malgrado le tante cure a tal uopo praticate, il Circolo dell'Adige non  del tutto tranquillo: in varie parti imperversa il fuoco della sollevazione, e distrugge i vincoli dello stato, che a voi compartisce pace sicurezza e giustizia.
"Sommessione a quel sovrano, che Dio vi destin per vostro reggente, e che, come tale, v' stato constituito dalle leggi pi sacrosante,  il primo de' vostri doveri.
"Voi violate questi doveri quando insorgete contro i suoi eserciti, e contro gli eserciti dei potenti suoi alleati; quando cambiate i pacifici attrezzi dell'abitatore della campagna colle armi micidiali del guerriero, cui queste sole s'aspettano; e quando, abbandonando i vostri focolari, ed i vostri figli, li gettate in braccio della disperazione, e gli esponete alle pi terribili disavventure.
"Ci che una volta, o alcuni anni fa, poteva sembrare un dovere, finch eravate ancora sotto lo scettro dell'Austria, di sollevarvi cio in favore di quell'Imperatore, e difendere il Tirolo contro i suoi inimici, questo vostro dovere pi non esiste.
"Voi cessaste gi da gran tempo di essere suoi sudditi: al re di Baviera ha cesso l'Imperatore d'Austria tutti i suoi diritti con un solenne trattato: egli  il vostro legittimo Sovrano; egli  buono, umano e giusto, e non cerca che di rendervi felici.
"A lui dunque dovete ubbidire: l'Austria  la sua inimica, e per conseguenza ella  ora del pari la vostra.
"Ci non ostante vi sono taluni fra voi, che dimentichi degli obblighi loro, disonorano il pregiato nome di Tirolesi, mancando di fedelt al loro Sovrano coll'appigliarsi al partito degl'inimici del loro Re, e coll'opporsi armata-mano a quegli eserciti, che accorsero alla di lui difesa.
"Guai all'acciecamento, guai all'errore che li trasporta, e che gli strappa dal pacifico seno delle loro famiglie, per precipitare s stessi, e voi tutti in un'impreveduta inevitabile ruina!
"Ascoltate le insinuazioni della mia voce, che vi parla da padre; voi, sudditi traviati, ritornate ai pacifici vostri focolari; e voi sudditi che rimaneste finora tranquilli e fedeli a' vostri doveri, non abbandonate questi bei sentimenti di sommessione, che cotanto vi distinguono fra gli altri vostri concittadini.
"Siate sordi alla voce della seduzione, che sotto falso aspetto tenta mascherare il vostro vero bene, per gettarvi in seguito nel precipizio.
"La vostra sorte non  gi quella del soldato, che legittimamente impugna le armi a difesa della patria, ma voi divenite ribelli, siete malfattori, e non vi attende che una morte ignominiosa. Voi fortunati se la trovate nel campo di battaglia, poich fatti prigionieri, essa vi  certa, e oltracci congiunta all'infamia che seco porta l'esecuzione della condanna.
"Ma voi non sareste soli le vittime infelici del vostro delirio; le vostre mogli, gl'innocenti figli vostri, ed i tranquilli vostri compatriotti lo sarebbero con voi.
"I Comuni interi verranno puniti pel fallo di alcuni acciecati loro membri. Le pacifiche vostre capanne, l'albergo una volta della semplice contentezza, saranno distrutte dal fuoco sterminatore, devastate le vostre campagne, e, ci che vi dev'essere pi caro sopra la terra, le vostre famiglie colpite dalla pi desolatrice miseria.
"Penetrate coll'occhio nell'abiso inevitabile, pria di precipitarvi nell'orrendo suo profondo, da cui nessuna forza pu pi liberarvi.
"Restate tranquilli, non ascoltate le voci dei nemici del vostro Re, chiudete l'orecchio ai suggerimenti della seduzione che vi trascina ad essere i carnefici dei vostri concittadini, e v'immerge negli orrori d'una guerra civile.
"La dolce persuasione nell'intimo del vostro cuore, d'avere fedelmente adempito ai doveri di sudditi, e di cittadini, sar per voi la pi bella ricompensa, e l'argomento d'una gloria la pi permanente.
"Trento, li 17 aprile 1809.
"Regio Bavaro Commissariato del Circolo all'Adige.
"GIOVANNI NEP. CONTE DI VELSPERG."
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Ai 18 aprile la vanguardia austriaca difil verso Salorno, e il d seguente comparve a riconoscere la posizione di Lavis, impegnandosi in piccole scaramuccie, dopo le quali il comandante della Francia, vedendo forse in pericolo le sue truppe a motivo della massa dei regolari e dei sollevati, che da Bolzano e da Salorno discendeva, ordin all'impensata, che si dovessero quelle concentrare fuori e dentro della citt di Trento. In questa situazione rimasero il d 20 i due eserciti, senza che avvenisse alcun fatto, a riserva di un badalucco succeduto tra Gardolo e Trento, fra l'antiguardo imperiale, comandato dal tenente colonnello conte di Leiningen, e la coda dei napoleoniani nel quale era riuscito a questi ultimi di far prigioniero un ufficiale del reggimento Hohenlohe-Bartenstein, che, quantunque ferito, volle ritornare nel fuoco; ma un tirolese della compagnia di Schlanders strappollo delle loro mani, e caricatoselo sulle spalle, lo trasport fra i suoi con ammirabile intrepidezza.
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Interessando a Chasteler di vedere il Tirolo intieramente sgombrato dalle truppe napoleoniane, che ancora l'occupavano nella meridionale sua parte, accelerava l'esecuzione del suo disegno a fine d'acquistarne il presto possesso. All'incontro Baraguey-d'Hilliers, che regolava le militari sue operazioni a seconda dei movimenti del principe Eugenio, doveva possibilmente tener in freno l'avanzamento degli austriaci, e sostener la difesa della frontiera del vicino Regno d'Italia. Laonde pareva che in sul territorio trentino dovesse pendere imminente la sorte delle guerreggianti due armate. Ma sia che Trento non sembrasse al generale francese luogo opportuno ad una formale battaglia, o sia che dal supremo comandante dell'italico esercito avesse avuto istruzione di ricusarla, e di temporeggiare fino che il momento si presentasse d'agire diversamente, si disponeva alla ritirata. Prevedendo per, che l'avanzante Chasteler non resterebbe colle mani alla cintola, anzi veggendosi minacciato da una grossa tempesta, pens bene di mascherarla coll'attaccare in sul meriggio del d 21 le prime di lui squadre, specialmente quelle del corno sinistro, e di farsi in tal modo assalitore, anzich vedersi assalito. Lo scontro ebbe luogo con qualche impeto d'ambo le parti. Il minacciato fianco sinistro era difeso da' cacciatori austriaci, e da una gran parte de' sollevati tirolesi. Tanta fu la resistenza, e il coraggio di questi ultimi, che ben presto obbligarono gli assalitori a ritirarsi alla distanza di un'ora. La compagnia di Schlanders in ispecie gareggiava nell'ardire cogli imperiali, e fu pi volte eccitata a ritirarsi dal fuoco, in cui troppo rischiosa penetrava. La felice mossa del fianco sinistro diede argomento al conte Leiningen di muoversi colla vanguardia del centro verso Gardolo. Di concerto con esso lui operava il tenente colonnello Barone Glding, che trovavasi alla testa dell'antiguardo in sulla riva destra dell'Adige. Il non grave combattimento finiva col tramontare del giorno. In esso perdettero i napoleonici intorno a 180 uomini fra morti, feriti e prigionieri, e circa 60 allo stesso modo gli imperiali.
Ai 22 i francesi calavano a Rovereto; e Trento ammirava le sue colline coperte di sollevati tirolesi, la cui massa ognor pi s'ingrandiva per l'arrivo di non pochi montanari italiani accorsi anch'essi a difendere la causa comune. In sull'imbrunire del giorno stesso il generale Baraguey-d'Hilliers piant il suo alloggiamento in Rovereto, abbandonando Trento agli austriaci, che v'entrarono vittoriosi fra le acclamazioni del popolo, le quali vennero rinnovellando nella seguente giornata, allorch vi comparve il marchese di Chasteler.
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Stando alle disposizioni che Baraguey-d'Hilliers prendeva il d 23, si doveva presagire che la citt di Rovereto divenisse un punto militare di qualche difesa, e che alla vigilia ella fosse di qualche tragica scena. La sua armata raccolta nel roveretano distretto sommava a circa 10000 uomini, parte francesi de' reggimenti N. 81 e 112, e parte italiani di fresco arrolati, con un reggimento di dragoni francesi. Una colonna della stessa, composta di gente di un reggimento francese e di un italiano, egli mandava a Mori con qualche centinajo di cavalli sotto gli ordini del generale Fontanelli, per guardare e l'imboccatura della strada conducente al lago di Garda, e la sponda destra dell'Adige, sul quale sino dal giorno 20 era stato gettato, a maggior comodo del militare passaggio, un ponte di legno, nella posizione in cui al presente si trova quello di Ravazzone. Un'altra colonna di circa 4000 uomini si portava in sulle alture fronteggianti il paese di Volano, a destra e a sinistra della strada postale, sulle quali venivano eziandio puntati due cannoni, cio uno sul monte delle Gardole, e l'altro sul dosso chiamato Destor, ed altre piccole schiere s'indrappellavano lungo il bosco della citt detto di Valgravia e di Vallunga, sino ai monti della Costa oltre la villa dei Telani, che dominano alle spalle Rovereto. Il resto della truppa campeggiava nella spaziosa contrada del Corso Nuovo, ognor pronta ad accorrere ove richiedesse il bisogno. Le trincerate posizioni venivano reiteratamente visitate dal comandante francese, che sopra un focoso destriero, in compagnia del suo ajutante, e scortato da sei dragoni, si vedeva recarsi instancabile, ora al piano, ora al monte, alle militari sue speculazioni. Continuava l'andirivieni degli scorridori militari, apportatori di notizie, o di comandi. L'indizio d'una vicina battaglia era certissimo, tanto pi, che per notizie segretamente pervenute in sulla sera di questo giorno, sapevasi che gli austriaci calavano da Trento divisi in due colonne, una a stanca e l'altra a destra dell'Adige, questa affidata al comando del generale Fenner, e quella capitanata dallo stesso comandante supremo Chasteler.
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Alle funeste apparenze succedevano i funesti avvenimenti, che ora pi distesamente verr raccontando, perch io stesso ne fui di gran parte testimonio di veduta.
Qualche ora dopo levato il sole del d 24, gli austriaci della sinistra sponda dell'Adige muovevano alla volta di Rovereto divisi in due corpi: uno per la strada imperiale, e l'altro pei colli di Volano, di Serrada e di Noriglio, i quali insin dalla passata notte erano occupati in gran parte dai cacciatori imperiali, e dalla tirolese milizia. Usciva pel primo dalla porta comunale di Volano,(3) il reggimento Lusignan, preceduto dal festivo suono della sua musica, in fra le viva dei volanesi, ed ignaro della vicina positura del nemico; quando fu salutato all'improvviso con una pioggia d'archibugiate, che alle dolcezze del suono fece subentrare tutt'ad un tratto il rombo de' moschetti e de' cannoni. Un s atroce saluto, apr subitamente una viva battaglia su tutta la fronte, che dalla parte austriaca distendevasi lungo gli anzidetti colli costeggianti la Vallunga, e dalla parte napoleonica lungo le sopra menzionate colline, che a quelli fronteggiano, fino sopra le case di Rovereto. Un colpo di cannone, scagliato dal monte delle Gardole presso Volano, port lo spaventoso annunzio alla prossima citt. All'inopinato rimbombo, una quantit di cittadini, che spinta da un'imprudente curiosit si trovava qu e l spiando il moto delle belliche cose, la diede issofatto a gambe per salvarsi nelle proprie abitazioni; si chiusero le botteghe e le porte delle case, e nessuno ardiva affacciarsi tampoco alle finestre, chiuse anche queste in gran parte, temendo ciascuno che l'orribil tempesta venisse a scoppiare nelle cittadine contrade. La truppa campeggiante in sul corso, e in qualche piazza della citt dove stava sdrajata fumando, od apparecchiando vivande, prendeva tosto le armi, e ad un cenno del supremo comandante, che qual lampo percorreva di continuo le trincee per ispeculare ove inchinassero le cose, e gli andamenti degli avversarii, si recava velocemente a soccorrere le combattenti squadre, ossia a respingere gl'imperiali l dove si mostravano meglio gagliardi o pi minacciosi. I colpi di cannone e della moschetteria s'udivan intanto pi frequenti, e lo spaventoso lor rombo veniva, con sommo terrore dei valligiani e cittadini, ripercosso dall'eco. Gli austriaci e i tirolesi egregiamente battagliavano, ma non meno egregiamente i napoleoniani a sostenere l'impetuoso scontro.
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Questi ultimi avrebbero fors'anche superato, se i tirolesi ammucchiati sul monte detto Cornale, donde tiravano di mira, non li respingevano con un fuoco continuato e micidiale. Il generale Fenner, che costeggiava la destra sponda del fiume, veniva ancor esso con un branco della sua gente a prender parte all'azione, e a rendere pi pericolante la situazione dei napoleoniani, poich i due cannoni che avea fatti collocare sulla detta sponda in vicinanza all'Adige dirimpetto all'Ischia di Sant'Ilario, e le compagnie di tirolesi e di regolari anche ivi schieratesi, terribilmente li fulminavano. La pugna faceasi quinci e quindi pi accanita e maggiormente sanguinosa; ovunque si aggiungeva furore a valore, ovunque la fortuna si stava in bilico nel favoreggiare, e indecisa pendea la vittoria. Da un lato gli offensori anzich persistere ad offendere si riducevano alla difesa, e i difensori assumevano l'offesa; da un altro gli assaliti cedevano il suolo agli assaltanti, e posciach ringagliardivano per sopraggiunto soccorso, ravvivavano lo spirito, rinvigorivano, e si tramutavano di bel nuovo in assalitori. La chiesa parrocchiale di Volano, presso la quale l'attizzato conflitto ebbe il suo primo accendimento, e i tabernacoli della Passione che la circondano, servivano di propugnacolo a' due antiguardi serratisi insieme. Il cimitero situato fra questi e quella, erasi trasformato in piccolo campo di battaglia. Quivi per la maggioranza delle forze, le quali ognor pi assembravansi, bolliva maggiormente la pugna; quivi, intantoch folgoreggiavano e battevano in breccia le vicine artiglierie, i combattenti aspramente battagliando inferocivano, ed inferocendo arditamente battagliavano, si minacciavano alla mescolata, si ferivano, si uccidevano da vicino colle corte, aumentando anche per tal modo le ferite, le stragi e le uccisioni, talch la terra dell'angusto recinto veniva innaffiata dal sangue de' guerreggianti. Nell'ardente conflitto si approssimavano due ufficiali, al servizio uno dell'Austria, l'altro della Francia, si riconoscevano tacitamente fratelli, rimanevano entrambi maravigliati del caso che li condusse a rivedersi dopo lunga stagione; continuavano il proprio dovere, e al riposo dell'armi ottennero dai comandanti licenza d'abbracciarsi.
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La confusione e l'ardore nascevano non solo a Volano, ma ben anche in altre parti della combattuta circonvallazione. Avanzavano e retrocedevano ora questi, ora quelli. Chi discendeva, e chi saliva arrampicando e scorrazzando per le asprezze dei monti appellati i Dossi dei Toldi, di Saltaria, della Costa, della Croce e di Vallunga. In una parte l'assalto indeboliva, nell'altro si faceva gagliardo. Per una collina le squadre salivano con mirabile intrepidezza le ripide balze a suon di tamburo, ed inoltrate alquanto sotto il furioso bersaglio delle palle si spartivano, ed alla sfilata facevano fuoco contro i sovrapposti avversarj. In altra collina gli scompigliati ad un diverso segno di tamburo si rannodavano, e tiravano ordinatamente. In sulla vetta di certi monti ora comparivano austriaci e tirolesi, ora questi dileguavano e ricomparivano i napoleoniani. In certi altri ora combattevano da lontano col fuoco, ora si raggiungevano, si agguatavano, e si azzuffavano da vicino, straziandosi e squarciandosi a vicenda, massime intorno alle case campestri ed alle ville dei Telani, dei Chiusole e dei Panzoldi, ove si venne agli stocchi ed alle bajonette. In altri luoghi i vinti divenivano vincitori, e i vincitori si mescolavano ai vinti.
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Nel vicino piano e intorno alla chiesa volanense, ove con incessante ostinazione si battagliava, venivano conservate le medesime posizioni e la medesima calca; all'incontro nei ripartiti combattimenti del monte i difensori mostravansi ove arrendevoli, ed ove inaccessibili. Il grosso dei tirolesi, che dominava i varii movimenti dalla sommit dei monti pi rilevati posti a sopraccapo dei colli costeggianti la Vallunga, e denominati la Lovara, il Roven, e il Monteghel, stava in attenta osservazione delle operazioni de' suoi commilitoni, e andava rafforzando e rinfrancando ora quelli d'una sottoposta collina, ora quelli di un'altra.
Dopo tanta tempesta di colpi, al cui echeggiante rimbombo pareva che i monti crollassero dall'ime loro radici; dopo tanto sangue e tante morti, l'arrabbiata battaglia andava finalmente, qualche ora dopo il meriggio, cessando.
Fu tanto il valore e tanta la fermezza con cui i napoleoniani combatterono in questa giornata contro i non men valorosi austriaci e tirolesi, che, cessato del tutto il fuoco, ritornavano ambidue le parti a ripigliare le loro posizioni, restando equilibrate le bilancie della fortuna. Alla succeduta quietezza dell'armi, n'apparivano i dolorosi effetti.
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Mentre durava il contrasto, alcuni dragoni scorrevano di galoppo le cittadine contrade, e quanti in esse trovavano, venivano tutti indistintamente costretti coll'autorit della sciabola a dover in sull'istante recarsi al campo di battaglia, e specialmente al luogo denominato le Laste di Volano per assistere ed accompagnare, o portare sulle braccia o sulle spalle i feriti all'ospedale di Rovereto. Il francese Baraguey-d'Hilliers, vedendo il poco numero degli assistenti, insinuossi minacciosamente al cittadino Magistrato, perch per sua mediazione venisse quello aumentato. Al che prestaronsi di buon grado i deputati Giuseppe de Telani, Isacco barone Eccaro, Cristoforo de Birti e Gaetano Tacchi, coll'andar a battere alle porte eccitando e procurando persone, che all'umano officio volessero cooperare, e precedendo i due primi col loro esempio. La vista di quegli infelici che con assaissima compassione furono portati al pio luogo da mezzod sino a notte continuamente, faceva raccapricciare. Chi era ferito nella testa, chi nelle braccia, chi nel petto, chi nel ventre, chi nelle coscie; a cui penzolava infranta una gamba, a cui uscivano le interiora. Chi urlava, chi piangeva, chi chiedeva l'assistenza dell'arte medica, chi quella dei ministri dell'altare, e chi finalmente col terribil pallore di morte in sul volto mostrava d'aver finito di soffrire. L'ospedale cittadino e l'annessavi chiesa di Santa Maria Lauretana ne alberg pi di cinquecento fra napoleoniani e pochi austriaci, fra quelli che rimanevano per la gravit del male, e quelli che leggermente feriti partivano. Eccetto tre, che non erano membri della Chiesa, ed un capitano, che mostrava di essere un membro putrido, gli altri tutti ch'andarono a' pi di Dio, s'acconciarono dell'anima, ricevendo di buon cuore i sacramenti. Le monache Salesiane, il casato dei Saibanti, e molt'altri gareggiarono nel mandare spontaneamente e gratuitamente, a sollievo e ristoro degli infermi e vino e minestre ed altre vivande, non che faldelle, stuelli, paglioni e primacci, le quali ultime cose alcuni pietosi cittadini andavano raccogliendo scorrendo le contrade e picchiando alle porte.
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La piet e insieme l'orrore che sentivano i roveretani per questa tragica scena, crebbero fuor misura alla vista della snaturata sevizie dei napoleonici soldati in verso i sollevati tirolesi caduti fatalmente nelle loro mani. Oh quanto  crudele la razza dell'uomo, quando dall'ira e dalla vendetta vien dominata! Per satollare queste obbrobriose passioni non bastava loro torli di vita passandoli per l'armi; ci era troppo dolce cosa al loro animo: dovevan esser prima martorizzati o collo scarpellarli, o col menar loro de' forti pugni sulla faccia, o a colpi di bajonetta, o col calcio dell'archibugio, e cos via(4). Fatta per riflessione che ci  un niente a petto di quello che i soldati bavaresi fecero in sulle prime coi tirolesi caduti in lor potere nei fatti della Pusteria, di Sterzing e d'Innsbruck, e di quello che avrebbero fatto, se minacciati non venivano della rappresaglia, io m'asterr dall'affliggere l'animo del lettore in raccontare s mostruosi eccessi, che tanto denigrano l'umanit, e dir in vece, a corollario della prenarrata battaglia, la quale dur oltre a cinque ore, che la parte napoleonica perdette circa mille uomini fra feriti e morti con pochi prigionieri, e circa settecento l'austriaca, i cui feriti vennero condotti nella massima parte all'ospedale di Trento sopra trentasei carri.
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Pria ch'io chiuda questo capitolo, altri fatti mi chiamano alla destra dell'Adige. In sui primordi della battaglia di Volano e dei monti di Rovereto, il generale Fontanelli, che aveva stabilito il suo alloggiamento in un'erma casa situata in sulla stanca riva dell'Adige nel luogo detto alla Favorita appresso il tragitto di Ravazzone, era venuto a conoscere per gli suoi esploratori, che le scolte da lui postate in vari luoghi vicino al lago di Loppio, facevano fuoco contro la vanguardia di quei tirolesi, che partecipando alla comune difesa imbrandirono le armi, ed assembraronsi in Arco e in Riva, la qual ultima citt fino dal d 24 era stata occupata in nome dell'Imperatore d'Austria dai sollevati discesi dalle valli di Sole e di Non, sotto il governo dei capitani Vecchietti, Martinelli, Bozza e Cominelli, a' quali unironsi le genti di Tenno, guidate dal capitano Canella, ed altre genti delle Giudicarie e dei circostanti paesi levatisi in armi ad esempio de' tirolesi tedeschi, e tutti determinati ed ardenti di congiungersi colla colonna austriaca condotta dal general Fenner.
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Il generale Fontanelli, che colla sua gente dovea tener principalmente guardata e difesa la destra sponda dell'Adige, perch sapeva che per questa calava Fenner, non s'interessava gran fatto delle minaccie di quei sollevati; questi all'incontro, veggendosi alquanto ingrossati, incalzavano il loro avanzamento, sbaragliando i pochi napoleoniani che glielo contrastavano, e innanzi il meriggio entravano strepitosamente in Mori, mettendo negli abitanti non poco scompiglio e spavento per lo campana a martello che, sfondata la porta della chiesa, si accinsero a suonare col nemico vicino; per lo che il paese dovea essere messo a ferro ed a sacco, se il parroco locale Emmanuele de Sardagna da Trento con indicibile coraggio non si fosse presentato supplichevole al general Fontanelli in mezzo alla piazza, facendogli conoscere la piena innocenza dei suoi terrazzani. Non volendo il Fontanelli tollerare che Mori restasse in possesso dei sollevati, stacc dal suo corpo una banda d'uomini a piedi e a cavallo, e ordin alla medesima che il resto del paese fosse tostamente ripreso. Entr furiosa la cavalleria, indi l'infanteria. Prevenuti i sollevati del movimento nemico, si erano gi ritirati per tempo alla volta di Nago scansando cos uno scontro, che avrebbe loro certamente costato gran sangue e mortalit. Alcuni per raggiunti dalla cavalleria furono tagliati a pezzi; e tre, ch'erano di Arco, presi in sulla piazza di Mori, vennero passati per l'armi alla presenza del generale che ne diede il comando; altri si rifuggirono intorno alla chiesa parrocchiale, situata in luogo pi eminente della strada, e di qui ardirono affrontare col fuoco la cavalleria, anzi un tale ebbe l'audacia di discendere in mezzo alla piazza, vibrare un'archibugiata, ed uccidere un cavalleggiero. L'impetuosa entrata della cavalleria nel paese cagion eziandio la morte di due moriani, che presentatisi alle finestre nel mentre che quella scorreva le contrade, vennero colpite dalle archibugiate ch'essa scagliava contro di quelli che vi si affacciavano, sospettandoli sollevati in agguato.
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I bellici fatti del giorno 24 ebbero il narrato esito su ambedue le sponde dell'Adige, e i combattenti entravano nel riposo, ristorandosi delle sostenute fatiche, riposo che continu anche il d 25 fra le due armate della sponda sinistra; ma non cos avvenne di quelle campeggianti oltre l'Adige nel luogo di Ravazzone. Quivi il general Fenner doveva dar prove del suo valore, quivi doveva scaricarsi il turbine paventato dai roveretani nella stessa giornata, e rompersi l'incertezza della pendente vittoria. I circa tre mila napoleoniani, che in quella situazione stavan pronti alla difesa, venivano in sul comparire del d 25 attaccati dall'avanguardia del corpo austriaco. L'attacco, che ristretto sembrava da principio, facevasi in appresso gradatamente pi largo e pi ostinato, e durava lunga pezza indeciso, poche erano le ferite e le morti; ma essendo entrati nuovi ajuti agli austriaci, facevano questi piegare in lor favore la fortuna. Contrastavano fortemente i napoleoniani; ma vedendo Fontanelli le maggiori forze spiegate dagli avversarii, ordinava a' suoi la ritirata in sulla sinistra del fiume, dopo aver saccheggiato parte di quel paese, e condotti seco quattro signori in ostaggio; e in pari tempo faceva abbruciare e distruggere il ponte di Ravazzone, conformandosi alle disposizioni del supremo suo comandante. Alcuni carriaggi di munizione e d'altri oggetti militari, errata vicino a Tierno la strada, in luogo di andare per la via della Crona alla Chizzola, riuscirono troppo tardi alla riva destra del fiume, e furon predati da quei popolani e dai sollevati, che saputa la ritirata del nemico, erano gi sopraggiunti da Nago. In sulla sera i napoleoniani della sinistra si congiunsero coll'armata osteggiante in Rovereto, e gli austriaci s'impossessavano di Mori, rannodandosi colle squadre de' sollevati del lago di Garda e del Sarca.
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L'ordine dei fatti mi conduce ora a raccontarne uno assai doloroso. Alla municipale Rappresentanza di Sacco, terra alla sinistra riva dell'Adige, a un miglio da Rovereto, fu compartito l'ordine che ottanta ammalati di leggieri ferite fossero per acqua tradotti a Verona sur una zattera. Il Municipio, ben comprendendo tosto l'intoppo del ponte eretto militarmente a Ravazzone, a pochi minuti sotto di Sacco, fa subitamente osservare per lettera dei 22 aprile l'impossibilit di quel passo. Il generale persiste, ed il Municipio non cessa di rinnovellare anche a voce le sue dimostrazioni, massime sulla difficolt di avere i zatterieri che si prestino all'opera; ma  di nuovo respinto dalla militare ostinazione e persino minacciato. Nella seguente giornata il naviglio era gi pronto. Alcuni zatterieri s'erano allontanati, ed altri nascosti; i pochi rinvenuti in paese furono costretti al duro uffizio coll'armi. V'entrano i feriti, alcuni vi sono portati, fra questi il capitano Barbieri, che addolorato oltremodo dalla ferita, accelerava pi d'ogn'altro l'infausta partenza. Il naviglio si stacca dal porto, gi sparisce fra brevi istanti dalla vista di coloro che compiangevano il fatale pericolo, e poco stante  alla veduta del ponte. I remiganti gi preparati al disastro, scorgendo che alcuna barca non n'era stata levata, come per estremo espediente aveasi chiesto da ultimo, ed era stato promesso, abbandonano disperatamente i remi, gridando ajuto; ed il gettarsi tostamente nel fiume, e l'afferrare a nuoto la sponda, lasciando alla ventura il naviglio, fu d'un solo momento. Abbandonato il naviglio in balia dell'onde, che a Ravazzone si fanno furenti, urta con gran fracasso nelle barche del ponte, e va tutto in sfracello. Le grida di que' disperati si confondono con quelle dei militi spettatori, e s'innalzano sino al cielo. Alcuni pochi pi vigorosi degli altri arrivano nuotando a salvamento: gli altri tutti perirono miseramente. Le anime gentili inorridirono all'orribile caso, e piansero su quei prodi, i quali, scampata la morte nelle battaglie, ne trovarono una s lagrimevole per la brutal pertinacia di chi vegliar doveva alla loro sicurezza. Fu maledetta la guerra, fu maledetto all'ostinatezza del generale, e a chi non diede in tempo opportuno la necessaria ordinazione al proposto rimedio.
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CAPITOLO 4.
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Finta difesa del generale Baraguey d'Hilliers. Nuove mosse degli austriaci. Ritirata dei napoleoniani. Entrata in Rovereto degli austriaci e di molti tirolesi armati. Allegrezze dei roveretani. Loro guardia civica passata in rivista dal generale Chasteler. Somministrazioni di viveri e modo per ammanirle. Solennit per le austriache vittorie. Ritirata improvvisa degli austriaci. Loro sconfitta in Germania. Conseguenze ch'essa port ai tirolesi, e contegno ulteriore de' medesimi.
Al cadere dei 25 d'aprile inclinavano le cose a novella piega. Gli austriaci e i tirolesi ingrossavano a destra e a sinistra dell'Adige. Il generale della Francia, o si vedesse minacciato ai fianchi e di fronte da doppie forze, o perch cos suonasse il comando del Vicer, gi divisava la ritirata. Per isgombrarne per il sospetto dall'animo dei cittadini, da lui conosciuti partigiani dell'Austria, egli dava loro a divedere di voltare ancora le armi contro Volano ed i monti, e di attaccare, pi che fuggire il minacciante avversario. A tal uopo velava il fatto disegno con guerresche preparazioni, e col far pubblicare un editto vietante ai roveretani, sotto minaccia d'esser passati per l'armi, non solo di far cerchiellini per le contrade e sulle piazze, ma ben anche di comparire dopo le ore sei sulle strade e di salire in sui tetti.
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Il Municipio ordinava altres, per voler di lui, che nella seguente notte fosse apposta ad ogni casa una lanterna. Nell'armi durava la quiete, ma non cos negli armati, ch, tanto al piano che alle colline, si scorgeva un continuo e silenzioso movimento, ed una grande impazienza di rinnovellare l'attacco, specialmente da parte degli austriaci e dei tirolesi, che colla variet dei loro vestiti coronavano di vaghi colori le creste dei monti. L'apparenza fu per poco disgiunta dal fatto. Erano le ore nove della sera, era placida la notte, e il cielo scintillante di stelle, e pareva ai cittadini che egual quiete dominasse pur anco negli alloggiamenti delle due armate, quando tutt'ad un tratto le prime squadre austriache e tirolesi ruppero il notturno silenzio con alcune salve d'archibugiate, che dai torreggianti colli folgoreggiarono. L'inaspettato assalto sorprendeva e spaventava le schiere napoleoniche trincerate in sui colli a quelli fronteggianti, le sbaragliava, ed obbligavale a calare nella pianura, stimando miglior partito il cedere, che l'avventurarsi ad un combattimento troppo ineguale. All'orrisonante fracasso, che dur sin quasi alla mezzanotte, succedeva il bramato silenzio. Ma il polso di regolari e di tirolesi, che in sulla sera di questo giorno era da Volano salito collo stesso Chasteler per l'alpestre sentiero del Gazzol, sul vicino monte sopra Saltaria, sul quale vennero trainati due piccoli cannoni, tir da quest'eminenza due ore dopo la mezza notte due cannonate, le quali scossero novellamente l'armata napoleonica, ed intronarono le orecchie ai cittadini e valligiani, ridestando negli impauriti loro petti un novello terrore. Per buona ventura la mossa notturna da Chasteler ordinata, limitossi solamente a questi due colpi, scagliati, come si scorse dappoi, per avvisare, secondo la preceduta intelligenza, le sparse colonne imperiali e quella in ispecie guerreggiante sulla dritta dell'Adige, di mandare ad effetto la gi ordinata impresa d'acquistare nel seguente giorno la citt di Rovereto.
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Baraguey d'Hilliers durante l'oscurit della notte rannodati i suoi, si ritirava alla volta dei confini d'Italia, anteponendo la prudenza all'ardire, o piegando al volere di chi governava le cose dell'Italico Regno; dove l'arciduca Giovanni avea passato la Piave ed il Brenta, inondando parte del Padovano e del Vicentino, ed apprestandosi a seguitare il fuggente nemico sulle terre di Verona, su cui egli dovea congiungersi colla possente mole tirolese, se l'esito della guerra in Alemagna non avesse attraversato l'ideato disegno. A questo modo il generale francese evit il pericolo d'essere preso in ischiena e fatto prigione, cosa che ben di leggieri avria potuto accadere, se il tenente maresciallo Chasteler avesse con maggiore avvedutezza, celerit e coraggio cooperato col generale Fenner, che marciava sulla destra sponda dell'Adige, e Rovereto veniva liberata dalle funeste conseguenze della temuta seconda battaglia. Udivano i cittadini il calpestio dei soldati, l'incioccare dell'armi, il nitrire de' cavalli, ed il rotolamento del carriaggio; ma non arrischiando affacciarsi alle finestre, penetrar non potevano con tutta certezza che cosa significasse l'inteso movimento. Albeggiava il d 26, allorquando giungeva improvvisa alla svegliata citt una voce annunziante l'anelata comparsa degli austriaci, e le risonanti grida di - Viva l'Imperatore! Viva Francesco! - Quella voce e queste grida, che assordavano l'aria, ravvivavano i timorosi loro spiriti, e tornavano loro tanto pi gradite, in quanto che si credevano oggimai liberati per sempre dal bavaro giogo. Un aprire d'imposte, un affacciarsi alle finestre, un uscire impetuosamente fuor delle case, un affollarsi per le cittadine contrade fu cosa d'un sol momento; il giubilo, le acclamazioni e le grida di - Viva l'Austria! Viva l'Imperatore! - divenivano universali. In mezzo alla folla del popolo entravano poco dopo tre reggimenti d'infanteria, preceduti dalle loro musiche, e da un drappello di dragoni a cavallo. Alcune compagnie di tirolesi con bandiere spiegate, con tamburi battenti e a suon di pifferi, calavano contemporaneamente dai monti col supremo loro condottiero Hoffer. Fra i regolari ed i tirolesi che scollinavano, si trovava eziandio il tenente maresciallo Chasteler, alla cui vista le acclamazioni raddoppiavansi, tutte le campane incessantemente suonavano a festa; cittadini e soldati si mescolavano insieme abbracciandosi e manifestandosi la reciproca contentezza. Spinti alcuni dei primi da un naturale trasporto d'allegrezza si facevano a baciare persino i soldati e le bandiere, spargendo lagrime di consolazione. Tutta la citt sembrava sottosopra; ciascuno credeva d'esser risorto a vita novella: tanto era l'entusiasmo dei roveretani in vedersi dalla fortuna restituiti al dominio dell'Austria, sotto di cui, tranne gli ultimi tre anni, vissero, in virt d'una spontanea lor dedizione, per la lunghezza di tre secoli, cio del 1509 in poi. Il giorno dopo giunse anche il vescovo di Gurch, Francesco Saverio di Salm, il quale veniva accompagnando ed animando la nazionale milizia di Carintia. Ai 29 egli visit lo spedale, e a tutti i soldati feriti, i pi dei quali eran francesi, distribu egli stesso una limosina generosa.
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Mentre il popolo festeggiava il felice avvenimento, i padri della patria occupavansi in vettovagliare la sopraggiunta armata di circa 18000 uomini, e in provvedere il foraggio pei cavalli. La cassa cittadina era esausta dalle spese gi sostenute per l'armata napoleonica. Istruiti gli abitanti dai lamenti di quei creditori che nelle belliche passate vicende aveano somministrati alla citt generi ed imprestati danari, e che non erano ancora stati soddisfatti; nessuno di essi si arrischiava di fidanzarle il menomo importo. Fra i pubblici rettori annoveravansi bens dei cittadini per ingegno ed esperienza notevolissimi e capaci di amministrare la cosa pubblica; ma poco giova l'umana virt quando manca la pecunia, ed il credito  intieramente scemato. Provvidero al bisogno del momento impegnando la privata lor fede, e giovandosi in parte delle spontanee somministrazioni di alcuni cittadini; e pel bisogno futuro convocarono il consiglio dei Trentuno, a cui erano sottomessi gli affari della pi alta importanza. Questo adunossi il d 28 aprile, e prese partito di obbligare i benestanti cittadini ad un imprestito intanto di dodici mila fiorini, da ripartirsi sur essi a seconda delle rispettive loro forze economiche, spediente che nelle gravi contingenze di quell'anno venne adottato anche dagli altri comuni della provincia. Un altro imprestito obbligatorio fu ordinato ne' susseguenti giorni a carico dei comuni componenti la militare stazione.
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Giunto il generale Chasteler nella conquistata terra, e nell'alloggio apprestatogli nel palazzo dei conti Fedrigotti(5), ordin ad una parte dell'esercito, che stava reficiandosi, di seguitare senza indugio lungo le due rive dell'Adige sino ai confini della provincia il nemico che ito era a campeggiare presso Peri. Pochi momenti dopo il di lui arrivo, il Magistrato cittadino fecesi a complimentarlo ed a congratularsi della sua gloriosa venuta. Lo accolse Chasteler con somma gentilezza manifestandogli la verace soddisfazione ch'egli sentiva per vedersi in mezzo ad un popolo tanto affezionato al suo signore. Mostr in appresso il desiderio di vedere la cittadina milizia eretta sotto il bavaro reggimento, e composta di due compagnie comandate dai capitani Alberto conte degli Alberti, e Giulio barone de' Pizzini. La vide schierata nella piazza del Podest, ne fece la rassegna durante il continuato suono della di lei musica; ne lod la bella ed uniforme tenuta, e si piacque accettare dalla medesima una guardia d'onore durante la sua stanza in Rovereto: solo not ai due capitani, che la nappa di color bianco e celeste, attaccata al cappello formato a due punte, si tramutasse nel color rosso, e che gli ufficiali dovessero deporre la ciarpa d'argento che portavano alla cintura. Ordin alle cittadine sentinelle, che guardavano il suo alloggio, di dover presentare l'arma al comandante supremo dei tirolesi ogni qual volta passasse loro dinanzi, il che far dovevano eziandio quelle dei regolari per un espresso comando di Chasteler, col quale veniva quegli di sovente ad abboccarsi, o per ricevere le sue disposizioni, o per dargli i suoi graditi consigli sul movimento della sua gente.
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Successivamente a Chasteler comparve il barone Giuseppe Horrmayer, eletto dall'Imperatore a Commissario della provincia e dell'armata; ed appena arrivato, chiamava a s tutti i superiori dei diversi uffizii, ordinava loro di continuare provvisoriamente le ufficiali incombenze secondo il bavaro sistema, e facevasi prestare il giuramento di essere fedeli all'Imperatore d'Austria. Eman dappoi un ordinamento, che si dovesse cantare nelle chiese parrocchiali una messa solenne, ed il Te Deum, a fine di ringraziare il Cielo per le vittorie ottenute dalle armi austriache, e per implorare alle medesime un'eguale benedizione in avvenire. Supplici i padri della patria col popolo intervenivano il d 30 aprile nella chiesa arcipretale a questo solenne ringraziamento, e fra i divini sacrificii pregavan da Dio, che fra l'armi medesime continuasse a risplendere la vittoria.
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Ma mentre giubilava il Tirolo per la prosperit della fortuna, e gli austriaci popoli innalzavano al cielo le pi fervide grazie per le passate vittorie, le armate imperiali toccavano sulle germaniche terre le pi atroci sconfitte. La fortuna volse novellamente propizia alla Francia. Dappoich l'arciduca Carlo avea spinto il suo esercito nel cuor della Baviera, e rivolgeva il passo alla volta del Reno, riportando non lievi vantaggi; dappoich anche l'arciduca Giovanni avea respinta l'armata del Vicer fin oltre Vicenza, ed era per accostarsi alle terre veronesi, e che tutto il Tirolo era gi tornato in potere dell'armi austriache, cooperandovi i tirolesi con azioni tanto gloriose; tutto ad un tratto il cielo si fe' tenebroso, e cadde sull'Austria una tempesta desolatrice. Napoleone ancora forte e potente negli eserciti, ancora grande nei guerrieri consigli, ancora fortunato nelle magnanime intraprese, dopo il successo delle battaglie di Abensberg e di Landshut, rannod alcune divisioni della sua armata e dell'armata bavara e virtemberghese, e con un formidabile esercito scagliossi furiosamente sull'esercito dell'arciduca Carlo campeggiante nelle vicinanze di Eckmhl. Il giorno 23 terminava questa lotta di cinque giorni con la presa di Ratisbona, e col sospingere Carlo in Boemia. Napoleone avea stremato le forze austriache di forse 60000 uomini, e di oltre a cento pezzi d'artiglieria.
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L'infausto avvenimento fu annunziato per li corrieri. Udillo con umido ciglio l'arciduca Giovanni nei primordii delle sue vittorie; udillo Chasteler con animo agitato nel colmo della fortunata sua spedizione. La notizia, tenuta celata colla massima gelosia, si sparse lentamente negli austriaci popoli e nelle austriache armate. Queste sbalordirono di maraviglia, quelli trepidarono per timore. Qual sensazione abbia prodotto nell'animo de' tirolesi  pi facile immaginare che descrivere, massime se si considera, ch'eglino si credevano oggimai consolidati nel procacciatosi novello destino.
La ritirata dell'arciduca Carlo, da cui dipendeva la somma delle cose, atterrava i trionfi dell'esercito, che omai signoreggiava in alcune provincie dell'Italia, arrestava la vittoriosa marcia del corpo di Chasteler, che insieme coi tirolesi sollevati dovea a quello congiungersi nel territorio di Verona, e produceva per soprassello la ritirata dell'uno e dell'altro.
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Ritiravasi adunque dalle conquistate terre l'arciduca Giovanni, ritiravasi a presti passi il Chasteler dai confini del Tirolo, chiamati ambidue dall'aulico consiglio di guerra, il primo a difendere la metropoli dell'austriaca monarchia minacciata dal celere avanzamento di Napoleone per la sponda destra del Danubio, il secondo a porgere un sollecito soccorso all'armata manomessa dell'arciduca Carlo. Queste ritirantisi armate venivano perseguitate dalle nemiche, e conseguentemente rientrava dall'Italia nel Tirolo con cinque mila napoleoniani il generale Rusca, surrogato a Baraguey d'Hilliers, chiamato dal vicer ad altra destinazione.
Il movimento retrogrado di Chasteler presagiva ai tirolesi una serie spaventevole di novelle sciagure, e copriva il paese di lutto universale. Al rumore degli ardimenti, alle narrate allegrezze, ai riportati trionfi succedeva pertanto nei primi giorni di maggio il silenzio, la trepidazione e l'abbattimento di tutti. Gli armati avviliti e confusi mandavano dall'imo del cuore addolorato sospiri, piangendo il sangue inutilmente perduto; la plebaglia si abbandonava, in mezzo ai lamenti, alla precipitosa risoluzione di ostarsi persino forzosamente alla ritirata degli austriaci, che Chasteler conduceva fuori del Tirolo, commettendo, massime ad Hall, de' disperati eccessi; i vecchi e gli inermi gettavano un pietoso sguardo sull'opre gloriose dei figli e de' fratelli, le quali omai giudicavansi cadute a voto, in ispecie da coloro che le cose misuravano col compasso della prudenza e della riflessione; le spose deponevano fra i singhiozzi, la rabbia e il dolore, le trionfali ghirlande approntate per decorare i loro mariti, temendo oggimai ancor esse, che gli onorati allori dovessero cangiarsi in funebri cipressi. Ma andrebbe errato chi si facesse a credere che la spaventevole catastrofe di Eckmhl, la ritirata sforzata dell'arciduca Carlo, e quella volontaria dell'arciduca Giovanni, l'abbandono di Chasteler, e l'avvicinamento dell'armi napoleoniane alla capitale dell'Austria, potessero aver spenta intieramente nei tirolesi petti la lusingatrice speranza, e gli avesse indotti a deporre le armi. No. La speranza germinava tuttavia nei loro cuori: il pensiero poi, che nella provincia rimaneva un polso di regolari a piedi e a cavallo, lasciato da Chasteler per conservare possibilmente la di lei difesa, contribuiva a maggiormente fomentare quella dominante passione, i cui terribili effetti saranno lacrimevole e maraviglioso soggetto dei seguenti capitoli.
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CAPITOLO 5.
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Napoleone comanda di trre al Tirolo la comunicazione coll'Austria. Avanzamento de' napoleoniani nel Tirolo italiano. Difesa del tenente colonnello conte di Leiningen in Ala. Sua ritirata a Rovereto, a Trento e poscia a Lavis. Il generale Rusca l'insegue. Carattere strano di questo generale. Sua diversione verso Bassano. Il Leiningen con 800 fanti e 50 dragoni prende alloggiamento nel castello di Trento, che viene fortificato insieme alle mura della citt. Scorrerie del Leiningen verso i confini veronesi. Il maresciallo Lefebvre entra nel Tirolo tedesco colle due colonne governate dai bavari generali Wrede e Deroy. Quest'ultimo entra in Innsbruck. Hoffer lo attacca colla massa tirolese, e con piccol nervo d'austriaci. Seguono varii ed accaniti combattimenti con trionfo dei tirolesi, che liberano dal nemico tutta la valle dell'Enno. Fatti d'armi avvenuti nel Vorarlberg. Napoleone pianta il suo alloggiamento a Schnbrunn. Capitolazione di Vienna, e battaglia d'Essling.
Le vittorie di Napoleone sulle terre di Germania allargavansi anche in sul cominciare di maggio, e facevano gemere vieppi la Casa d'Austria, talch la di lei armata, anzich volgere il pensiero alla difesa del Tirolo, pensar doveva a difendere il trono e le viscere pi interne della sua monarchia. All'incontro Napoleone, quantunque occupato nella grandiosa impresa d'impadronirsi un'altra volta dell'austriaca metropoli, non perdeva di vista il punto centrale della tirolese provincia; e per, in mezzo alla folla delle sue operazioni di guerra e di stato, dettava dalle sponde del Danubio il comando, ch'ella si mettesse meglio alle strette dalle truppe di lui e de' suoi alleati; che si avesse a ripigliare, e che tolta le fosse la comunicazione che colle armate cesaree ancora conservava. I tirolesi vedeano queste gravi e minaccianti misure, la piena dei mali che lor venivano addosso, i fieri colpi della fortuna da cui l'Austria era flagellata; ma le notizie che circolavano, o si facevano correre con segreti raggiri, e dell'insurrezione ungherese e croata, e degli eretti battaglioni di difesa del paese, e de' fortissimi armamenti nelle provincie ancor possedute dall'Austria, e dell'unione de' varii suoi corpi d'armata, riempivano le menti, adescavano maggiormente la speranza di vedere ben presto un felice rovescio di cose, ed erano di fortissimo sprone agli allarmanti apparecchi della patria difesa.
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Il tirolese suolo risuonava pertanto novellamente d'armi e d'armati. Difatto, non appena avea incominciato Chasteler la sua ritirata dagli italici confini, che le napoleoniane truppe vi penetravano dalla parte del territorio veronese. Il tenente colonnello Leiningen, rimasto al comando del retroguardo imperiale, veniva assalito il giorno 2 maggio presso la citt di Ala. Egli si opponeva coraggiosamente per qualche ora, ma il luogo e le poche sue forze di soli 600 uomini non consentivano di durar d'avvantaggio nella difesa, tanto meno che altrimenti suonava l'ordine del supremo suo comandante. Il d seguente parea volesse rinnovellare il contrasto a Rovereto, avendo postata la sua gente in vicinanza alla chiesa di S. Maria del sobborgo di S. Tommaso; ma fosse la notizia delle superiori forze napoleoniane, fosse la situazione troppo esposta ad essere da pi parti superata ed assalita da tergo, egli cambiava tutt'ad un tratto disposizione, e intorno alle ore 9 di mattina partiva difilatamente alla volta di Trento. Due ore dopo entrava in Rovereto la colonna del generale Rusca di circa 4000 uomini, con artiglieria, la cui vanguardia era comandata dal generale Bertoletti. Ad eccezione di alcune squadre appuntate verso a Volano, alle Porte e al monte della Croce a cavaliere delle strade di Vallunga e di Noriglio, il resto della soldatesca, fra cui si contavan trecento cavalli, s'accampava militarmente nella strada del Corso nuovo e dei Paganini.
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Durante la sua dimora, ebbe la citt a scorgere che i comandanti napoleoniani non pi la trattavano come suddita dell'alleato re di Baviera, ma come un paese di conquista, ed aderente agli altri sollevatisi paesi del Tirolo. Un s fatto cangiamento spiegava massimamente il Rusca, per verit valoroso guerriero, ma di s ferrigna natura, che il Tirolo tedesco ricorder col pi alto rammarico e per lunga stagione. D'umore assai stravagante, appena pose piede in Rovereto, rimprover acremente i cittadini delle allegrezze che col festivo suono delle campane manifestarono alla venuta degli austriaci, dell'orrevole servizio dalla cittadina milizia prestato al generale Chasteler, accontentandosi poi, che a lui pure fosse fatto eguale onore; pretese senza discrezione per la sua truppa duplici porzioni di vitto e di foraggio, cio non il bisognevole, ma il superfluo; minacci al Marchesani l'incendio della sua stamperia, per aver egli, nel tempo che in Rovereto stanziavano gli austriaci, pubblicate colle sue gazzette alcune notizie da lui appellate false e in disdoro dell'armi francesi ed italiane; minaccia, che dopo l'incusso spavento, e le interposizioni fatte, convert bizzarramente in una risata, prorompendo che altro  dire, altro  fare. Abbisognando di tradurre ad Ala alcuni prigionieri austriaci, ordin al comandante dei militi cittadini che ne fossero messi tantosto a sua disposizione dodici, con un caporale, perch servissero a quelli di scorta; ed avvisato ch'eran gi pronti al suo volere, se gli fece tutti comparire dinanzi, e nell'affidar loro il trasporto: "Arricordatevi, disse loro con severissimo piglio, che se alcuno dei prigionieri, che a voi oggi consegno, vi avesse a fuggire, per uno di essi, sar passato per l'armi uno di voi." Ai deputati di Mori, requisiti sotto responsabilit del Municipio di Rovereto, brav l'incendio della lor terra per le archibugiate scagliate contro i cavalieri francesi, per aver dato nelle campane, e rapinato il militare carriaggio: l'agitazione di quell'innocente borgata era venuta al sommo; ma nell'angoscioso evento non venne meno il civile coraggio di Giuseppe dei Telani, onorevolissimo cavaliere roveretano, il quale, essendo deputato cittadino, e per volere del generale nella necessit di doversi giorno e notte prestare ai di lui comandi, arriv a insinuarsi, e a poter di modo sul soldatesco cuore del Rusca, da disacerbarne l'ira, che, fosse vera od infinta, non fu schiva agli accordi, e si quet al tintinno dei numerati quattrini, mostrandosi persino generosa nel rilasciare i capi di famiglia presi in ostaggio nel punto della ritirata. Per buona ventura la citt fu ben presto liberata dalle stravaganze e dal rigore d'un s temuto condottiere; il d 4, verso il meriggio, egli partiva alla volta di Trento con una parte della sua gente, avendolo l'altra seguitato il d appresso.
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Affacciavasi l'antiguardo francese alle 5 della sera alla porta di S. Croce di Trento. L'audacissimo Leiningen, ultimo fra tutti a ritirarsi, n'avea chiavate di propria mano in faccia al nemico le imposte, ed a sprone battuto si scaraventava fuor delle cittadine contrade. Giunto nel sobborgo di San Martino, dall'alto d'una finestra, a cui troppo avventatamente fu levata la sbarra affin di chiuderla per l'improvviso tafferuglio, cadde molto a lui vicino un vaso di fiori; e a una gettata di fucile fuor della porta, un carro di sermenti, che dalla via di Pietra Stretta era sboccato in quel punto a tutto caso sullo stradone, abbarr la corsa al focosissimo suo cavallo, che lanciatosi a tutta carriera fuor sopra di quell'ostacolo, lo salv dall'esser fatto prigione dai francesi dragoni, che circuendo velocissimi l'esteriore pomerio della citt, gli erano gi riusciti alle spalle. Per questi due accidenti, a cui si volle dare doppia interpretazione, e questa tale che non si dovea, gl'innocenti cittadini, presi in forte sospetto, furono spaventosamente minacciati, ed il Municipio accusato e chiamato a giustificarsi.
Il Rusca, fatto alto nel sobborgo per aspettare l'artiglieria, che l'avanzante colonna spalleggiava, avendo udito dai cittadini, a cui avea imposto d'aprire, che il colonnello austriaco s'avea portato la chiave, ordin loro di ben guardarsi, e con tre palle di cannone dirittamente imberciate la porta era sfondata. Entravano circa le ore sei i napoleoniani, e siccome il Leiningen s'era intanto ritirato al pi opportuno ritegno di Lavis, cos l'ingresso succedeva nella tridentina citt senza spargimento di sangue. Tutti temevano che al domani le avversarie parti venissero a giornata in sulle sponde del torrente Avisio, alla cui destra stavano trincerate le genti dal Leiningen comandate; ma non fu vero, poich il Rusca conduceva il d 5 la sua colonna alla volta di Bassano. Donde traesse l'inaspettata diversione nol si pot penetrare; chi la diceva derivante da un comando del vicer, e chi voleva sapere che un esploratore avesse informato il Rusca, il piccolo corpo capitanato da Leiningen essere stato ingrossato da molte compagnie di difensori, calate dalla valle di Fiemme e dalla terra di Bolzano. Il Leiningen, che in Lavis aveva apparecchiati alla difesa i pochi suoi valorosi, in un coi tirolesi ivi arrivati di fresco, udita la diversione del Rusca, si maravigliava dell'impensato evento, e in sulla sera del giorno stesso si trasferiva a Trento con 800 fanti e 50 dragoni, stabilendo nel Castello di questa citt il suo alloggiamento, e dichiarandosi comandante superiore del Tirolo meridionale.
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Al rumore dell'armi subentrava ne' susseguenti giorni di maggio alquanto riposo, ma riposo doloroso anzi che no, attesa principalmente la procella, che oggimai a danno del Tirolo da lontano ululava, e che gli uomini assennati, e non diretti dal cieco fanatismo, vedevano pur troppo avvicinarsi. Scorgeva di leggieri il Leiningen, che la destinazione della governata colonna dipendeva in ispecie dall'esito delle grandi armate, e prevedeva pur anco, che il non lontano nemico non solo nol lascierebbe in pace, ma che anzi verrebbe a molestarlo ben di sovente; e perci venne alla risoluzione di migliorare con ogni sollecitudine lo stato di difesa, che porgere potevano il castello, e la murata citt. A quest'uopo fu innalzata, e coronata di cannoniere la torre, che dentro il castello signoreggia; si aprirono feritoje; si costruirono casematte, terrapieni e barricate, tanto nell'interno quanto davanti alle sue porte; si atterr buon tratto delle mura che cingevano il parco, detto la Cervara, affinch il nemico non avesse a mettervisi in agguato; si ristaurarono le cittadine mura, massime presso la porta di San Lorenzo, e quella di Santa Croce, sopra di cui furono appuntati due cannoni. Per tal modo ei procacciava di rendere le fortificazioni se non capaci abbastanza a mantenervi una lunga resistenza, almeno atte a rintuzzare momentaneamente un'impetuoso e pregiudicevole assalto.
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Mentre si mandavano ad esecuzione queste opere di difesa, ravvisavasi, tanto nei regolari di Leiningen, quanto nei difensori tirolesi delle compagnie di Bolzano, della valle di Fiemme, e di alcun'altra, un continuo andare e venire, ora in su ora in gi ora in uno ora in altro paese; lo stesso Leiningen scorreva di tratto in tratto l'italiana regione con un qualche distaccamento della sua colonna, ed alcuna delle sue pattuglie, bezzicando perfin oltre i confini dell'italico regno; anzi riusc ad una delle medesime di sorprendere, in sul finire di maggio, nel paese di Torri, posto sul lago di Garda, alcuni gendarmi, che prigionieri condusse a Trento coi loro cavalli, e due piccoli cannoni levati da quel villaggio.
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Lasciando ora il Tirolo italiano nella dolorosa sua quiete, mi volger a dire del tedesco, a cui le avvenute cose mi chiamano. Il carico principale di mettere questa regione alle strette, fu da Napoleone commesso al maresciallo Lefebvre, da lui creato Duca di Danzica, staccandolo dall'armata, che in verso l'austriaca metropoli la vittoriosa marcia aveva indirizzata. Il prescelto duce gi veniva alla volta della sollevata provincia, agguerrita piuttosto d'un ardire sovrumano, che d'armi bastanti all'ideata difesa. Conduceva seco i corpi d'armata, di cui avevano l'amministrazione i generali bavaresi Wrede e Deroy. Penetrando dal Salisburghese per lo passo di Strub, scontravasi il d 13 maggio presso Wrgel con un distaccamento del corpo d'armata del tenente maresciallo Chasteler, chiamato ad altre pi gravi fazioni. La preponderanza delle bavare forze ripulsava lo scontro, superava facilmente la posizione, e il d 19 entrava in Innsbruck, conquistando l'intiera valle dell'Enno inferiore. Una disposizione del supremo comando militare richiam il d 23 da detta citt a Salisburgo il corpo principale di Wrede, sicch non rimanevano nella sottomessa valle che circa 6000 uomini, fra cui 1000 di cavalleria, con 18 cannoni, comandati dal generale Deroy. Tutti i passi del settentrionale Tirolo, da Reutte sino ad Ackenthal, venivano a questi giorni occupati ed armati dalla bavara milizia. I pochissimi ostacoli, che i bavari incontrarono nella narrata occupazione, facevano loro credere oggimai, che la calma fosse subentrata ai passati rumori; che il sentimento dei tirolesi di difendere l'indipendenza della lor patria fosse svanito, e che ritornati e tranquilli ei fossero ai loro focolari. La cosa camminava invece tutto all'opposto.
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Il valoroso Hoffer, che non aveva ancora n perdute le speranze di vedere l'Austria risorgere, n deposto il pensiero della patria difesa, usciva tutt'ad un tratto il d 25 con una parte della rassestata massa dei difensori, e si accingeva ad attaccare i bavaresi spalleggiato dai battaglioni de' reggimenti imperiali Lusignan e Devauk, e de' cacciatori, che il generale barone di Buol, comandante superiore del Tirolo, intento a far condurre a termine le fortificazioni sul Brenner, aveva quivi appositamente distaccati dal comandato suo corpo. L'ammassato esercito con sei cannoni si divideva in due colonne. Una, composta di tirolesi diretti da Hoffer, e di regolari comandati dal tenente colonnello barone Ertel di Lusignan, addrizzava i passi dallo Schnberg verso il monte Isel; e l'altra, che ubbidiva al tenente colonnello de Reissenfels di Devaux, rivolgeva il cammino per Ellenbgen verso Hall. Ardire e volont conforme s negli uni che negli altri, promettevano fortunoso avvenimento. I bavari avevano apprestate le armi, desiderosi di venire a cimento con un nemico, che molto odiavano. Alle ore 9 di mattina la prima colonna degli austriaci e dei tirolesi avanzando dallo Schnberg sopra le alture di Naters, costringeva con molta violenza le bavare schiere ad abbandonare in tutta fretta la loro posizione sul monte Isel, ed a trincerarsi sulle alture di Wilten. Quando l'austro-tirolese colonna si approssimava alle trincee, scaricavano i bavari contro di essa una rovinosa tempesta di moschettate e di palle di cannone. I bravi cacciatori ed artiglieri austriaci, fervidissimi alle confortatrici parole di bravi capitani, si avventavano coraggiosamente i primi. L'urto impetuoso di questi, e il non minore riurto di quelli, accrescevano il numero delle uccisioni. La parte bavara propulsava terribilmente il novello assalto degli avversarj, ma questi menavano le mani con tanto impeto nell'accaneggiato conflitto, che quella incominciava a disordinarsi nel corno sinistro, e quindi calava in campo aperto ritirandosi in sulla sera verso Innsbruck, e cedendo alla parte vincitrice le anzidette alture.
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Inaspriti i bavari dalla perdita di circa mille uomini fra morti e feriti, ricomparivano il d 26 furiosamente alla pugna. Un'ora avanti il meriggio incominciava a farsi novellamente sentir nella valle lo strepito spaventoso dei cannoni e della moschetteria. L'urtare e il sospingere succedevano a vicenda; niuna delle parti piegava; in ambedue oltremodo imperversavano il coraggio e l'ostinatezza. Al tramontare del sole rallentava, per mancanza della munizione, l'indicibile costanza della tirolese milizia, declinando a poco poco dal combattimento. I bavari, approfittando dello scorto rallentamento, arrovellatamente rovesciavano, scompigliavano e ricacciavano i tirolesi, i quali, giunti al punto di non poter pi rispondere col fuoco, ed essendo per soprassello venuto a piovere, rinunziavano in un cogli austriaci al vantaggio pria riportato, e quinci ritornavano alle primiere posizioni dello Schnberg e di Patxh, cedendo loro il monte Isel, e le alture di Natters. In queste posizioni campeggiavano i d 27 e 28 le combattenti squadre, prendendo riposo dalle fatiche nei varcati giorni sostenute.
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Il d 29 era destinato a novello cimento, e fra le ore 8 alle 9 del medesimo gli austriaci e i tirolesi divisi in due colonne come il d 25, diffilavano fieri e baldanzosi verso le nemiche trincee. I tirolesi sommavano a diciotto mila. I guerrieri si approssimavano, si scoprivano, e principiavano a fulminare coi cannoni e cogli archibugi. La battaglia infuriava, il cannonamento e la moschetteria facevano un orribile rimbombo, e spaventavano terribilmente i valligiani, e gli abitanti della circostante citt. Al valoroso combattere degli austriaci e dei tirolesi rispondeva il valoroso combattere dei bavari soldati. Di tre ore era gi passato il meriggio, che i forti petti tuttavia rinfocolavano nella pugna mantenendo in bilico la contrastata vittoria, ma in fine verso le ore quattro l'eroico valore degli austriaci e dei tirolesi superava l'eroico valore dei bavari. Non potendo questi pi resistere al terribile cozzo ed alla micidialissima strage, prendevano sforzatamente il partito di ritirarsi nella pianura, e di qui, continuamente perseguitati dagli avversarj, ripiegavano alla volta d'Innsbruck. I vinti perdettero fra morti e feriti circa 2300 uomini; 269, compresi sei ufficiali, rimasero prigionieri, e circa 300, giusta la costoro asserzione, andaron smarriti. Tre carri di bagaglie e tredici di munizione ornarono il trionfo dei vincitori. A tale preda aggiunger doveansi quattro cannoni, che i bavari, per non abbandonare nelle mani nemiche, rovesciarono dal monte Anget nelle acque. La perdita degl'imperiali sommava fra i morti a due ufficiali, venticinque uomini e due cavalli, e fra i feriti a sessanta con un ufficiale; e quella dei tirolesi consistette in cinquanta morti, e dai settanta agli ottanta feriti. Dalla parte di questi fu molto compianta la morte del conte di Stakelburg di Merano, e dai bavari quella del loro tenente colonnello Gnter.
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La toccata sconfitta avvertiva il bavaro generale Deroy, che Innsbruck non era pi luogo adattato per evitare un nuovo impeto, e veggendo, d'altra parte, che prima di risorgere a nuova guerra gli abbisognavano rinforzi, atteso specialmente l'ingrossamento della milizia tirolese, deliber di ritirarsi, e nella notte fra il d 29 al 30 dirigevasi cogli avanzi della sua colonna per la via di Hall e Kuffstein a Rosenheim. L'austriaco maggiore Theimer, che cogli abitanti della valle dell'Enno superiore ebbe intorno a Zill molta parte al narrato combattimento, seguit fino a Kuffstein i fuggenti bavari, i quali potevan pur bene essere rinserrati, e rimaner quindi tutti prigioni, se gli austriaci ed i tirolesi avessero avuto la precauzione di occupare la strada pel monte Anget, quella della valle di Maria-Stein; e cos alla fine di maggio l'intiera valle dell'Enno veniva sgombrata dal nemico, ed il paese, ad eccezione della fortezza di Kuffstein, tornava di bel nuovo in poter della nazione.
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Mentre nella valle dell'Enno in tal modo cozzavano i tirolesi la causa, che incominciava a formarsi nazionale, gli abitanti del Vorarlberg, che insieme al Tirolo si levarono, davano anch'essi valorose prove pel sostegno della causa medesima, che egualmente loro interessava, perch vincolati alla stessa provincia. Nella giornata appunto del 29 maggio venivano essi attaccati presso Hochenems da un distaccamento di mille uomini, composto di soldati francesi, bavari e virtemberghesi, a cui facevano scudo altri cinquecento di cavalleria ed alcuni cannoni. All'urto di questa gente stavano apparecchiati i vorarlberghesi. Dopo le sette del mattino appiccavano quelli un vivissimo fuoco contro il loro centro comandato dal capitano Mller. Se gagliardo ed animoso era l'urto dei confederati, non meno gagliarda facevasi la difesa dagli abitanti del Vorarlberg, i quali non solo sostenevansi, ma inferocivano nell'aspra tenzone, di foggia che riuscivano bravamente a repulsare gli offensori, afferrando la vittoria col metterli in fuga sino a Klien, piccol villaggio fra Dornbrn ed Ems. Di concerto col capitano Mller agiva il capitano Riedmller, che coll'ala sinistra al di lui governo commessa si avanzava sulla strada di Gtsis verso Lustenau per minacciare di fianco il nemico, nel mentre che dai piedi del monte presso Hochenems sino verso Klien si avanzavano coll'ala destra i capitani Nachbauer ed Ellensohn. Il fuggente nemico, appuntandosi poscia coi cannoni e colla cavalleria in sulla strada, affaccendavasi a tutta possa d'impadronirsi di Klien. Riattaccavanlo quivi colle sopraggiunte loro squadre i vorarlberghesi. I collegati, mutando l'offesa in difesa, scagliavano sugli assalitori una grandine di palle d'archibugio e di cannone. Si battagliava gi da due ore, in capo alle quali la parte vorarlberghese aggiungendo forza a coraggio rovesciava i collegati, di guisa che finalmente dovettero questi e rinunziarle l'occupato suolo, e rinculare sino a Lautrach. In questa posizione allargavano a destra e a sinistra la loro cavalleria per difendersi da un ulteriore attacco.
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Senza far alto in alcun luogo e riposarsi, continuavano i vorarlberghesi nella vittoriosa impresa, avanzandosi a presti passi col loro centro per la strada maestra di Lautrach unitamente ad una compagnia del reggimento imperiale Lusignan, avente un cannone, e coll'ala destra verso Wohlfrth sino al ponte di Ach, al quale il nemico stava appiccando il fuoco per distruggerlo. Non dissimile destino ebbero i collegati anche in quest'ultimo certame. L'investirli, il batterli, il disordinarli e il metterli in ritirata verso Bregenz, fu l'opera di brevi istanti. Per un rinforzo di 400 virtemberghesi, dianzi arrivati in Bregenz, credevano essi di ristorare la cadente fortuna, e per con estremo sforzo affrontavano ivi novellamente l'avanzante colonna. Questa serravasi loro addosso con tanto irresistibile impeto, che una mezz'ora sola bast a prostrare totalmente le mal fondate speranze, e dopo sette ore di reiterate fazioni andava il nemico a riposarsi in Lindau, sgombrando scompigliatamente la citt di Bregenz e i suoi dintorni, di maniera che tutto il Vorarlberg per lo squisito valore di pochi suoi abitanti veniva per intiero liberato da un'armata superiore di forze, e provveduta di cavalleria e di artiglieria, e ci con non grave perdita, la quale, per morti, feriti e prigionieri, fu molto pi significante nella parte nemica.
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Con questi fatti stava per uscire il mese di maggio. I tirolesi e i vorarlberghesi insanguinavano le valli ed i monti, arrischiavano le loro vite, si esponevano agli orribili strazj, agli aspri martirj, ed alle dolorose morti per difendere l'offesa patria, e liberarla dalla insoffribile presenza d'un irato nemico; ma le vicende dell'Austria si riducevano ad un partito viemmaggiormente disperato, ed atterravano ognor pi, a giudizio dei savj, la lusingatrice loro speranza, fomentata da alcuni fanatici, che prendevano lucciole per lanterne. Gi sino dal d 13 le armi napoleoniche folgoreggiavano in Vienna, avventurosamente sottratta, per la statuita capitolazione, dal gi cominciato bombardamento; gi Napoleone, gran maestro nell'arte delle battaglie, avea con alta maraviglia superati i pi possenti ostacoli, e passeggiava trionfante gl'imperiali appartamenti di Schnbrunn, dove gli si presentarono i viennesi deputati, che, oltre la salvezza della citt, ottennero promessa che dessa sarebbe trattata cogli stessi riguardi dell'anno 1805. Un tanto infortunio accorava oltremodo l'Imperatore Francesco, veggendo specialmente la diletta sua capitale signoreggiata dal nemico; ma le speranze da lui riposte negli arciduchi Carlo e Giovanni suoi fratelli, e lo spirito delle armate di cui essi avevano il supremo generalato, non erano ci non pertanto scemate. Curvati sotto tanti disastri, in preda a tante afflizioni, conservavano queglino in s crudele frangente immota la mente, e ruminavano i disegni per poter fiaccare l'orgoglio del vincitore. La grossa e sanguinosa battaglia d'Essling, combattuta con avversa fortuna ai 21 e 22 di maggio, porge una luminosa prova dell'egregio valore, che nel petto degli austriaci guerrieri ancor s'annidava a fronte dei rovesci e delle gravissime perdite incontrate: contro la forza non basta il valore; e quella era di gran lunga superiore negli eserciti di Napoleone, che, oltre della gran massa dei francesi e degl'italiani, si componevano dei contingenti forniti dai Principi della renana confederazione.
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CAPITOLO 6.
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Il colonnello francese Livier entra con 1520 uomini nel Tirolo italiano. Suo scontro al ponte del Fersina presso Trento, colle prime quadriglie del tenente colonnello Leiningen. Livier intima la resa del castello di Trento e della citt al colonnello Leiningen, ed eccita i cittadini a cooperare in di lui ajuto. Risposta negativa del colonnello Leiningen e del Magistrato. Scaramuccia sotto le mura di Trento. Ritirata di Livier a Rovereto. Suo ritorno a Trento. Suo scontro cogli austriaci presso Mattarello, e nuovo fatto sotto le mura di Trento. Perdita del Livier e sua nuova ritirata a Rovereto, indi fuori del Tirolo. Scorreria de' sollevati d'oltre Adige in Rovereto. Nuova comparsa in Tirolo del colonnello Livier, e suo ritorno ai confini. I bavari, condotti dal colonnello conte d'Arco, si avvicinano a Mittewald e Valgau. Alcune compagnie di sollevati li affrontano. Queste si ritirano a Scharnitz. Quivi ripulsano i bavari con perdita. I bavari entrano nel Vorarlberg, ed incalzano i sollevati al di l di Hrbranz. Questi in appresso li respingono sino a Lindau, e fanno una spedizione a Costanza con pochi austriaci, la prendono, e fan prigioniero il piccolo presidio.
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Incominciava il mese di giugno, e lo strepito dell'armi, lo spargimento del sangue, le stragi, le morti rinnovellavansi nell'infelice provincia. Presagivano anche i meno assennati, che il francese conquistatore non avrebbe lasciato di vista il belligero Tirolo; che la Baviera, insuperbita, e resa gagliarda dai trionfi del potente alleato, non esiterebbe a rivendicare le offese. Di fatto, ne' primi quattro giorni di questo mese, la provincia venia messa di nuovo alle strette nella valle dell'Adige, e nella valle superiore dell'Enno. In ambidue queste valli ricomparivano le odiate insegne; in ambidue il cannone rimbombava e scuoteva le falde dei monti; le condizioni vieppi s'aggravavano, ed inclinavano ad un funesto avvenire.
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Varii e meno gravi gli accidenti di guerra nella parte del mezzogiorno; di maggior importanza quelli della parte a settentrione.
Ai 3 giugno arrivavano in Rovereto all'improvviso e spartitamente 1480 accogliticci di varii reggimenti francesi ed italiani, con due cannoni e 40 dragoni del reggimento Regina. Il colonnello francese Livier comandava a questo nervo di gente, destinato a riprendere il possesso del Tirolo italiano. Alla punta del giorno 4 partiva Livier alla volta di Trento, ed appressandosi al ponte del torrentello Sal, a un miglio di quella citt, egli scorgeva le prime quadriglie austriache, ivi appostate dal Leiningen. Il vederle, il venire con esse a giornata, fu tutt'uno. Affrontavano validamente gli austriaci l'assalto dei napoleoniani; ma dopo forte resistenza, per l'inferiorit delle forze, si ritiravano nel castello, dove il Leiningen stava gi bene apparecchiato per iscontrare col fuoco il vegnente nemico. Livier, fatto alto fra il torrente Fersina e la porta di Santa Croce, spediva ad un tempo un araldo all'austriaco colonnello, per intimargli la resa del castello, e un segreto messo al Magistrato della citt, eccitandolo ad armare i cittadini per conseguire viemmeglio, col loro mezzo, lo scopo della sua intimazione, qualora negata venisse la resa. Leiningen non solo ricus la proposta, ma rimand eziandio colle brusche il parlamentario, dandogli incombenza di riferire al francese, che ben lungi dal venire a tanta vilt, egli era disposto ad affrontare qualunque pericoloso cimento; ed il Magistrato prudentemente rispose, secondo dicevasi, che la citt si esporrebbe piuttosto ai disastri d'un bombardamento, che impugnare le armi contro gl'imperiali soldati. Alle quali risposte il francese per alcun tratto temporeggi; se non che l'ira onde fu preso, li trasse a lanciare alcune bombe sopra l'innocente citt(6). Veggendo il Leiningen, che il nemico niente contro di lui intraprendeva, mand fuori dal castello, verso le ore quattro della sera, il capitano Hbler con alcuni cacciatori del nono battaglione, confortandoli con virili parole a bersagliarlo colle loro carabine dalle mura. L'ordine del coraggioso comandante ottenne celere esecuzione. Tutt'ad un tratto una tempesta di palle piombava sui sottoposti napoleoniani, la quale continuando per due ore, cagion loro alcune uccisioni; per lo che declinando essi dal far testa contro gli appiattati avversari, dopo le sei lasciavano la terra di Trento, e intorno alla mezzanotte capitavano all'improvviso a Rovereto, senza che i roveretani scoprissero la causa della subita ritirata.
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Il giorno 5 i francesi, salendo il lago di Garda sopra una flottiglia di barche, cannoneggiarono Riva, ch'era tenuta pei sollevati di quei contorni e delle Giudicarie, i quali in grosso stormo fattisi a scontrar l'inimico, lo misero in volta, risalendo poi ad occupare le posizioni di Nago sino a Loppio; ed essendo calati dai monti d'oltr'Adige degli altri difensori, tutte le barche che servivano in varii punti al tragitto del fiume, furono fermate dai francesi alla riva sinistra.
Nella notte che segu al giorno 6, levatisi dalle alture di Vallunga, e dal Corso nuovo, ove aveano serenato, partivano essi novellamente per Trento, colla ferma risoluzione di espugnare il castello. Il Leiningen, che n'avea avuto l'avviso, veniva coraggiosamente con un distaccamento ad affrontare l'assalto, scegliendo opportuna situazione presso il villaggio di Mattarello. Sull'albeggiare del 7 le due parti si scorgevano, e si salutavano a vicenda con un vivissimo fuoco, che imperversando dalla parte de' napoleoniani per maggioranza delle forze, faceva prendere al Leiningen il partito d'indietreggiare, badaluccando sin sotto le mura di Trento, ove si accendeva pi fiero il combattimento, che inclinava a favore de' napoleoniani, i quali sarebbero anche entrati in citt, se non veniva loro contrastato l'avvicinamento alla porta di Santa Croce dai cacciatori, che dalle merlate mura tiravano, e ferivano terribilmente. In questa fazione i napoleoniani perdettero 30 uomini ed un ufficiale, che arditamente accostatosi alla porta per incendiarla, fu gravemente ferito. I tiri che gli austriaci cacciatori imberciavano dalle mura, ferivano ed uccidevano eziandio gli artiglieri nemici, che con un cannone puntato contro la porta, aveano incominciato a fulminare verso di essa. A fronte di tutto ci, Livier persisteva nell'azione con tanto fervore, che alle undici obbligava il Leiningen ad incastellarsi con tutta la sua gente.
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Il d 8 durava ancora l'assedio, e chi sa quanti giorni avrebbe continuato, se il giorno seguente la milizia provinciale, che dalle stanze di Lavis stava ammirando i successi di Trento, non fosse accorsa in aiuto degli assediati. Ella staccavasi da quella posizione intorno alle cinque del mattino, e guidata dal capitano de Schlager dei cavalleggieri del reggimento Hohenzollern, dal sopra menzionato capitano de Hbler, e dal sottotenente Kukoli del reggimento di linea Hohenlohe-Bartenstein, veniva in tre colonne ad attaccare l'inimico. Nel centro martellavalo l'Hbler; Kukoli col corno sinistro gli tagliava la strada dietro il Fersina, obbligandolo con ci a lasciare speditamente l'assedio del castello, e Schlager il rovesciava coll'ala destra, di maniera che fu egli costretto a rannodarsi, e quindi a ritirarsi nel massimo disordine, con una perdita di circa 100 uomini, fra morti, feriti e prigionieri. Dopo le due pomeridiane ritornava Livier a Rovereto col suo piccolo corpo d'armata, e per un suo ufficiale mandava eccitando il Magistrato cittadino a voler far s, che i suoi soldati venissero tostamente vettovagliati.
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Stavano essi sdraiati prendendo riposo, ed anelando di richiamare con opportuno ristoro le forze dal battagliare e dal cammino fiaccate, quando un suono di tamburi, dato per ordine del colonnello, li chiama a raccolta, e sotto un cocente sole li fa issofatto diffilare alla volta del territorio veronese: la notizia segretamente pervenutagli, che gli austriaci, in un coi difensori del Tirolo italiano, calavano da Trento per circondarlo in Rovereto, dava cagione al subito movimento. Di fatto i napoleoniani non erano ancor molto inoltrati in sulla strada conducente ad Ala, che a Rovereto capitavano 130 cacciatori austriaci, e circa 200 difensori delle compagnie di Lavis, di Bolzano, della Zambana, e dei capitani Danieli e Dalponte, corpo in vero assai debole per cimentarsi col fuggente nemico, e per mandare ad effetto l'accennato disegno, siccome erroneamente fu riferito a Livier, o come il Leiningen aveva divisato di fare, se quegli persisteva in far alto a Rovereto. Il conte d'Andreis capitano imperiale del genio, ed il capitano Mller del battaglione de' cacciatori, gli tennero dietro sino a Serravalle, con alcuni cacciatori e difensori montati sui carri, e con pochi dragoni, i quali tutti, non meno che una buona mano di sollevati postatisi oltr'Adige in sulla Crona di Mori, tempestarono il fuggente nemico che sparava a mitraglia, e che, preso in Ala breve ristoro, scese a Peri, lasciando 40 de' suoi fra morti, feriti e rimasti addietro per istanchezza. Stando alla relazione dal Leiningen pubblicata, il nemico avrebbe perduto, dal giorno 4 al 9 di giugno, verso 700 uomini, numero avuto per esagerato, non avendo valicato i 300; gli austriaci ed i sollevati non n'ebbero 100.
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Qui non tacer le brutte scene di cui era spettatrice Rovereto, intantoch i napoleoniani erano all'assedio del castello di Trento. Sino dai passati giorni, alcuni difensori della compagnia Dalponte stavano appostati in pi torme sulla sponda destra dell'Adige, guardando i porti ch'eglino avevano fermati in sulla riva, a fine che per opera del nemico non venissero staccati, e con loro pregiudizio condotti alla sinistra. Quelli che erano al porto di Villa Lagarina s'unirono con alcuni altri, e in 50 circa determinarono arditamente di fare una scorreria a Rovereto. Erano le ore 9 di mattina del giorno 8, quando tutt'ad un tratto entr furiosamente in citt per la via di San Rocco quella gente armata d'archibugi in resta, e di appuntati coltelli. Il vedere l'impetuosa corsa, l'udire le grida di - largo, largo! il commissario, il commissario! - e un chiudere di botteghe e di porte, fu una sola cosa. Alcuni corsero le contrade cittadine spargendo ovunque lo spavento, ed alcuni altri entrarono nella locanda della Rosa d'oro cercando del commissario. Era questi Marcantonio Angelini, roveretano, vissuto molti anni in Verona, ed esercitava provvisoriamente in Tirolo l'offizio di commissario di polizia, allorch il tenevano i napoleoniani nella sua parte meridionale. Persuasi di trovargli qualche grossa somma di pecunia, meditarono la di lui cattura; ma l'Angelini, che ben previde, o gli fu fatto prevedere la visita, si era dianzi partito. Scorrendo l'albergo, s'imbatterono quei facinorosi in certo Francesco Valdambrini di Verona, maestro di violino. Per la simiglianza della persona che egli aveva coll'Angelini, e pel dialetto ch'egli parlava, fu creduto senza pi il commissario, e pigliatolo alle strette, cominciarono a minacciarlo.
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Il cattivello, che tremava a verga verga, s'argomentava di persuadere i furfanti, ch'egli non era il messere da essi cercato, ma le sue furon parole; sin tanto che sopraggiunte altre persone, e data assicurazione del vero, lo lasciarono in libert, tutto invasato dallo spavento. Ad altro bottino volgevano allora questi difensori la mente. Nella piazza del Podest, poco prima del loro arrivare, sostava un carriaggio con due artiglieri napoleoniani, che venuti dall'assedio di Trento andavano ad Ala per munizione. Sopraffatto dai sollevati, uno degli artiglieri fu preso; dei cavalli l'uno ucciso, l'altro ferito, due rapinati insieme a due altri levati dalla scuderia postale per trainare il carriaggio. Altri arraffarono i buoi quivi lasciati dal nemico, e vollero vettovaglie. Alla sera una nuova banda, entrata nel palazzo pretorio, volle rilasciati due suoi paesani sostenuti in carcere, e poste loro in mano le armi, li prese seco, dicendoli purgati d'ogni delitto prestandosi alla difesa della patria; e pria ancor che annottasse, un'altra punta di 80 difensori veniva da Riva a provvedersi di polvere, scaraventandosi dappoi tutti quanti al di l del fiume alle lor posizioni, liberando cos la citt da mille angustie, e dal timore di vederne fatto macello dai napoleoniani, che in 120, scesi da Calliano la notte, alloggiarono per sicurezza nel convento dei Frati minori a San Rocco; ove, sotto la scorta dei soldati, furono chiamati alle 3 del mattino i municipalisti, che ben seppero giustificarsi avanti il comandante delle ruberie commesse dai sollevati. Quale accozzaglia di difensori fosser costoro, vedrassi pi sotto; qui basti aver detto che, lungi dall'appartenere alla nazion del Tirolo, erano nella massima parte di quei collettizii stranieri, di cui, con dispiacenza e disdoro dei veri tirolesi, era stato fatto un grosso arrolamento nelle compagnie di nazionale difesa de' capitani italiani.
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Pareva che dopo l'ultima comparsa del Leiningen, e le prove da lui reiteratamente date di una tenace resistenza, dovesse la tempesta, almeno per alcuni giorni, sedare; ma, sia che il francese Livier non fosse ancora convinto che alle sue forze insuperabile era il Leiningen, o che il comando di chi presiedeva al ministero della guerra in Milano cos suonasse, egli ricompariva il d 13 in Tirolo. Due ore dopo il meriggio, 60 cavalieri, fra ussari e dragoni, guerrescamente e di tutto galoppo il precedevano in Rovereto. Ad essi tenevano dietro 1100 soldati di fanteria, con tre cannoni, un obizzo e tre cassoni di munizione; ed altri 200 si postarono a Isera ed al porto di Sacco. I cavalli campeggiarono a Volano e di sopra; l'altra gente sulle vie dei Paganini, di San Rocco e di Sant'Ilario, ed il d appresso una parte sulle alture di Vallunga, non lasciando il passo a nessuno. Ignoravasi quale determinazione fosse per prendere questa volta Livier, se quella di starsene sulla difesa, o di ritornare all'espugnazione del tridentino castello. In questa vacillante postura rimaneva egli tutto il giorno seguente, in cui molte famiglie trentine si trasportarono a Rovereto, per consiglio dello stesso Leiningen, risoluto di difendersi a tutto potere, ad onta del sacrificio della citt: molt'altre si fermarono a Mattarello, per non poter venire a quell'ora pi avanti. Nello stesso d le fuste francesi aveano ritentato lo sbarco a Riva; ma furon tenute addietro dalla moschetteria dei sollevati, che, a cavaliere della montata di San Giovanni, fronteggiavano ben anche i primi picchetti francesi che guardavano Loppio.
Alle ore due del mattino dei 15 arrivava dall'Italia una staffetta a Livier, e tre ore dopo egli con tutta la soldatesca indirizzava il cammino alla volta di Verona. Passando avanti al palazzo del Comune, a certuni, che dal poggiolo osservavano la ritirata: - Perch non ridete? disse, con cert'aria tutta francesca e piena di disgusto; vi prevengo, che fra tre o quattro giorni saremo di nuovo qui. - Ma i roveretani aveano a que' giorni poca voglia di ridere, e delle carissime visite eran ben pi che ristucchi.
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A' 18 arriv Leiningen con due compagnie di regolari, altrettanti sollevati, ed alcuni cavalli, e dopo il riposo prosegu verso Ala. Rovereto era guardata a questi d da circa 500 regolari; i villaggi di Pomarolo, Villa ed Isera dai sollevati: stando ogni spesa di militare precauzione, e le provigioni di tutti, come sotto i francesi, a carico degli esausti Comuni.
Quanto agli armigeri fatti, respirava l'italiano Tirolo, sino al finire del luglio, quell'aura di riposo, che tanto anelava; i napoleoniani si limitavano a difendere i confini del regno, e gli austriaci stabilivano i posti avanzati al di sotto del sobborgo roveretano, postando fra Lizzanella e Lizzana la prima sentinella a cavallo. Talvolta facevano qualche scorreria sino al confine sotto il Borghetto, senza venire per al paragone dell'armi. Per disposizione dell'austriaco colonnello le strade di Rovereto, che oltre la chiesa di Santa Maria conducono una a Lizzanella verso Verona, e l'altra per Ravazzone al Lago di Garda, e quella che dal ponte del Leno conduce alla contrada dei Calcinari, vennero in sul finire di giugno asserragliate agli sbocchi coi s detti cavalli di Frigia, per trattenere, nell'emergenza d'un'improvvisa invasione, il passo alla nemica cavalleria.
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Ma se nel Tirolo italiano romoreggiarono nell'entrare di giugno le armi, non andava esente negli stessi giorni dal malaugurato lor rombo il Tirolo tedesco, a cui l'ordine dell'argomento ci chiama. Il bavaro colonnello Conte d'Arco, con un corpo di truppe da lui comandato, veniva il giorno 2 nei contorni di Mittewald e Valgau molestando la quiete de' prossimi andati giorni. Le compagnie dei difensori di Latsch, d'Imst, di Landeck, di Laudech, di Scharnitz e di Luitasch si assembravano tostamente, e colla veterana loro franchezza si accingevano a riurtare il nemico. Un aspro azzuffamento in detti contorni accendevasi. I bavari combattevano anche in questa novella occasione colla solita loro bravura; ma non cedevano punto i coraggiosi tirolesi, che in cima dei loro pensieri avevano sempre la beatitudine della loro costituzione, e la servit a cui il bavaro governo avea gi incominciato a sottometterli. I primi, preponderanti in cavalleria ed in artiglieria, riuscivano in sulle prime a far inclinare la tirolese fortuna, e a respingere i combattenti sino verso Scharnitz; ma quando ormai si promettevano di cantare vittoria, vedevansi tutt'ad un tratto assaliti nel fianco dai difensori, guidati dai prodi capitani Falk di Landeck, e Conte di Mohr da Latsch, che sopraggiunti dalla parte del monte Burg, e dal lago di Lauter, tiravano con alcune spingarde e colle loro carabine, bersagliando la cavalleria; impresa invero mirabile, in gente che altr'arte militare non possedeva, che quella del solo coraggio e del natural talento. L'inaspettato assalto non solo dissestava il disegno della bavara colonna, e la metteva nella confusione e nello scoraggiamento, ma obbligavala eziandio a retrocedere, lasciando ventisette morti sul campo, e molti prigionieri, fra i quali un uffiziale di linea, un capitano della milizia cittadina di Monaco, ed un carriaggio di munizione. Il Conte d'Arco, quanto impressionato del tirolese valore, altrettanto avvilito, si rifuggiva a Benedichtbeueren. La sua ritirata, ed una scorreria del maggiore imperiale Theimer con alcune centinaja d'uomini a piedi e a cavallo, e con due cannoni, sino a Murnau e Weiheim, spargevano il timore nei paesi della Baviera. Ci costringeva il generale Deroy a lasciare Rosenheim e Reifelden, in cui pur esso erasi rifuggito, e a venire a presti passi col suo corpo d'armata per difendere Monaco, se, come il timore, si presentasse il bisogno. Per tal mutazione Deroy fissava il suo alloggiamento a Benedichtbeueren, allungando le sue prime quadriglie sino a Kockel; il generale Vincenti lo aveva fermato in Tlz, e formavano ambidue un cordone ch'estendevasi da Lindau fino ad Eibling.
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Il giorno 13, in cui Livier rientrava nel Tirolo italiano, le campane a martello scuotevano e chiamavano novellamente all'armi i vorarlberghesi. Gelosi i bavari di ricuperare quanto avevano perduto ne' passati giorni, e di rivendicare le sofferte percosse, annodavano di buon mattino le proprie forze con quelle de' loro alleati, e rispingevano le prime squadre dei difensori, che i confini fronteggianti la Svevia guardavano. Gi essi con molto ardire e con maggioranza di forze nel territorio del Vorarlberg s'inoltravano, incalzando i resistenti difensori al di l di Hrbranz nell'interno dei monti. Ma allo stormeggiare continuato delle campane nuovi nazionali combattenti univansi a quelli che con ammirabile virilit sostenevano l'impetuoso urto in un coi pochi regolari del reggimento Lusignan; rimettevano maravigliosamente la cadente fortuna, ricacciavano il furente nemico, e costringevanlo ben presto a trovare un rifugio di salvezza entro le mura di Lindau; per la qual cosa veniva il paese, ancor pria che annottasse, liberato colla sola perdita di sei morti e dodici feriti di Lusignan, e di quattro morti e sedici feriti della valorosa compagnia di Feldkirch, essendo stata la perdita degli avversari molto maggiore.
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La vittoria chiama vittoria. Alcuni giorni dopo giugneva a notizia dei vorarlberghesi che la citt di Costanza era presidiata e difesa da poca truppa e da sei cannoni, e deliberavano perci d'impadronirsene mediante una notturna sorpresa. Fra i serotini crepuscoli del giorno 28 il commissario generale Schneider fece a quest'uopo radunare presso Fussack cinque barche di mezzana grandezza, affidando la spedizione al bravo capitano Walser, e al tenente Festenburg del reggimento Lusignan, il primo guidatore di 90 cacciatori, e il secondo di 37 regolari della sua compagnia. La contrariet del vento impediva al comandante della spedizione di mandare ad effetto nella seguente notte l'ordito disegno; perci l'esecuzione veniva protratta sino alle ore nove di mattina del d 29. A quest'ora il Walser e il Festenburg colla maggior parte della loro gente si affacciavano al porto, sbarcavano in vista dell'accorso presidio e di una moltitudine di abitanti, e scacciavano avanti di s tutti gli oppositori. Un piccolo distaccamento dei cacciatori, smontato a terra in un altro punto del porto, a fine di serrare quelli fra due fuochi, incontravasi coi fuggenti per lo ponte del Reno, e per tale evoluzione tutto lo sgomentato presidio deponeva le armi, e, cessando prestamente dall'insistere col ferro e col fuoco, si dava prigioniero di guerra insieme all'artiglieria. I maggiori Nachbauer, Bredmller, Ellenson e Mller, che l'accennata spedizione aveano col Walser concertata, non si rimanevano intanto colle mani alla cintola. S'avanzavano essi coi loro battaglioni dalla parte di Lindau, Neuravensburg e Wangen sul fiume Argen sino a Tettuang, e superando bravamente gli opposti trinceramenti nemici, eretti presso Lindau, riuscivano in breve giro di tempo a mettere il blocco a questa citt dalla parte di terra. A questo modo ottennero lo scopo, che il nemico non potesse mandare rinforzi al presidio di Costanza, che colla dimostrata bindoleria era gi divenuta preda del vincitori vorarlberghesi. Tale fu l'esito della duplice spedizione, senza grave spargimento di sangue maravigliosamente eseguita.
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CAPITOLO 7.
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Silenzio momentaneo delle armi. Bisogno di munizione da bocca e da guerra, e provvedimenti relativi. Ordinamento di nuove compagnie di difesa, ed inciampi ad eseguirlo nella parte italiana, e a Rovereto in ispecie. Soppressione delle milizie cittadine del Tirolo italiano. Prestito forzato ingiunto dall'imperial Commissario. Requisizioni dei varii capitani di difesa nel Tirolo italiano, e freno imposto alle medesime dal comandante imperiale Leiningen. Dimissione d'alcuni capitani in parte stranieri. Sul principiar di luglio la quiete dell'armi si rompe nel Vorarlberghese, e a Kuffstein. Valorose prove di alcuni tirolesi. Battaglia di Wagram, e sue conseguenze pei tirolesi.
Nel mese di giugno tacevano avventurosamente in Tirolo per qualche giorno le armi, ma in mezzo all'apparente tranquillit altri accidenti, altre inquietudini sorgevano nel desolato paese.
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Gl'imperiali magazzini, che somministravano le munizioni da bocca e da guerra alle truppe stanziate nella provincia, erano in questo mese intieramente consunti: la situazione delle grandi armate impediva di poterli ripristinare a spese dello Stato, tanto pi che anche la cassa di guerra era pressoch esaurita; il bisogno imponeva che le truppe medesime fossero provvedute a carico dei comuni. Il Tirolo avea sacrificato il sangue e le vite di tanti suoi figli; a questo magnanimo sacrificio dovea aggiunger pur quello di snervare le pubbliche e private casse di danaro, e di privarsi delle proprie sostanze. Ormai le vele della travagliata navicella, portante l'interessantissima di lui causa, erano abbandonate al soffiare dei venti, a seconda dei quali conveniva rassegnatamente navigare. Per quella imperiosa circostanza il vicecommissario Carlo de Menz, in virt del comando conferitogli dall'aulico Commissario imperiale, Giuseppe barone de Hormayr, sollecitava nel Tirolo italiano, in sul principiare di giugno, gli ordini da quest'ultimo gi emanati per l'erezione delle Deputazioni, che provvedessero e sopraintendessero alla sussistenza delle truppe e agli affari inerenti alla nazionale difesa, giusta il sistema del Tirolo tedesco. Pochi d dopo, lo stesso Commissario, col suo editto de' 20 giugno, notificava la quantit di prigionieri austriaci, che liberati per diversi felici avvenimenti dalle mani del nemico, trovava un asilo in Tirolo, e si univa alle forze imperiali e tirolesi, fortificando con ci viemmaggiormente la patria difesa, ed eccitava ad un tempo tutti gli abitanti a mandar armi e vestiti al magazzino di Bressanone per fornire dette genti, che offerivansi a pro della tirolese nazione. "Egli  della massima conseguenza, diceva fra le altre cose, il Commissario, l'accrescere le nostre forze, indebolite per la ritirata del tenente maresciallo Chasteler, coll'aggiunta molto importante di questi bravi, che per la loro esperienza possono maravigliosamente servire di guida ai valorosi difensori della patria." Ed inculcava quindi sulla necessit di tosto apprestare 3000 camicie, 500 paja di scarpe e di stivaletti all'ungherese, e 500 mantelli, di cui massimamente abbisognavano.
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In quanto alla patria difesa il de Menz col suo dispaccio dei 23 giugno, indiritto a tutti i Giudizii distrettuali, ed alle Preture del Circolo all'Adige, abbracciante allora il Tirolo meridionale, istruiva e queste e quelli a formare le tavole per inscrivervi tutti gli abitanti dai 16 ai 45 anni (et che fu poi cangiata in quella da' 18 a' 60), chiamati a difendere la patria, coll'esclusione dei sacerdoti e degli impiegati regi e cittadini, e a sistemare le compagnie, ciascuna delle quali dovea comprendere 109 individui. Una deputazione appositamente eretta in Lavis riceveva queste tavole, in cui quattro classi d'individui si distinguevano: la prima e la seconda comprendevano i nubili e gli esercenti un'arte o un mestiere meno indispensabile alla societ, e questi erano i primi a marciare l dove il bisogno della difesa chiamavali. In alcuni comuni del prefato Circolo le compagnie venivano attivate colla bramata celerit, ma in alquanti altri, come in Trento, in Rovereto, in Riva, in Ala e ne' circostanti luoghi insorgevano gravissime difficolt. La loro situazione troppo accessibile al nemico minacciante da tanti sbocchi, e dal quale erano di continuo infestati, fu il motivo principale che impediva in essi l'effetto di quella patria misura.
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Fra le citt che il giusto e gravissimo ostacolo misero sott'occhio all'imperial Commissario, Rovereto fu delle prime. Essa, che da vicino poteva prevedere la somma del pericolo a cui, levandosi, col nemico sull'uscio, si esporrebbe; essa che vedeasi dominata ora dai napoleoniani, ora dagli austriaci, senza stabilit n degli uni n degli altri, e che in varie occasioni fu testimone dei barbari eccessi dal nemico furore esercitati sui sollevati tirolesi, elesse, nel suo consiglio dei 30 giugno, due deputati nei cittadini Giovampietro conte Fedrigotti, e Giovambattista barone Todeschi, affinch si presentassero al Commissario, gli esponessero nella piena sua luce la trista situazione dei cittadini, ed impetrassero dal suo potere la dispensa dal levarsi in massa. Convinto l'imperiale ministro dalle forti ragioni esposte dalla roveretana deputazione, non esit a risponderle - che la dispensa dalla prescritta leva ei non poteva assolutamente concedere ai lagarini, ma che da canto suo avrebbe lasciato cadere l'eccitamento; tanto pi, che dalla sperimentata fedelt del roveretano distretto non sarebbe mancata occasione d'ottenere altre prove in compenso della non fattibile leva, che non  per verit (cos conchiudeva egli) n pur compatibile colla povera e non armigera loro condizione, affatto diversa da quella dei tirolesi tedeschi, universalmente bersaglieri, ricchi, difesi e trincerati fra le naturali strettezze e scabrosit dei monti; tanto pi, che il pensiero della maest del Monarca da lui rappresentato sarebbe ben lungi dall'esigere il sanguinoso olocausto d'industriosi sudditi a lui carissimi. - In questa consolante risposta era gi preventivamente concorso col suo vantaggioso parere il tenente colonnello Cristiano conte di Leiningen, il quale, avendo pi da vicino riconosciuto la facilit del pericolo di un eccidio nell'evento della leva in massa, che in queste parti si avesse voluto mandare ad effetto, si oppose, qual comandante militare dell'italiano Tirolo, e colla penna e colla voce, argomentandosi a dissuadere da tale misura colle prove le pi lucenti tanto il superiore comando militare, quanto la politica superiorit. All'incontro, essendosi presentato di nuovo il bisogno di armare i sollevati d'altri distretti, e soldati accogliticci, egli eccit la guardia cittadina di Rovereto a dargli le armi da essa possedute; e perch la sua richiesta non avesse ad urtare l'amore e la fedelt roveretana verso la Casa d'Austria, con suo editto del 4 luglio, dato dal castello di Trento, egli si esprimeva cos:
"Non  gi la diffidenza, o fedeli roveretani, quella che mi determina a chiedere le armi della cittadinanza, ma si  l'indispensabile necessit delle medesime per la difesa del Tirolo, di questa Provincia, i cui valorosi abitanti meritano l'attenzione e la stima di tutte le Potenze per il loro valore, per il coraggio, per i sacrifizj loro e per il particolar attaccamento al loro Monarca; e voi, o Roveretani, avete dato a divedere in special modo s belle qualit: voi avete meritato della gratitudine della Patria e dei ringraziamenti del nostro rispettabile Sovrano ed Imperatore.
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"Oltracci io do la mia parola d'onore, che sarete indennizzati per ogni arma che consegnerete"(7).
Questa milizia cittadina era stata eretta, come nelle altre citt dell'italiano Tirolo, dal bavaro reggimento; ogni cittadino dai 18 ai 60 anni era chiamato senza distinzione ad armarsi a proprie spese, affine di vegliare al buon ordine ed alla pubblica quiete. Alla prima entrata che gl'imperiali fecero in Trento, quella milizia, ch'avea alquanti a cavallo, fu chiamata con solennit di apparato alla rassegna dell'armi in sulla piazza, e resa finita; quella di Ala, Riva ed Arco contemporaneamente a quella di Rovereto.
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Intanto le compagnie del Tirolo tedesco venivano novellamente sistemate con ogni cura ed attivit, specialmente quelle della valle dell'Enno, per le quali il vicecommissario de Roschmann ebbe a spiegare le sue zelanti premure. In queste il valoroso Roberto Wintersteller di Kirchdorf copriva una delle prime cariche. Nominando queste capo non posso tacere a chi mi legge il patriotico sentimento, che annidavasi nel suo petto. Fa d'uopo avvertire, che l'ira nutrita dalla soldatesca bavarese contro i tirolesi s'abbandonava di sovente allo sfogo delle pi acerbe vendette. Fra l'altre orrende cose, che la penna freme in rammentare, essa incendiava otto delle di lui case, situate nella detta valle. Scrivendo il Wintersteller una lettera all'arciduca Giovanni, e toccando questa sua perdita, soggiungeva, reputarsi egli abbastanza felice per avere salvate le sue carabine, ed il gran tamburo tolto dall'avolo suo a' bavari nella guerra dell'anno 1703.
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In quanto al mantenimento della truppa imperiale e delle compagnie di difesa, durissima oltre ogni dire era la condizione de' Comuni. Non solo davano essi, come fu detto, i loro figli, non solo dovevano pagare le straordinarie imposizioni caricate sulle campagne e sulle case, non solo eran tenuti a mantenere nelle proprie terre la gente armata che vi transitava o stanziava, e a vettovagliare i magazzini eretti nelle citt, ammanendo a quest'uopo l'occorrente danaro, o con imprestiti ripartiti sugli abitanti, o con appositi locali balzelli; essi dovevano eziandio concorrere a procacciare ogni fornimento necessario all'esercito imperiale stanziato nella provincia, e ad approntare la pecunia atta a sostenere le spese dell'amministrazione, a salariare gli ufficiali e i pensionati dello Stato. "Siamo costretti", diceva a questo proposito l'imperial Commissario colla sua circolare de' 2 luglio, "di ricorrere ad un mezzo straordinario pi pronto, per non lasciar in preda al maggiore dei mali tanto i privati, quanto le intiere corporazioni, e la patria istessa. La storia patria ci offre questo mezzo: un prestito forzato  l'unico mezzo che pu salvarci; un prestito forzato sulla norma di quelli che furono adottati ai tempi dei serenissimi Arciduchi Ferdinando, Leopoldo, e dell'arciduchessa Claudia, negli anni 1605, 1632 e 1647. La situazione attuale del Tirolo  ancora pi urgente di quelle d'allora." Esigendo l'imperial Commissario un simile prestito, mitigava la sua domanda, che nelle attuali contingenze riusciva oltremodo acerba, e fatale a' comuni, col promettere loro tanto la restituzione del capitale, quanto il pagamento dell'annuo canone(8).  facile l'immaginarsi quale sconcerto avesse portato ai Comuni, bersagliati com'erano a questi giorni da tante spese, l'approntare una somma s rilevante.
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I Comuni italiani in ispecialit gemevano sotto il peso delle disorbitanti e talvolta capricciose requisizioni delle compagnie dei difensori italiani comandate dai capitani Garbin, Belluta, Collini, Cantonati, Chesi, Frizzi, Meneghelli, Nocher, Conti, Santoni, ed altri. Guidati questi dall'ambizione di comporre le loro compagnie con quel numero d'uomini che era statuito, arrolavano in esse inavvedutamente quanti lor presentavansi, senza badare se fossero indigeni o pur forestieri, e senza avvisare alla lor fede e condotta. Per tal modo alcuni facinorosi delle vicine provincie dell'Italia, i quali fuggivano la castigatrice giustizia, e molti disertori di estere potenze, approfittando della tirolese sommossa, cercavano in questa provincia un pi sicuro rifugio, e s'ingaggiavano nelle compagnie di difesa. Tristi ed infami furono prima, tristi ed infami dappoi. Questa peste di gente senza freno e senza consiglio, germe funesto di discordie, di perturbazioni e di pericoli, infestava i paesi dell'italiano Tirolo in ispecie, e disonorava la tirolese nazione, dandosi alle dissolutezze, alle abbominevoli taglie, alle malvagit, ed alle enormi e stravaganti pretese, e gettandosi dietro le spalle la militar disciplina, le minaccie e i castighi dei capitani, non che l'ordinamento, che contro gli eccessi delle loro requisizioni, a' 12 giugno, avea pubblicato appositamente il comandante conte di Leiningen. E s come i malvagi esempi sono pestilenza della pi contagiosa, cos alcuni di quei cattivi terrazzani, de' quali le societ pi o meno rigurgitano, si associavano agli atroci loro sentimenti, e dei pi tristi si faceano seguaci. I gravi richiami, che le comunali rappresentanze innalzavano contro l'eccessive prepotenze, che queste collettizie compagnie commettevano per opera dei birboni, che in parte le componevano, furono accolte ed esaudite dalle autorit politiche e militari, che gli affari del paese a quel tempo possibilmente reggevano. Esse cominciavano a scorgere che in quella geldra di paltonieri non allignava n il sentimento dell'onore, n l'impulso della virt, n il sincero amore di patria, e perci mandavano fuori nelle due lingue della provincia il seguente:
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DECRETO.
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"Considerando, che la sfrenatezza e gli eccessi di quelle compagnie italiane di bersaglieri, che girano nei contorni del lago di Garda, nelle Giudicarie e luoghi circonvicini, hanno persino costretto le oppresse Comunit di armarsi contro le medesime, per reprimere le prepotenze, le estorsioni e angarie di ogni genere; considerando, che la maggior parte degli individui componenti queste compagnie sono forestieri, dai quali non si pu aspettare n riguardi concilianti, n fermo attaccamento alla Patria, n l'esigibile disciplina; considerando inoltre, che vengono nel momento organizzate delle compagnie italiane ben regolate di bersaglieri, le quali non gi per rapacit e interesse, ma per amore verso l'adorato loro Sovrano, per la conservazione dell'indipendenza dal giogo straniero, e per la difesa dei proprii confini pigliano le armi con nobile coraggio e vigore; considerando finalmente, che giungono da ogni parte numerose lagnanze ed istanti suppliche per ottenere pronto riparo contro le suddette violenze,
"Viene deciso e ordinato quanto segue:
"1. Tutte le compagnie italiane di bersaglieri stazionate o vaganti nei contorni del lago di Garda fin oltre Arco e Villa, nelle Giudicarie, nella Val di Ledro, e nei luoghi circonvicini, nominatamente le compagnie Meneghelli, Bertelli, Belluta, Collini, Cantonati, Chesi, Frizzi, ec., vengono colla presente disciolte, e i loro uffiziali sono personalmente risponsabili, di licenziare prontamente la gente sotto i loro ordini.
"2. I suddetti individui possono tuttavia, all'occasione delle elezioni d'uffizialit, da farsi in seguito alla nuova organizzazione della difesa nazionale, essere nominati alle cariche delle compagnie.
"3. I sotto-uffiziali e comuni delle suddette compagnie, i quali sono forastieri non domiciliati nel paese, o devono prendere servigio nelle I. R. truppe, o legittimarsi in una maniera costante presso le autorit civili, come pretendano e possano mantenersi, e ottenere degli attestati in proposito, oppure abbandonare il Tirolo fra otto giorni.
"4. In caso che nel Circolo all'Adige si ritrovassero altre compagnie italiane, n autorizzate dal Comando militare, n dall'Intendenza, n dai Comitati, n dai Comandanti nominati nella Circolare dei 20 corrente, n regolarmente erette dalle Comunit, saranno pure le medesime da riputarsi disciolte, e vige pure a lor riguardo ci che venne ordinato nei paragrafi antecedenti.
"5. Dal giorno della pubblicazione della presente le Comunit non sono pi obbligate di prestare alcuna somministrazione alle suddette compagnie, ma sono invitate di ajutare ed assistere, ove le circostanze lo richiedano.
"Non solo le I. R. Autorit, ma ben anche le rappresentanze comunali invigileranno all'esatta esecuzione del presente ordine in tutte le sue parti.
"Trento, 26 giugno 1809.
"CRISTIANO CONTE DI LEININGEN
I. R. Ten. Colonnello e Comandante nel Tirolo meridionale.
CARLO DE MENZ.
C. R. Sotto-Intendente in Tirolo."(9)
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Ma ormai il male avea troppo profondate le sue radici, e per ottenerne il rimedio i soli ordinamenti non erano bastanti. Noi racconteremo in proposito, nel progresso di queste memorie, vicende che faranno raccapricciare, e la cui origine a questa gente si deve principalmente attribuire.
Il d 5 luglio dovea rompersi la quiete dell'armi, che da pi giorni regnava. I bavari, che ognor pi infrenesivano di poter una volta soggiogare coloro che tante sconfitte e tanto disonore lor cagionavano ad ogni tratto, tornavano a rinnovellare gli ostili attentati. Quelli che il Vorarlberg infestavano, quelli che il presidio della fortezza di Kuffstein componevano, e che in vicinanza alla medesima campeggiavano, al ferro ed al fuoco in detto giorno venivano. Scontrando i vorarlberghesi vigorosamente l'assalto, davano agli assalitori novelle prove di essere ancor tenaci nella pugna, ancor immutabili nel valore, ancor audaci nelle imprese. Non solo di primo slancio li repulsavano dal suolo su cui eransi arditamente introdotti, ma loro producevano altres una perdita di 120 uomini di cavalleria, e quasi 100 di fanteria, che rimanevano prigionieri di guerra, e coronavano la vittoriosa repulsione coll'acquisto di Wangen.
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La colonna campeggiante poco lungi da Kuffstein con un apparato assai pi minaccioso, menava ad effetto nello stesso giorno il disegno, che da qualche tempo avea meditato: un battaglione di fanti, un treno d'artiglieria, ed un drappello di cavalleria affacciavansi di buon mattino al ponte di Kiefer per superarlo, ed afferrare l'opposta riva. Un altro corpo pi numeroso tragittava ad un'ora l'Enno con due cannoni presso la dogana, e una parte dei presidiarii della fortezza mandava da questa una pioggia di cannonate. Gl'imperiali e i difensori avevano gi forbite le armi, e con fermezza d'animo attendevano presso il predetto ponte ed a Sparchen l'implacabile nemico, che a minacciarlo veniva. Allorch le avversarie schiere si erano alquanto appressate, e le rispettive batterie eran disposte, faceano manovrare il cannone, che col suo rimbombo avvertiva i circostanti villaggi dell'aperta battaglia. L'ufficiale bavaro che l'antiguardo indirizzava, e che forzare voleva il passaggio del ponte, pagava alle prime scariche il fio dell'estremo ardimento. Colpito da una palla cadeva insieme a molti cannonieri appresso a' maneggiati cannoni. I cacciatori imperiali, e le compagnie de' difensori di Innsbruck e di Sll altamente si segnalavano.
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Fra quelli distinguevasi colle pi luminose prove di sapere e di coraggio il maggiore Giacomo Sieberer, quel Sieberer che nel dicembre dell'anno 1800 vide in Tiersee morire al suo fianco, senza atterrirsi, due fratelli e due cugini dello stesso cognome; tanto poteva in lui l'amor della patria. Nel valore pareggiavalo il sergente Mnzel. Fra i difensori si rendevano degni di singolare encomio il capitano Stuffer della compagnia d'Innsbruck, supposto l'uccisore dell'anzidetto officiale, e il sotto comandante Spiss, pria capitano della milizia di Zillerthal, e il capitano Spechbacher di Rinn, conduttore d'una schiera che sommava a 600: le prove d'ingegno, e le illustri prodezze davano a quest'ultimo la preminenza sopra tutti gli altri capi della tirolese nazione. - Ma il nemico, col nervo specialmente della cavalleria e dell'artiglieria, faceasi avanti con esimio coraggio, e urtava s gagliardamente, che toglieva ai nazionali il modo di sostenere pi oltre il pondo delle maggiori sue forze. Laonde cedevano da una inutile resistenza, e senza scompaginarsi si ritiravano parte sopra Thierberg, e parte sopra Thiersee Kirchlsteg, verso la fonte e la torre della polvere di Kuffstein.
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I tirolesi occupavano oltracci la selva di Kuffstein, il Lochner, la Doxa, la Hochvacht, e cos in questa, come in quella posizione stavano apparecchiati per azzuffarsi colle colonne nemiche allargatesi su ambidue le sponde dell'Enno, qualora indirizzassero alla lor volta il cammino. La qual cosa non avvenne, perch quando esse arrivarono nella citt di Kuffstein, e si uniron al presidio della fortezza portandovi munizione da guerra e da bocca, si astennero da ogni altro attacco, dando a divedere di avere con ci conseguito il loro disegno. Esse campeggiarono intorno alla citt, donde partirono in sulla sera dell'istesso giorno, trasportando seco un grosso numero di ammalati e di feriti. I bavari perdevano in questa fazione 60 uomini circa fra morti e feriti, e otto gli imperiali coi tirolesi.
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Mentre in Tirolo s'agitavano queste scene, mentre tutto era in movimento per una sistemata e pi gagliarda difesa, ed i tirolesi, sempre intenti alla guerra che ardeva fra le grandi armate nelle vicinanze di Vienna, e in sulle sponde del Danubio, andavano sul buon esito di quella, e massime sopra notizie di alcuni successi favorevoli all'Austria in sul finire del giugno, alimentando le loro speranze, e mantenendo viva la fiamma della sollevazione; un memorabilissimo avvenimento empiva il mondo di maraviglia. La ferocissima battaglia da Napoleone combattuta a Wagram li 6 di luglio squarciava novellamente le viscere dell'austriaco impero. La vincitrice armata inseguiva senza posa i perdenti austriaci; l'imperatore francese presentavasi agli 11, con poderoso nervo de' suoi avanti Znaim, dove pareva che gli austriaci rinfrancassero, e di fatto venivano a novello cimento. Intanto che nuovo sangue spargevasi a Znaim, il maresciallo austriaco Bellegarde scriveva a Marmont, che il principe Giovanni di Liechtenstein era per recarsi a Napoleone con una missione dell'imperatore Francesco suo signore, a fine di concertare la pace, e convenire per una sospensione d'armi, la quale venne statuita il d 12, con questo per, che le truppe austriache tuttavia stanziate nel Tirolo e nel Vorarlberg dovessero subitamente evacuarlo.
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CAPITOLO 8.
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Incredulit dei tirolesi all'armistizio, e contraria persuasione pubblicata dai Capi. Loro opposizione a' corrieri. Parlamentario francese giunto a Lizzanella vicin di Rovereto. Avvisi pubblicati intorno al detto armistizio. Gli austriaci evacuano il Tirolo, e v'entrano da ogni lato bavari e francesi guidati nella parte tedesca dal duca di Danzica. Fatti d'armi presso Mittewald e il ponte di Ladtsch. Il padre cappuccino Haspingher, comandante tirolese, si distingue: a lui si congiungono Hoffer e Spechbacher. Sconfitta e vergognosa ritirata del duca di Danzica. Contemporanei fatti nella Valle superiore dell'Enno, dove pure i tirolesi trionfano, specialmente a Prutz, Landeck, Zams. Nuova battaglia intorno alla provinciale metropoli colla peggio dei confederati. Allegrezza tirolese per le vittorie riportate.
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Alla convenuta sospensione dell'armi succedevano i trattati per la conclusione della pace. Divulgava ovunque la fama questa lieta novella, ed esultavano i popoli anelando vederne prestamente il salutevole effetto. I soli tirolesi n'erano dolenti, e presagivano a s stessi un disgraziato avvenire. Battagliavano a vicenda nei loro cuori nuovo timore e nuova speranza: gli agitava quello per la previsione dei mali futuri; manteneva questa il loro vigore nella difesa. L'istinto per la libert della patria ardeva in essi costantemente, ed offuscava la loro ragione a segno, da mettere persino in forse e le nuove vittorie di Napoleone, ed il fermato armistizio. I capi della leva non solamente non vi prestavano fede, ma s'affaccendavano anzi a far credere colla voce e la stampa, che tale notizia fosse uno stratagemma dell'inimico, ordito allo scopo di far loro deporre le armi. A quest'uopo l'imperiale Deputazione di difesa pubblicava il 20 luglio un editto, in cui fra l'altre cose diceva: "Importando alla Deputazione moltissimo, che il popolo venga con ragioni incontrastabili convinto della falsit della sparsasi voce d'un armistizio, si credette in dovere di chiedere all'imperial Comandante dei posti avanzati quegli schiarimenti e motivi in contrario, che fossero capaci a mettere in chiara luce l'insussistenza di simili maligne voci." Hoffer scrivendo il 23 da Lienz al suo amico Eisenstecken, altro capo di difensori: "Non ti lasciar gabbare, dicevagli, rispetto all'armistizio che due parlamentari francesi portarono ai 12 a Saxenburg; in una lettera, che ho ricevuta in data dei 14 da Sua Altezza Giovanni, vi  l'ordine, che non si dovesse dare ascolto a parlamentari francesi, n a inviati: ma lavorare come per l'avanti; perch se dovesse succedere qualche cosa in questo frattempo, io sar avvisato dal detto Arciduca." Ed acciocch le truppe austriache stanziate in Tirolo non avessero per tal cagione ad abbandonare il paese levato a difesa, fecero persino gli stessi capi cangiar cammino ad un qualche corriere portatore di dispacci relativi all'armistizio, che era stato veramente conchiuso.
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A' 23 luglio un uffiziale francese, scortato da quattro cavalieri, presentavasi qual parlamentario alla vedetta del primo picchetto austriaco, fra Lizzanella e Lizzana, a un miglio da Rovereto. Avvertitone l'austriaco comandante nella sua stanza di Rovereto, mont issofatto a cavallo, e con tre uffiziali recossi di gran galoppo in sul luogo. Dopo i vicendevoli saluti l'uffiziale francese esibiva all'austriaco la relazione a stampa dell'armistizio, e facevagli ad un tempo osservare che, stante l'articolo quarto delle inerenti condizioni, era dovere delle truppe imperiali di sgombrare subitamente la tirolese provincia, perocch una colonna napoleoniana era gi in procinto d'entrarvi dai confini del vicino regno d'Italia per prendere il possesso del Tirolo italiano. L'austriaco comandante riservava la conferma del conte Leiningen, a fine di notificargli o il modo del proposto sgombramento, o l'eventuale di lui risposta. Il Leiningen stava in forse nel deliberare, non essendone a lui per anche arrivato da' suoi superiori l'annunzio. In sul finire di luglio l'imperial commissario barone de Hormayr dall'alloggiamento dell'arciduca Carlo, e il comandante superiore barone Buol dalle stanze dell'arciduca Giovanni, n'ebbero notizia in Bressanone. Fu pubblicata agli I. R. Commissariati provvisorii, ed agli abitanti della Provincia coi proclami che seguono.
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"Da parte dell'inimico pervenne al signor Generale Comandante il manifesto d'un armistizio in iscritto ed in istampa; in di cui forza coll'art. IV, le truppe I. R. austriache devono evacuare il Tirolo e il Vorarlberg, consegnare il forte di Sachsenburg, e con marcie regolate di stazione in stazione ritirarsi nell'interno degli Stati ereditari.
"Le truppe francesi, che vi subentrano, devono sempre, almeno un giorno di marcia, restar addietro alle austriache che si ritirano.
"Il generale Matteo Dumas sarebbe nominato in Commissario generale per mettere in esecuzione il suddetto armistizio.
"Per quanto incredibile era in s questo avvenimento, si credette di dovervi prestar tanto meno piena credenza, quanto che da tutte le parti ci giungevano uniformi semi-uffiziose notizie di vittorie.
"Di fatti, dal giorno 12 luglio fino a questo momento, non ci giunse, contro ogni regola di servizio, alcun ordine in proposito da veruna autorit militare imperiale austriaca.
"Noi siamo bens informati dal generale francese Dutaillis, che il capitano degli ulani, spedito con questa notizia del serenissimo comandante in capo arciduca Carlo, fu trattenuto dai contadini, e gli venne impedito il passaggio oltre i confini.
"Pertanto le notizie oggid per appunto pervenuteci dal quartier generale non lasciano pi dubitare dell'effettiva conclusione dell'armistizio, e di una vicina pace.
"D'ora in ora dobbiamo attendere l'ordine formale dell'evacuazione.
"In generale l'avvenimento  in s troppo grande, troppo importante, e succeduto in un momento, in cui, col mettere in opera tutte le forze, si si vedeva in grado di sostenere colle armi almeno la maggior porzione del paese, anche contro una rilevante forza inimica: egli  inoltre un avvenimento, che troppo abbatte, per non rendere all'istante consapevole cotesto Commissariato generale della vera situazione delle cose, e nello stesso tempo di porlo in istato di prendere le necessarie misure, onde mantenere la tranquillit interna ed il buon ordine, ed onde prevenire colla possibile destrezza mali maggiori; poich solo l'accettare l'offerta amnistia pu impedire, che con una resistenza parziale, e perci affatto irragionevole, senza militare regolato, senza munizione, senza danaro non si si attiri addosso la piena ruina tanto dei privati, che della patria intera.
"Bisogna in vero riconoscere l'opra di una mano superiore, e di un destino insuperabile, perch gl'immensi sforzi dell'Austria, gli eroici sacrifici delle armate, e di tanti sudditi fedeli, ed il coraggio de' popoli non abbiano potuto allontanare dagli Stati austriaci, e dal Tirolo questo colpo fatale.
"Bressanone, a d 27 luglio.
"GIUSEPPE, BARONE DE HORMAYR."
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PROCLAMA: AGLI ABITANTI DEL TIROLO E DEL VORARLBERG.
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"Un corriere, spedito al sottosegnato dal quartier generale di S. A. I. l'arciduca Giovanni, e giunto oggi in questa citt, ha recato la conferma dell'armistizio, conchiuso il 12 del corrente presso l'armata di Germania, in forza del quale coll'articolo IV, deve venir evacuato dalle truppe austriache il Tirolo ed il Vorarlberg.
"Lo stato imponente degli avvenimenti militari, e probabilmente anche politici, ha dettato questo passo tanto doloroso al cuore di Sua Maest; ci non ostante Ella, giusta l'assicurazione del serenissimo arciduca Giovanni, far ogni sforzo per procurare il bene del Tirolo.
"A questa promessa trovasi pure unito l'ordine della Maest Sua di esortare i Tirolesi alla quiete ed alla sommissione, onde risparmiare al paese gli orrori e le desolazioni, che eglino gli tirerebbero addosso con un'inutile resistenza.
"Io devo, giusta gli ordini supremi, evacuare il paese, e per conseguenza voi non potete pi contare sopra l'ulteriore mia assistenza militare. Rassegnatevi al volere della Provvidenza con pazienza, tranquillit e costanza.
"Io ho raccomandata la nazion tirolese, e quella del Vorarlberg alla protezione del maresciallo dell'Impero francese duca di Danzica, il cui corpo d'armata  destinato ad occupare il Tirolo ed il Vorarlberg.
"Il vostro contegno servir di norma al suo, e voi stessi formerete con ci il vostro benessere o la vostra rovina.
"Col pi intenso dolore, e coi pi vivi ringraziamenti per l'aiuto da voi fin qui prestatomi, trovomi obbligato di rendervi di ci consapevoli.
"Bressanone, li 29 luglio 1809.
"BARONE BUOL DI BURENBERG"
"Generale maggiore, Comandante un Corpo in Tirolo."
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Alle conciliatrici parole alcuni rimettevano della loro pertinacia; ma il rio talento dei pi sdegn uniformarsi al pacifico sentire degli assennati, e fu stimato novello inganno l'avvertimento dei due ministri. Le cose piegavano agli estremi, e un tremendo avvenire preparavasi per l'infelice Tirolo.
Leiningen, dietro l'avuto comando, assembrava in Trento la sua truppa in varie parti stanziata, e il 1 d'agosto marciava alla volta del Tirolo tedesco, unendosi per via al corpo d'armata del generale Buol, per indi uscire dai tirolesi confini ed unirsi colla grande armata. I napoleoniani e i bavari, con altri confederati, ne prendevano il possesso, entrandovi lo stesso d dalla parte d'Italia con 1300 francesi ed italiani, sotto il comando del generale Dazmair, e da settentrione con circa 30000 uomini tra francesi, bavari, sassoni e Virtemberghesi, guidati dal maresciallo francese Lefebvre, duca di Danzica. Se con lagrime di dolore miravano i tirolesi la partenza degli austriaci,  facile immaginare con quale animo vedessero entrare i tanti nemici, che mettevano alle strette il loro paese. L'arrivo di queste colonne, destinate a spegnere la fiamma della tirolese insurrezione, fu preceduto dai seguenti bandi:
AL POPOLO DEL TIROLO
"Le vittorie del Grande, che regge i destini del mondo, riconducono fra voi le sue truppe protettrici, ed alleate del vostro legittimo Sovrano e padre. Le illusioni, a cui v'hanno dato momentaneamente in preda gli agenti dell'Austria, quelle illusioni, che hanno condotti molti di voi al traviamento ed alla ribellione, debbono tosto far luogo alla realt de' fatti, ed alla verit, che ad arte vi fu tenuta nascosta.
"L'Imperatore Napoleone ha pienamente sconfitta l'armata tedesca. L'esistenza della Monarchia austriaca  nelle mani di quell'Eroe, che mai si offende impunemente.
"Spiriti illuminati! concorrete con tutti i vostri mezzi a far rientrare i traviati nell'ordine sociale, da cui la seduzione gli ha allontanati.
"Le truppe francesi ed italiane vengono per far cessare l'anarchia, e tutti i mali che porta seco un despotismo, che da qualche tempo vi opprimeva.
"Se ho potuto altra volta esser testimonio della vostra fedelt e devozione al legittimo vostro Sovrano, se tante prove ne avete a me date allorch fui tra voi, ben a ragione ne attendo dai prodi Tirolesi pi grandi e luminose, ora che per le circostanze della guerra io ritorno al comando delle vostre contrade.
"Abitanti del Tirolo, rientrate nei vostri focolari, nel seno delle desolate famiglie vostre; ripigliate pacifici le vostre cure domestiche. Depositate e consegnate le armi alle autorit locali. Sia questa la prima prova del vostro ravvedimento. Io vengo a proteggere le vostre sostanze, le vostre persone. La clemenza ed il perdono precedono i miei passi.
"Ma guai a coloro, che ostinati e ribelli saranno sordi a queste voci! Tremino costoro della sorte che gli attende. La pi terribile vendetta sta per piombare sull'infame loro capo.
"Dal mio quartier generale, li 31 luglio 1809.
"GENERALE FIORELLA."
ARMATA DI GERMANIA
Primo Corpo.
"Noi Duca di Danzica, maresciallo dell'Impero, comandante in capo le truppe di S. M. l'Imperatore de' Francesi, Re d'Italia, e dei Principi alleati, nel Tirolo e nel Vorarlberg, essendoci assicurati da noi stessi che tutte le misure di clemenza, ch'eransi prese all'epoca del nostro primo ingresso nel Tirolo, non erano state d'alcuna utilit per richiamare i Tirolesi traviati alla sommessione che debbono al loro legittimo Sovrano, e volendo eseguir puntualmente gli ordini di S. M. l'Imperatore Napoleone nostro augusto Sovrano, il quale vuole che il Tirolo sia sottomesso, e che gli abitanti ne siano disarmati, ordiniamo quanto segue:
"Art. 1. Il Tirolo, il Vorarlberg, e la parte del paese di Salisburgo che ha partecipato all'insurrezione, saranno disarmati.
"2. Da oggi al 10 di questo mese le armi d'ogni specie, tutte le polveri, cariche e munizioni di guerra saranno depositate nel capoluogo di ciascun baliaggio.
"3. Il bal di ciascheduno di questi baliaggi riunir tutte le armi depositate nel capoluogo, e le far trasportare, sulla sua responsabilit, al capoluogo del dipartimento di cui fa parte il suo baliaggio, e le rimetter al comandante militare, che gliene rilascier ricevuta.
"4. Ciascun comandante militare terr un registro, sul quale saranno inscritti tutti i nomi dei Comuni di ciascun baliaggio, e il numero d'armi che ciaschedun baliaggio avr depositato.
"5. I Comuni che ricusassero di restituire le loro armi, o ne' quali se ne trovassero ancora, avranno delle esecuzioni militari, e saranno puniti in un modo esemplare.
"6. Tutti i bal dei 24 baliaggi spediranno, tra oggi e il 10 di questo mese, al generale capo dello stato maggiore generale del corpo d'armata lo stato circostanziato delle compagnie di bersaglieri del paese, delle compagnie conosciute sotto i nomi di difensive e di compagnie di riserva, che erano state formate ed organizzate in ciaschedun baliaggio durante l'insurrezione, e nelle quali sono compresi tutti gli abitanti dall'et dei 16 fino ai 45 anni.
"7. Tutti i comandanti di queste compagnie, e particolarmente i nominati Andrea Hoffer, Reich, Bombardy, de Morande, Giuseppe de Ress, Valentino Tschl, Francesco Frischman, Ferdinando Fischer, Strell, ec. ec. si recheranno al mio quartier generale ad Innsbruck, tra oggi ed il 10 corrente, per assicurarci della loro obbedienza, della tranquillit del paese, e del disarmamento de' suoi abitanti.
"8. Quelli designati nell'articolo precedente, i quali, da qui al 10 di questo mese, non si saranno presentati al mio quartier generale, saranno considerati come persistenti nella loro ribellione, e trattati come tali; in conseguenza le loro case saranno demolite, le loro persone e famiglie bandite dal paese a perpetuit, i loro beni confiscati, e se osassero ricomparire sul territorio tirolese, saranno arrestati immediatamente, tradotti innanzi alla Commissione militare, e giustiziati entro 24 ore.
"9. Il sedicente maggiore Martino Teimer, riconosciuto per essere il principale motore dell'insurrezione del Tirolo, e che ha comandato gl'insorgenti dell'Ober ed Unter-Innhalt,  escluso dal favore accordato dall'articolo 7.; in conseguenza, ovunque sar arrestato, sar tradotto innanzi ad una Commissione militare, e giustiziato entro 24 ore.
"10. I Comuni, sul territorio de' quali sar fatto qualche insulto o molestia qualunque alle persone addette alle armate di S. M. l'Imperatore de' Francesi, Re d'Italia, o de' suoi alleati, ne saranno renduti responsabili; i bal, borgomastri e principali abitanti saranno tradotti innanzi alla Commissione militare.
"11. Sar creata provvisionalmente una Commissione militare ed amministrativa, incaricata di provvedere alla sussistenza delle truppe che trovansi nel Tirolo, di adempiere alle funzioni interinali di commissario generale del paese, e di esaminare tutte le cause e delitti accennati ne' differenti articoli del presente ordine. Essa giudicher egualmente de' delitti che si potrebbero commettere verso gli abitanti dai militari od impiegati dell'armata ec.
"12. Le disposizioni del presente ordine sono applicabili al Vorarlberg, ed alle parti del paese di Salisburgo, del Pinzgau e Zillerthal, ed a tutti i paesi che hanno preso parte all'insurrezione.
"13. La sommissione degli abitanti del Vorarlberg sar ricevuta dal signor generale di divisione Beaumont, conte dell'Impero, e le armi verranno depositate ne' luoghi che egli indicher.
"La sommissione degli abitanti del paese di Salisburgo, citata all'articolo 12., sar ricevuta dal signor generale di brigata Kister, barone dell'Impero, governatore del paese di Salisburgo, e le armi saranno depositate a Salisburgo.
"14. Al momento della pubblicazione del presente ordine, i baliaggi e Comuni, che avessero gi deposto le armi secondo gli ordini ricevuti anteriormente, dovranno soltanto presentare ai comandanti militari la ricevuta che ne sar stata loro rilasciata.
"15. Il presente ordine sar spedito a tutti i comandanti militari ed a tutte le autorit civili, pubblicato ed affisso in tutti i comuni, e letto in pulpito dai ministri del culto; tutti coloro che vi si conformeranno riceveranno assistenza e protezione per le loro persone e per le loro propriet.
"Fatto al quartier generale, ad Innsbruck, add 1 agosto 1809.
"IL MARESCIALLO DUCA DI DANZICA."
REGNO D'ITALIA
ORDINE GENERALE
Popoli del Tirolo!
"Sedotti da suggestioni straniere, vi siete armati contro il vostro legittimo Sovrano; voi avete accolta un'armata che invadeva i suoi Stati, senza provocazione e senza dichiarazione di guerra.
"Ogni istante ingannati da rapporti i pi menzogneri, avete perseverato nella difesa di una ingiusta causa, ed avete creduto che quel Principe che alla pace di Presburgo cedette i suoi diritti sul vostro paese, che ha abusato della vostra buona fede e della vostra confidenza, potesse solo rendervi felici. Non v'ha prosperit pei popoli che nell'obbedienza alle leggi, nel rispetto e nella fedelt verso il Sovrano. Perch siete ancora in armi? I soldati sui quali contavate, che tutti i giorni v'annunziavano delle nuove vittorie, attestano le loro menzogne colla loro ritirata, e vi abbandonano a voi medesimi. Rientrate in voi stessi finch ne avete il tempo, e guardatevi dal chiamare su di voi e sulle vostre famiglie, con una cieca ostinazione, la collera dell'Eroe cui nulla resiste, ma che sa perdonare.
"Le truppe di S. M. I. e R. non ponno riguardare come soldati de' paesani insorti, n riconoscere degli ufficiali in uomini acciecati dalle loro passioni, e che, sudditi di un Sovrano, hanno preso l'uniforme e le decorazioni del suo nemico. Tutto dee rientrare nell'ordine. In conseguenza  ordinato quanto segue:
"Art. 1. Tutte le compagnie e tutti i corpi franchi del Tirolo sotto qualsiasi denominazione, che non sono stati creati per ordine del legittimo Sovrano, saranno sciolti.
"2. Qualunque uniforme o segno di riunione, eccettuati quelli del Sovrano legittimo, dovranno immediatamente deporsi.
"3. Ogni abitante del Tirolo arrestato coll'armi alla mano, quando non sia munito della licenza della legittima autorit per portarle, verr considerato come ribelle, e trattato come tale.
"4. I Generali Comandanti faranno eseguire quest'ordine in tutti i luoghi di loro comando.
"Dal quartier generale di Milano, primo agosto 1809.
Il Generale di divisione, aiutante di campo dell'Imperatore,
Ministro della guerra e della marina,
Comandante le truppe di S. M. in Italia.
A. CAFFARELLI.
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Le gravi e minatorie misure avrebbero dovuto produrre nei Tirolesi effetti conformi alle esortazioni ed alle intenzioni manifestate dall'Austria per mezzo di Hormayr e di Buol; ma il pensiero sempre vivo di conservare la libert della patria, e i perniciosi semi non ancora spenti a quel fine, mantenevano tuttavia, nel minuto popolo in ispecie, l'antico vigore; n mancava chi a studio ve lo nutrisse. Dopo una calma, che in ogni angolo della provincia apparentemente regnava, dopo una rassegnazione che sembrava universale, un piccolo urto di mali trattamenti, e l'ordine emanato dal duca francese ai capi della sollevazione di dover comparirgli innanzi, ruppero inopinatamente l'argine contrapposto. Niente curando gli eserciti che gli stringevano nelle viscere, niente quelli che circondavanli fuori, si accingevano i tirolesi ad uno spettacoloso e fierissimo cimento.
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Di mano in mano che Lefebvre si dilatava colle sue truppe nella provincia, una moltitudine di gente armata saliva celatamente i monti posti fra Innsbruck e Mittewald lungo la strada postale, nel mentre che un'altra massa avviavasi verso il territorio di Trento: quella per abbattere Lefebvre, questa per cimentarsi con Dazmair, il quale ognor pi ingrossava. Il mondo, rivoltando nella mente la grandezza di tanto pericolo, ne sentiva compassione ed orrore.
Il cappuccino Gioachino Haspinger, notissimo ne' fatti della sollevazione, alzava primo d'ogni altro il sanguinoso vessillo, ed alla testa di una squadra di difensori, da lui benedetta in nome di Maria e dei Santi protettori del paese, si accingeva, il 4 di agosto, allo scontro della vanguardia di Lefebvre, condotta dal generale Royer. Questa, composta di sassoni, di bavari e di francesi, gi s'incontrava coi tirolesi postati appresso Mittewald in fra le balze divise dal torrente Eizack, l dove appunto nel 1703 fu manomessa e distrutta la vanguardia bavarese, che voleva unirsi nel territorio trentino coll'esercito alleato francese per aggregarsi ai malcontenti dell'Ungheria. Ambedue le parti s'ingaggiavano ivi tantosto in una battaglia, che fino alle quattro della sera viemmaggiormente indur. Animosamente combattevano i confederati, ma con tutto ci venivano soperchiati dallo squisito valore dei tirolesi, animati dall'efficace comando del cappuccino, che coll'invocare e gridare il nome di Maria Santissima, imprimeva loro tanta gagliardia e conforto, che lieve cosa giudicavano essi l'andare, s come facevano, in mezzo ai pericoli ad incontrare la morte. Dopo le quattro piegava finalmente all'audacia tirolese lo stanco antiguardo nemico, con una perdita di 1200 uomini, e 53 uffiziali, fra cui il colonnello di Sassonia Gotha barone Hennings, spento per mortal ferita poco dopo in Bressanone.
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Questo per non era che un principio di ci che intravvenne in appresso. S come alle fulminanti minaccie dell'avanzante colonna nemica, abbisognavano grandi apparecchi, cos i tirolesi aveano di questi giorni innalzati con ogni celerit ripari e trincee di difesa; e in sul colle direttamente superiore al ponte di Ladtsch avevano eretto con tronconi d'alberi un terrapieno rivestito di grossi macigni, e costrutto in modo da poterlo ad un cenno subitamente rovesciare. L'evento non era tanto lontano. La vinta vanguardia, ripreso spirito per altra gente sopraggiunta di fresco, ritornava poco dopo a novella fazione, e con bajonette calate moveva alla volta del ponte, che alcune compagnie nazionali difendevano sotto la direzione del cappuccino, e dei comandanti Kemmaters e Mayer. Gi i confederati s'avvicinavano al ponte, gi credevano di afferrare la vittoria, gi erano realmente vicini a superarlo, allorquando i tirolesi tagliarono tutt'ad un tratto le funi sostenenti il terrapieno. I tronchi e i grossi macigni rotolando con veemenza pei sottoposti burroni, portarono improvvisamente la confusione e la morte in fra le file dei furenti nemici, distruggendo per tal modo quelli che il fuoco delle carabine avea risparmiato. Tanto strazio non bastava ancora per atterrire ed indurre alla ritirata gli avanzi degli arditi francesi e de' sassoni soldati. Rinfrancati dai loro comandanti, ed assistiti dalle nuove truppe che tratto tratto arrivavano, aggiungendo la rabbia al furore, s'avventavano novellamente appresso al difeso ponte con tanto irresistibile impeto, che i tirolesi, ormai tanto investiti e s strettamente serrati, dovettero mettersi al partito d'incendiarlo per assicurarsi la ritirata, sino che nuove genti recassero l'aspettato soccorso.
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Quest'era il momento propizio a Lefebvre di annientare la massa armata del vacillante Tirolo, che gi incominciava a scemare di spirito, perch le vive dimostrazioni che gli uomini assisi all'ombra della ragione andavan facendo e le imponenti forze nemiche, faceano s, che dai resistenti si combattesse pi per timore, che per altro; ma il maresciallo in luogo di approfittare dell'occasione, si abbandonava il d 6 in Sterzing a vane lamentazioni contro i comandanti della vanguardia, svillaneggiando i bavari e i sassoni, dei quali aveva riprovevolmente prodigalizzato il sangue e la gloria, e rifiutava con acerbo pensiero di accogliere le tirolesi deputazioni, che per la sommissione a lui s'erano indirizzate. Egli pretermise d'impadronirsi delle migliori posizioni, e di riportare quinci, senza gran sangue, e colla clemenza, l'intento della spedizione affidatagli da Napoleone. I suoi modi, anzich calmare l'irritazione e sopire le animosit, sollevarono ed inasprirono gli spiriti, sviandoli dal sentimento di quella quiete, a cui si disponevano. I Tirolesi ingrossavano il giorno 8 per nuova gente chiamata dalle campane a martello, e dai messi reiteratamente spediti dal cappuccino, da Speckbacher e Mayer.
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Il valoroso Hoffer, giunto dalla parte di Jansel colla gloriosa massa di Merano e di Passiria, dove si era annidato per sottrarsi ai primi furori del nemico, scosso dall'eccitante voce de' suoi connazionali, univasi il d 7 al bravo Speckbacher, prendendo alloggiamento alla Kalche. Questi due comandanti, avuti in altissimo conto dalla generalit dei sollevati, ravvivano colla loro presenza ne' difensori il vacillante coraggio, e li rialzavano a grandi speranze. All'esempio dei Meranesi e dei Passiriani molti altri valligiani, riprese le armi, correvano alla riassunta difesa dell'afflittissima patria. In detto giorno Lefebvre alla testa delle sue truppe colla spada sguainata, spingeva arrovellatamente verso Bressanone i tirolesi condotti dal colonnello Wittgenstein, e gi davasi a credere di farli morder la polvere, s come aveva a Sterzing dichiarato, quando invece approssimavasi a' fieri colpi di pi fatale tempesta. Il fulmine di repente scoppi. Le compagnie della Pusteria, stanche di bersagliare gl'inimici con un vivissimo fuoco, calavano a precipizio dai monti, si avventavano alla mescolata sopra di quelli; precipitavano da cavallo a viva forza i cavalieri, e rivestendosi di quel furore che spiegava il loro nemico, li percuotevano col calcio delle carabine, li malmenavano ed uccidevano con furibondo ardimento.
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L'inaspettato micidialissimo scroscio sbaldanziva oltremodo il maresciallo francese, che, pi impetuoso che costante, rimaneva confuso e propulsato. Lo sdegno tirolese puniva aspramente lo sdegno dei collegati nemici, che tempestati di fronte e dai lati non trovavano salvezza che nella fuga. Fuggivano essi dunque alla sfilata verso Mauls, nel qual paese e cavalleria e artiglieria e fanteria tumultuosamente si rannicchiavano, e nell'inevitabile avvolgimento la loro disperata situazione peggioravano. La confusione ivi cresceva fuormisura, massimamente per la comparsa di altre nuove squadre di tirolesi. Fra lo scompiglio e il terrore di una numerosa calca perseguitata dai colpi mortali del tirolese furore, Lefebvre, in cui l'intrepidezza e l'orgoglio eransi mutati in spavento, perdette il suo ricco cappello guernito di nastri d'oro e di un alto pennacchio, e deponendo l'interesse della gloria, s'affidava alla bravura e al coraggio dei suoi gendarmi, i quali, aprendogli il passo a colpi di sciabola scagliata sulla propria gente, poteron procurargli d'oltrepassare il predetto villaggio, avendo egli per dovuto smontare dal suo destriero, e a piedi valicare carriaggi e cannoni. S tremendamente aveano i tirolesi in questo fatto menato le braccia.
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Ridotto Lefebvre in tante angustie, e vedendo omai che il fiorito suo esercito andava in maggior precipizio, che le afflitte cose erano salite all'ultima disperazione, e che infruttuosa sarebbe tornata ogni ulteriore perseveranza, abbracciava il partito di ordinare all'avvilita sua soldatesca la ritirata verso Innsbruck, la quale in fatti segu il d 11 e 12 per lo monte Brenner. Gl'implacabili tirolesi, che apparivano improvvisamente in sulle costeggianti colline, e in sulle strade, non desistevano dall'incalzarla, e dal fulminarla continuamente con una pioggia di palle, producendole gravissima mortalit. Temendo il dilegiato Lefebvre in questa piuttosto rovinosa fuga, che ritirata, di essere preso di mira dai tirolesi, i quali per antica fama sanno s bene aggiustare i loro colpi, stim bene, a fine di assicurarsi della persona nella marcia delle 18 miglia che dovea percorrere, di travestirsi da semplice dragone, tenendo in mano la carabina e la berretta in capo, sino che si vide vicino a Innsbruck, dove arriv fra due nerboruti dragoni, seguitato poscia dalla sua truppa.
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Di non minore rinomanza fu l'esito ottenuto di questi medesimi giorni dai tirolesi contro il corpo del generale Beaumont, che il duca di Danzica avea inviato nell'Oberinthal, all'intento di assalire da tergo le genti di Merano e di Passiria condotte dall'Hoffer alle sponde dell'Eisach. La vanguardia dei 1700 bavaresi, comandata dal colonnello barone Bourschio, e dal francese tenente colonnello Vaserau, appropinquavasi il d 8 per la via di Landeck al ponte di Prutz, e gi era in procinto di passarlo, allorquando venti bersaglieri tirolesi, che ivi a caso trovavansi, osarono audacemente di contrastarle il passaggio colle archibugiate. A questi prodi si un subitamente gran gente, accorsa da pi luoghi all'avviso delle stormeggianti campane. Allora il combattimento divenne pi gagliardo. Una parte de' tirolesi occupava il ponte, l'altra dominava le alture di Laditsch. E in queste e su quello i bavari investivano acremente la sollevata gente, facendo sur essa giuocare le artiglierie; ma essa con altrettanto animo virile combatteva, e l'assalto non solo facea tornar senza frutto, ma ben anche dannoso agli stessi assalitori, di guisa che il riurto dei tirolesi superava, sbaragliava, vinceva ed obbligava finalmente quanti sopravanzavano ai colpi micidiali dei bersaglieri, a ritirarsi nel campo di Dullen, dove la sopraggiunta notte permetteva che si potessero ristorare e dissetare insieme a' proprii cavalli.
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Nell'oscurit di questa notte istessa i soldati di guardia ai primi posti s'introducevano nelle prime case di Prutz gi abbandonate da' loro abitatori, e non sapendo in qual altro modo sfogar la vendetta, appiccavano il fuoco a ben dieci delle medesime. I sollevati v'accorreano furenti, scacciavano animosamente gl'incendiarii, e riuscivano, se non a spegnere il fuoco, a salvare la massima parte delle suppellettili. Al sorgere dell'aurora la parte tirolese, fatta maggiormente ardimentosa pei sussidii ad essa giunti di fresco, accingevasi a rinnovellare la pugna. La potente sua mossa scoraggiava i bavari, li metteva in disordine, e li riduceva a concentrarsi nel loro campo, e a battere da questo luogo ordinatamente coi tiri della moschetteria e del cannone. Rispondevano i bersaglieri tirolesi, postati alla spicciolata in sul monte; ma il vicendevole trarre non produceva quasi nessuna mortalit, per la soverchia distanza delle parti avversarie. Infastiditi i tirolesi dell'inutilit del loro fuoco, una gran parte di essi serravasi insieme, ed armata di archibugi, di spiedi, di aste e di giavellotti precipitava furiosamente dal monte colla ferma risoluzione di venire alle mani. Un impeto s strano presagiva all'attonito nemico il suo sterminio, e per evitarlo determin di arrendersi alla discrezione dei tirolesi, ai quali fece conoscere la sua intenzione per uno sventolante pannolino. A ci seguiva il parlamento, in virt del quale si diedero in potere de' vincitori 700 fanti del reggimento Junker, e 150 dragoni del reggimento Taxis, con 200 cavalli, colle loro armi e molta munizione. Circa 250 furono i morti e i feriti bavari, soltanto 12 dei tirolesi. A questo conflitto parteciparono anche le donne e le fanciulle, attendendo a far rotolare delle rupi in sulla strada sassi e scheggioni sopra la truppa e le artiglierie, ingombrando cos la via, e cagionando confusione e rovina a uomini, a cavalli, ed ai transitanti carriaggi.
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Il presidio di Landek, forte di 700 soldati, udiva da 300 bavari fuggitivi l'avvenimento di Prutz, e ne sentiva raccapriccio e timore. I tirolesi non pretermettevano l'opportunit che loro si offeriva del vincere, e quindi nella seguente notte, esacerbati per le ingiurie ricevute, lo sorprendevano. Prendeva questo tostamente le armi, usciva dalle proprie stanze, ed affrontava gli assalitori per respingerli; ma in luogo di riportare l'intento, rimaneva parte ammazzato col piombo micidiale, o colle bianche, e parte fatto prigioniero. Un successo non dissimile avvenne poco dopo ad altri 500 bavari, che da Zams venivano a sussidiare i perdenti. Proseguendo i vincitori nel vittorioso cammino, vincevano in appresso anche il presidio d'Imst, forte di 1200 uomini, il quale invano cercava di resistere a Brenn, a Khel, e a Nassereit. Le giuntegli notizie di Prutz, di Landeck e di Zams, e la fermezza con cui battagliavano i tirolesi, il distoglieva dal pensiero di resistere davvantaggio, ed avviavasi frettoloso alla volta d'Innsbruck, ove concentrarsi doveano tutte le guerreggianti colonne dei collegati. A Telf e a Zirl i fuggitivi s'incontravano, e si univano con altre forze. Quest'avventura partoriva in essi l'ostinazione di misurarsi novellamente coll'oste tirolese, ma subivano ben presto la pena di rendersi vinti un'altra volta per le genti condotte da Martino Firler, e da Mohrbergen, che li snidavano dal nuovo seggio che volevano conservare, inseguendoli sin presso Innsbruck, a vista della quale il giorno 12 erasi adunata su ambidue le sponde dell'Enno una moltitudine di tirolesi, fra cui si noveravano pur anco e vecchi e giovani imberbi, e donne d'ogni et, tutti allegri, coraggiosi, pieni di speranze, avidi di nuova gloria, e determinati di finire l'ultimo atto dell'eroica intrapresa con la propria morte, piuttosto che dare il paese e s stessi in mano dell'arrogante e terribile Lefebvre.
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In questo giorno le reliquie dell'armata collegata si squadronarono nella spianata d'Innsbruck, e Lefebvre le passava in rivista. In tal incontro egli pot meglio giudicare il valore della sollevata gente, con cui aveasi misurato alla cieca, e meglio pentirsi della baldanzosa e inconveniente condotta da lui osservata nella confidatagli spedizione, non che della negligenza in lasciarsi fuggire la felicit della vittoria, che stava da principio in sua mano; per il che, oltre d'essere caduto in disgrazia del suo sovrano, perdette gran parte della militare sua reputazione. In quella rivista: "Soldati, egli diceva, noi daremo domani una nuova battaglia, e poi potr condurvi fuori di questi sciagurati monti. Rammentate il grande e vittorioso combattimento di Wagram; rammentate che voi siete i commilitoni di quei prodi, che tanta vittoria riportarono in quelle memorande giornate campali, e fate vedere al mondo, e specialmente al Tirolo, che voi non siete minori in valore." Ma in pronunziando queste parole il duca forse non pose mente che soldati mercenarii e scorati, messi in rotta e in iscompiglio per le incessanti molestie dei tirolesi, che da tutte bande sbucavano, combatter doveano contro un'accanita gente, animata dal potente sentimento della patria, e protetta da montuose barriere, da essa valorosamente difese; laddove nel campo di Wagram le condizioni de' combattenti rivali erano pareggiate. Malgrado le gravi perdite incontrate negli andati giorni, egli pot tuttavia raggranellare, per disporsi al nuovo cimento sconsigliatamente da lui meditato, un corpo di 25000 uomini con 2300 cavalli, e 40 pezzi d'artiglieria.
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Nella seguente notte, in sui colli che circondano Innsbruck, si ravvisava una corona di fuochi accesi da' difensori tirolesi, che coi 300 accogliticci austriaci sommavano a 18000, tutti preparati per attendere il minacciato assalto. Hoffer avea il suo alloggiamento nello Schnberg inferiore appresso il valoroso Eschmann. Il cappuccino Haspingher, che dal primo d'agosto non prendeva riposo, era scomparso il d 4 per cagion di salute dalla vista dei patrii difensori, i quali non veggendo alla loro testa il ministro di Dio, tanto vincolato a' lor cuori, mostravano un generale mal umore, talch incominciato aveano a stessere l'ordimento per lo domani meditato; ma resone avvertito, ricompariva fra le file de' combattenti alquanto sdegnato pel concepito loro timore; riconduceva seco le genti di Spechbacker; rianimava, scuoteva, invigoriva le raffreddate schiere. Poco dopo la mezza notte il cappuccino svegliava l'Hoffer per avvertirlo che si approssimava il momento di celebrare la messa, e di chiamare i difensori ad assistervi. Prostrata pertanto quella gran massa di gente, da vicino e da lontano, di fronte all'altare, con dimesse ed ossequiose voci essa supplicava ajuto a Chi dall'alto vede e tutela le generose opere degli afflitti mortali, e con un'estrema divozione mandava preghiere a Maria Santissima, affinch la gran causa prendesse a proteggere del suo divoto Tirolo. Non mai tanto spicc nella sollevata nazione il sentimento della religione congiunto a quello della libert, quanto in questo d, che merita nella patria storia una ricordanza distinta.
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Ci fatto, le compagnie venivano disposte all'aspettata battaglia dai bravi comandanti Hoffer, Spechbacker e Haspingher, l'ultimo dei quali si esponeva sul piccolo suo cavallo ai primi posti. Le operazioni dell'ala sinistra eran commesse al cappuccino, il quale indirizzava le sue genti sopra Natters e Matters verso la Galleviese. Hoffer comandava il centro sul monte Isel. Spechbacker dirigeva l'ala destra, che si estendeva dalle alture del ponte di Pass sino al piano, e ai ponti sull'Enno di Hall e di Volders, non ommettendo tutti e tre di infiammare ed incorare le proprie genti con possenti ed ardentissime voci. Sorgeva intanto l'aurora del d 13, giorno di domenica; tutto era silenzio, ma silenzio tremendo e presago di orribile avvenimento. Alla sesta del mattino si udivano i primi colpi dal nemico scagliati; allora tutta la massa tirolese, che tal motto aspettava, si faceva ad incontrarlo fra le grida di giubilo, ed il rimbombo de' cannoni. Ardeva la battaglia subitamente per ogni lato, e inacerbiva in maniera straordinaria. Da bel principio ostinazione e ferocia da una parte, ostinazione e ferocia dall'altra. Ma debolmente poteano combattere gli ardenti collegati; ch fulminando i tirolesi dall'asprezza dei monti, recavano a quelli grandissima mortalit, laddove la interminabile pioggia di archibugiate e cannonate, che sui tirolesi mandavano dal piano i nemici, poca gente feriva. Il fortissimo Hoffer combatteva con molta operosit, e pari valore: il conte Giuseppe Mohr altamente si distingueva colla gente di Wintschgau alla sua direzione affidata.
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Al ponte della Sill, alla caduta d'acqua di Wiltau, la battaglia inferociva pi sanguinosa che altrove, l'inimico minacciava di circondare la colonna comandata dal cappuccino, ma era prova infelice rivenire all'azione. Presso al castello di Amras le parti battagliavano accanitamente colle bianche. Gagliardissimamente pugnava Lefebvre, tentando di rimediare colla virt agli errori da principio commessi; ma la resistenza, il patrio valore dei tirolesi avanzavano i di lui ultimi sforzi. La situazione della sua truppa incominciava a peggiorare, gi fra le sue file spargevasi la disperazione, i soldati appiccavano il fuoco ai granai di Wiltau ed a pi case campestri empite di morti: i boschi ed i campi erano coperti di cadaveri nemici e di feriti, che chiedevano aiuto. Ondeggiava il maresciallo in mille pensieri, e veggendo che le cose traboccavano all'ultima loro rovina, risolveva al fine di desistere da un'estrema opposizione, che avrebbe certamente finito coll'inevitabile sacrificio della sua soldatesca, s terribile n'era lo strazio. Nel d seguente i rimasugli dei confederati si ritiravano, raccogliendo quanto l'angustia del tempo loro permetteva. Il corpo principale volgeva il cammino pel Salisburghese, e il conte Oberndorf, in un col colonnello Massimiliano conte d'Arco, s'indirizzava con diversi distaccamenti sopra Scharnitz ed Achenthal, all'intento di mantenere la comunicazione tra Schwatz e la Baviera. Questa colonna fu inseguita e fugata presso Pill e Santa Croce, ed il capitano che ne aveva il governo pag il fio delle maledizioni e grandi minaccie da lui fulminate contro i tirolesi; un colpo di carabina lo stese dal suo cavallo. Con esso lui perirono alcuni altri uffiziali, e maggiore sarebbe stata la perdita, se l'intiera colonna non si fosse rifuggita nei cortili delle case bruciate di Schwatz. Nella rabbiosa ritirata i collegati lasciavano ovunque le vestigia d'un'atroce vendetta. Con efferatissima barbarie incendiavano paesi, e martorizzavano pacifici abitanti, lavando nel loro sangue la macchia delle sofferte sconfitte.
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Finita la battaglia del d 13 d'agosto, si misurarono le perdite. Fra i confederati perirono intorno a 5000 uomini; 1700 furono i feriti, e 6000 i prigionieri. Ai tirolesi mancarono per morte solamente 50 uomini, e 132 per ferite.
Alla partita da Innsbruck delle confederate truppe v'entravano il d 15 di buon mattino i sollevati difensori con l'Hoffer, che vi fissava la militare sua stanza. Il cappuccino recavasi con alcune compagnie sopra Hall, onde frenare i disordini che una masnada di tristi difensori venturieri stava per commettervi. Immensa era l'allegrezza, che per una vittoria tanto piena e s segnalata sentivano i tirolesi, fatta ragione massimamente alle lor perdite, tanto lievi rispetto a quelle de' formidabili nemici. L'aria della provinciale metropoli rimbombava al suono dei pifferi, dei tamburi, dei lieti applausi e delle festevoli grida: tutti esultavano al glorioso trionfo, tutti celebravano la terza liberazione della patria nel giorno appunto in cui nelle terre possedute dalle armi francesi veniva solennizzato il giorno natalizio ed onomastico di Napoleone, e tutti con religiosa divozione innalzavano preci al cielo in ringraziamento della vittoria.
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CAPITOLO 9.
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Maraviglia generale pel novello trionfo de' tirolesi. Loro ostinatezza per la difesa. Hoffer assume la dittatura della provincia. Suoi decreti e ordinamenti pubblici. Monete coniate a suo ordine. Distribuzione delle forze difenditrici capitanate da Spechbacker, dal cappuccino Haspingher e da altri comandanti. Il general francese Rusca viene battuto e fugato da Lienz colla sua colonna di quattro mila uomini. Cos avviene in Trento del generale francese Dazmair, che ritirasi in sul Veronese. Con esso lui fuggono da Trento a Rovereto i bavari impiegati superiori, pel timore de' sollevati tirolesi. Erezione di nuove compagnie di difesa. Ricomparsa improvvisa del generale Dazmair in Rovereto, e sue militari posizioni in vicinanza a questa citt. Mischia avvenuta sui colli di Vallunga, e nuova ritirata di Dazmair, che viene impedita a Serravalle da' comandanti Garbin e Dalponte. Quiete dell'armi, e vessazioni fatte dai sollevati forestieri. Guasto del palazzo del barone Orazio Pizzini di Rovereto.
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La splendidissima vittoria riportata dai tirolesi sopra Lefebvre veniva non solo solennizzata nella provincia, ma risuonava ben anche con onore per le nazioni d'Europa. Ma tanta vittoria sortir poi effetti conformi ai sostenuti sacrifici? Conserveranno i tirolesi, senza il sostegno dell'Austria, i riportati vantaggi ? Potrassi egli credere che i trionfi e l'ambizione dell'imperatore Napoleone lascieranno impuniti, o metteranno in non cale le sconfitte e l'avvilimento che ai suoi alleati e alle stesse sue truppe vennero per essi recati? Queste riflessioni destavano generalmente la piet degli accorti ed imparziali ammiratori del Tirolo, in vederlo s ostinato persistere da per s solo in una difesa, che secondo l'umana previdenza non potea riuscire che ad infelice partito; e fermavano pi che mai l'attenzione di quei tirolesi medesimi, alla cui sagacit e prudenza si presentavano i movimenti pericolosi e fatali, che fuori della provincia si apprestavano a di lui danno. Ma i sollevati, nella massima parte uomini oscuri e di corto intelletto, ma che avevano caldissimi cuori e forti anime per la patria, o non sapevano, o non voleano persuadersi, che nelle guerre le armi della virt non vincono le armi della forza, e che si trovavano in lizza col pi potente sovrano del mondo, il quale, a fronte delle forze impiegate nella sospesa guerra coll'Austria, resisteva contro la grande sollevazione della Spagna, sebbene sostenuta dall'Inghilterra, e che da quelle istesse terre, su cui di recente aveva trionfato, gi volgeva ad essi il feroce pensiero di pienamente conquiderli con parte di quegli eserciti, che poc'anzi aveano depressa la potente Casa d'Austria.
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Lontani i sollevati tirolesi dal pensare a s tremendi apparecchi, che avrebbero costernato un potentissimo regno, orgogliosi della vittoria, ad altro non dirizzavano i pensieri, che a voler liberare intieramente la provincia dal nemico, il quale in qualche sua parte ancora la premeva, e a veder sistemata una provvisoria reggenza. Hoffer, nel giorno della sua entrata trionfale in Innsbruck, dopo sconfitto Lefebvre, otteneva dal tacito voto della levata nazione, o pur assumeva da per s il potere di tutta la provincia. Prima di tanto carico egli si sottoscriveva "Comandante superiore della Passiria e del Tirolo meridionale," e dal giorno 15 d'agosto si denominava "I. R. Comandante superiore del Tirolo." Egli stabil il suo alloggiamento in Corte, e dalla dittatoria sua residenza emanava decreti per l'amministrazione civile e militare, e fece anche coniare delle monete di buona lega. Come supremo regolatore dell'armi distribuiva la gran massa dei difensori in questo modo: nelle vicinanze di Unken e di Lofer, e nei monti salisburghesi verso la Carintia e la Stiria superiore, avevano il comando i famosi Spechbacker e Haspingher; la gente levata nella Pusteria era affidata al coraggioso Filippo de Wrndle, avente sotto i di lui ordini Battig, Kolb, Luxheim il venturiere, e Antonio Steger, l'ultimo de' quali era alla direzione delle genti di Sillian, di Sexten, e di Lienz, le quali, nel mentre il duca Lefebvre battagliava in sulle sponde dell'Enno, aveano cacciato da quest'ultima citt e fugato oltre i tirolesi confini il general Rusca colla sua colonna di 4000 combattenti, cagionandogli una perdita di circa 1000 uomini fra morti e feriti, perdita ben meritata in rappresaglia del sacco, degli incendii e delle uccisioni da lui permesse a' suoi soldati tanto nella citt di Lienz, quanto nel contado. Nel Tirolo meridionale fu commessa la somma delle cose a Giacomo Torgler, comandante le compagnie calate a questi giorni da Bolzano per iscacciare i napoleoniani, stanziatisi sino dal principio d'agosto nei territorii di Trento e di Rovereto.
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Il generale francese Dazmair, che avea la sua stanza in Trento, seppe per gli suoi esploratori, che i sollevati si accostavano, e disponeva quindi la sua truppa per arrestare il loro avanzamento. Ma quelli il giorno 18 comparivano arditamente in sui colli che signoreggiano la sottoposta citt; le due parti venivano a battaglia, e si ostinavano col ferro e col fuoco. Insuperbiti gli assalitori dalla grande vittoria riportata sopra Lefebvre, induravano nell'impresa, vaghi d'emulare nel valore l'esempio de' loro compagni, che difendevano la regione settentrionale. Gli assaltati impiegavano tutte le loro forze per propulsarli, e per conservare il possesso della citt. Durante la mischia sorgeva fra gl'impiegati bavari e i bavari partitanti, gran timore di essere molestati nelle sostanze e nelle persone, qualora i napoleoniani abbandonassero al solo arbitrio dei sollevati la propugnata citt. A ci mirando i bavari rettori ordinarono la chiusa di tutte le regie cancellerie politiche e giustiziali, e i primarii magistrati partirono dalla contrastata citt, e in detto giorno capitarono a Rovereto, e di qui insieme ad altri ripararono tosto a Verona, cagionando coll'improvvisa loro comparsa e rapidissima fuga non poco spavento ai roveretani, affatto nuovi di quest'ultime scene.
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Poco dopo una grossa turma di sollevati delle valli di Non e di Fiemme, spintasi sino all'Acquaviva ed al castello della Pietra, avea rotta la strada postale, erette palizzate ed impedito al nemico la comunicazione col piccol presidio di Rovereto, che a tale mossa si ritir verso Ala. Le avversarie parti disputavansi intanto aspramente l'acquisto di Trento, per cui nei giorni 19 e 20 veniva rinnovellato il conflitto. Forte stava Dazmair, che con gagliarda resistenza dei suoi fronteggiava la massa assalitrice, che superiore d'assai in numero obbligava i napoleoniani, che sommavano a 1000 soldati circa, con venti cavalieri e tre cannoni, a cedere la citt, volgendosi nel d 21 con rapido passo a Rovereto, conducendo seco tre prigionieri tirolesi, fra i quali un vecchio, che pel peso degli anni appena poteva reggersi in piedi. Refrigeratisi alquanto in sul Corso nuovo proseguivano alla volta di Ala la celere marcia, temendo, col far alto nella valle Lagarina, un qualche mal giuoco da parte dell'ardita massa, della quale in detto giorno comparve in Rovereto un qualche centinaio d'uomini, e nei d susseguenti altri 400 o in quel torno, restando la forza maggiore in Trento e nel suo contado.
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Il nuovo moto del Tirolo tedesco si dilatava nel Tirolo italiano, tirolesi eccitavano tirolesi, e quasi in ogni comune si formavano spontaneamente nuove compagnie di difesa. Essi ideavansi omai che il Tirolo, abbandonato dall'Austria in virt dell'armistizio, e dalle tirolesi armi tuttavia difeso, potesse in appresso reggersi a popolo, oppure venire ceduto, col pendente trattato di pace, all'Austria medesima, o ad un principe di quella casa. La chimerica illusione metteva fatalmente in non cale le minacciose armate napoleoniane e bavaresi, che gi venivano circondandolo, e tesseva conseguentemente un'inevitabile serie di mali alla politica sua esistenza.
In questi giorni si reggevano le cose, massime nel Tirolo meridionale, senza civile prudenza e militare consiglio, ma solamente col disordine dell'anarchia: la somma delle cose era venuta quasi del tutto in mano di uomini di bassa fazione, secondo avviene nei paesi tumultuosi, in cui la prudenza viene soffocata dalla temerit; e per quei capitani, che per disposizione del cessato comando militare, e della non pi esistente reggenza provvisoria dell'Austria erano stati dal nuovo ufficio deposti, eressero anch'essi, colla nuova leva proclamata dalla dominante nazione, nuove compagnie di difesa, nelle quali furono per soprassello arrolati illimitatamente anche di quegli stessi facinorosi e disertori, che l'onor nazionale avea alcune settimane prima banditi dalla massa dei legittimi difensori; altra circostanza, per cui il Tirolo diveniva stanza funesta di spavento e di dolori.
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La schiera del generale Dazmair non aveva appena messo piede infra gl'italici confini, che fece risoluzione di voltare le spalle, e di venir un'altra volta a reprimere il popolare furore che allontanolla dal territorio trentino. Essa rientrava in Tirolo il giorno 23 agosto, e il d seguente minacciava Rovereto, che verso il mezzod ne presentiva la venuta dal ritorno degli ufficiali dei difensori tedeschi, che con tutte le loro genti quietamente viaggiarono a Trento. Era di poco valicato il meriggio, quando di repente udivasi gridare per le cittadine contrade: i francesi! i francesi! L'udire le grida, il comparir alle finestre delle persone, e il veder correre confusamente di qua, di l, di su, di gi i pochi sollevati della valle di Fiemme, restati a guardia in Rovereto e ne' circostanti luoghi, era tutt'uno. L'improvviso avvicinamento dello sdegnato nemico, la mancanza dell'ordine e di un condottiere li ponevano in dirottissima fuga. Chi correva la strada postale, chi andava oltre l'Adige ad unirsi alle proprie compagnie, e chi prendeva la via dei monti per gire a Trento, dove stanziava il grosso delle forze. Alcuni di essi, erano circa venti, con mal consigliata bravura, corsero in sul borgo di San Tommaso per fronteggiare il nemico; ma quando seppero che i loro compagni eran gi partiti, che la citt era scema di difensori, e per buona loro ventura scopersero avanti la chiesa di Nostra Signora del Carmine due cavalleggieri del vicino antiguardo francese, che entravano di galoppo; furibondi per lo spavento, altri salirono una carrozza ivi apprestata, e a rompicollo avviaronsi a Trento; altri affidaron la loro salvezza alla velocit delle gambe, o si mescolarono, dopo aver nascoste le armi, colla folla dei cittadini accorsi ad ammirare la nuova scena. Entrarono poscia quietamente i napoleoniani, prima i cavalli, indi i fanti, con quattro cannoni, e presero alloggiamento sul Corso nuovo, postando alcuni drappelli verso Volano, e sulle vicine colline, ed alla guardia dei porti di Sacco e di Villa.
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I sollevati fatti grossi per le bande sopravenute dalla valle del Sarca, campeggiavano a squadre sopra i luoghi eminenti agguatati della riva destra dell'Adige, e sulle colline a sinistra. Quelli a destra, che il tragitto di Sacco guardavano, tempestando incessantemente contro la piazza e le case che guardano a sera, ferirono un capo-battaglione italiano, che cadde svenuto a fianco del generale col recatosi per esplorare il varco del fiume.
Questo stato di cose non ebbe per altro lunga durata. I difensori rinvigorivano nella loro stanza principale di Trento, e quivi i loro capi deliberavano di volere scacciare fuori del Tirolo i napoleoniani annidatisi nel roveretano distretto. A tal effetto calavan essi da Trento in alcune riordinate compagnie, e il d 26 a mezza mattina s'univano alle squadre dei primi posti, e ricomparivano in gran numero in sui monti orientalmente propinqui a Rovereto. Avuto il generale francese l'annunzio della loro mossa, mandava tosto in sugli stessi monti alcuni distaccamenti per respingere la discesa che quelli tentare volessero. I colpi della moschetteria, poco dopo tirati, avvertivano la sottoposta citt, che le parti s'erano avvicinate, e svegliavano gran timore, che sarebbe presto spettatrice di qualche tragico avvenimento. All'insorto timore conseguitava un chiuder di botteghe e di porte, e la solita curiosit nei cittadini, che a gruppi salivano sui tetti, ed alle pi alte finestre, per osservare l'andamento della marziale contesa, che avventurosamente riusciva di poco momento, dappoich il vicendevole scaramucciare, durato sino ai vespertini crepuscoli, non cagion n mortalit, n tampoco gravi ferite. In conseguenza le combattenti parti rimanevano, in sulla sera, nelle primiere loro posizioni.
Nella seguente notte grande fermento pullulava fra i sollevati, segnatamente fra i due corpi stanziati a Mori, e nei circostanti luoghi, e comandati dai capitani Dalponte e Garbin, i quali nel giorno precedente aveano ordito il progetto di serrare l'inimico entro la valle Lagarina. Per conseguirne l'intento il Dalponte colla sua gente e con alcuni uomini del battaglione di Garbin, passato l'Adige a Serravalle, fra le notturne tenebre, si estese verso Marco in sulle alture fronteggianti la strada postale, a traverso della quale ei fece scavare una gran fossa, per impedire cos o sospendere per alcun tratto il passaggio dei cavalli e delle artiglierie.
Il d 29 le frotte ogn'ora pi crescenti dei sollevati battagliavano su tutti i punti contro i francesi, che messi in qualche confusione e pericolo di non trovare pi uscita, parea volessero trarre qualche partito di difesa dal roveretano castello e che, tenuto consiglio, avessero divisato ritirarsi verso Vicenza per la via di Vallarsa, occupata da una turma di rivani ed archesi comandati dal capitano Coffler, detto il Frustagobbo, di Riva.
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Dazmair, avuto avviso per una sua spia delle nuove compagnie di tirolesi, che a presti passi calavano da Bolzano, congregava la stessa sera le sue truppe in Rovereto, e il d appresso pria che aggiornasse prendeva il celere cammino per Ala. Marciando la fuggitiva colonna fra Marco e Serravalle, veniva inopinatamente assalita da una grandine di piombate, che la gente del Dalponte schierata in sulle alture vibrava. Continuava essa tuttavia la precipitosa marcia verso Serravalle, quando vicino a questo paese s'imbatteva nell'impreveduto inciampo della fossa, per cui fu costretta di far alto sin tanto che dai zappatori veniva otturata. In questo mentre il Garbin, rimasto colla sua gente in sulla sponda destra dell'Adige, udiva il fracasso della moschetteria del collega Dalponte, e giusta l'accordo correva ad occupare il rivellino eretto presso il porto di Serravalle con sedici uomini, i soli che in tal momento avea potuto adunare, avvegnach gli altri per indisciplinatezza o, come si disse, per la difficolt delle strade, non erano ancora arrivati. Bersagliava il Garbin col piccolo branco de' suoi i napoleoniani, e cooperava non meno ad arrestarne la marcia, che a peggiorare la loro situazione. Al fuoco dei sollevati, s delle alture che del piano a destra dell'Adige, rispondeva Dazmair col fuoco dei cannoni a mitraglia, e degli archibugieri, sforzando a tutta possa la ritirata, che dopo circa due ore pot proseguire colla perdita di verso a quaranta uomini fra morti e feriti, e della sua carrozza, la quale, per essere stato ferito uno dei cavalli, fu abbandonata nelle mani dei sollevati, che la rotolarono trionfalmente per le contrade di Rovereto. Il Garbin, alla testa delle sue compagnie che lo raggiunsero al porto di Serravalle, perseverava nell'inseguirlo sino al V, sotto di Ala, cagionandogli e perdita d'uomini, e disordine nella ritirata, ch'ebbe a durare fin oltre ai confini della provincia. Il vantaggio dei sollevati sarebbe stato al certo maggiore se il Garbin avesse meglio eseguito la parte sua, col far cio arrivare in tempo la sua gente al luogo del conflitto; ma il ritardato arrivo gliene tolse il mezzo, e attravers l'ideato disegno di far prigioniera l'intera colonna; ei venne perci tacciato della colpa d'aver violato il partito concertato col Dalponte, taccia che tanto pi facilmente gli apposero i tirolesi, in quanto che, essendo egli fuoruscito, e reo d'alcuni misfatti, s'ebbero essi mai sempre sul di lui operare moltissima dubitazione, come meglio racconteremo in appresso.
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Qui finiva l'agosto, mese che la storia del Tirolo rammenter con accenti di gloria, e da pareggiarsi al varcato aprile, per gli assai notabili fatti in esso avvenuti. Colla fine d'agosto la tirolese provincia era quasi intieramente libera dall'armi straniere, ed era quindi governata dalla propria nazione per mezzo di quell'Hoffer, che fu autore principale di tanti bellici trionfi.
Ma al cessato rumoreggiare dell'armi sottentravano in questi stessi ultimi giorni le furfanterie di tal gente, che, approfittando o della debolezza del nazionale reggimento, o della confusione delle cose, volea dare sfogo alle malvagie proposte di rapinamenti e di vendette birboneggiando a lor grado nell'infelice Tirolo italiano. Parecchi furono i casi commessi dal tristo procedere de' tanti avventurieri, di cui parlammo di sopra, e maggiori sarebbero stati, se il cappuccino Haspingher ed altri capi non avessero colla forza attraversati i neri loro disegni. Io ne racconter un solo, accaduto sotto i miei sguardi, per fornire cos ai leggitori un'idea della tracotanza che dominava in quell'abbominazione di sedicenti difensori.
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Il giorno 30 di agosto, un'ora dopo il meriggio, affollavasi in Rovereto, dinanzi al palazzo del barone Orazio Pizzini, gi emigrato a Verona, una turba di individui, che ben lungi dall'essere accorsi per difendere la patria, si frammischiavano agli onesti per mandare ad effetto gli arditi loro misfatti. Essendo questo barone il bavaro amministratore camerale del distretto, prorompevano contro la sua persona in mille sorta d'ingiurie e di villanie, tacciandolo da succhiatore dei loro sudori. In sulle prime, per suggerimento di molti altri che avvivavano di soppiatto la fiamma, pretendevano del vino, che volentieri assieme ad altro veniva lor dato; ma alquanto avvinazzatisi, maggiormente infuriavano. Al furore succedeva un poco di calma per opera di alcuni cittadini, e di un qualche uffiziale, o capo di sollevati, e i suscitatori sembravano disposti a non tentare pi oltre; quando, a rincalzare la vacillante petulanza di quella bordaglia, sopravvenivano altri furfanti d'assai peggiore farina, e fu gridato: "saccheggio." La turma diveniva oggimai indomabile, e frustranee si rendevano tutte le premure de' buoni per acquietarla. Alcuni furenti, rotta la calca, si appressavano alla porta del palazzo, mazzicandola con ismoderati colpi, nel mentre che alcuni altri tiravano cogli archibugi nelle imposte delle finestre, e di una portina dell'orto vicino. Invano si frammettevano e comandanti ed ufficiali delle varie compagnie per frenare il disordine; le persuasioni e i loro comandi non pi erano valevoli ad abbonacciarli.
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Omai la furia sopravanzava la voce della ragione, ed il fracasso ognor pi crescente delle archibugiate non permetteva alla parte pacificatrice d'intramettersi colle esortazioni. Cresceva l'orrore, cresceva lo spavento. I cittadini e gli uffiziali frappostisi per ricondurre i traviati a buon termine, fuggivano, e in poco d'ora lo strepito della moschetteria si confondeva col serra serra universale della spaventata citt. L'infernale schiamazzo dur quasi un'ora, sino a tanto che riusc agli empii di atterrare l'accennata portina, indi quella del palazzo. "Sono settecento anni (esclamava avanti quest'ultima un frenetico sollevato bresciano) che comandano i signori; oggi vogliamo comandar ancor noi, povera gente;" e il proferir queste parole, levar dalle spalle il suo archibugio, sparare nella serratura della porta e sfondarla, fu l'opera d'un sol momento. I furibondi vi si slanciavano dentro l'un sopra l'altro; correvano quindi tutte le camere, rompendo usci, specchi, lumiere, armadii, fornimenti, forzieri, quadri, stracciando dalle pareti le tappezzerie, ed involando tutto il bello ed il buono che veniva alle lor mani. Non fu avuta a riguardo la venerabile persona di monsignor canonico e prelato, fratello del barone, e d'un altro sacerdote suo famigliare: non la povert dei servidori, spogliati anch'essi di tutto, e maltrattati per sopraggiunta, perch con dolce modo voleano impedire tanta rovina. Chi dopo lo spettacolo entrava in dette camere, non poteva non mettere il piede fra rottami, calcinacci e sfasciumi; ognuno sbalordiva, ed indegnavasi a favore di quel magistrato, conosciuto per uno dei pi giusti ed illibati.
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Per una buona ventura, durante quel detestabile misfatto sopraggiungeva da Trento una compagnia de' difensori tedeschi di Bolzano: questa attorniava bravamente il palazzo, ed agiva in modo, che quella sozza canaglia a scavezzacollo si diede istantemente alla fuga. Per essa, e per opera d'un certo soprannominato il Futre, terribile magnano delle fucine di Sacco, messosi alla testa d'altri risoluti, veniva strappata dalle mani dei vili fuggenti moltissima roba, ed alla casa tantosto restituita. La sera sopravvenne un'altra compagnia di bolzanini, e fu posto quiete nella citt; tutta notte fu fatta la ronda da molte pattuglie, ed i capitani disposero in modo che non s'avessero per parte dei tristi a rinnovare altri simili misfatti, gi progettati contro altre case da essi nominate giacobine. Rovereto conserver mai sempre gratissima ricordanza dei buoni e fedeli difensori di Bolzano, che col loro coraggio sottrassero e guarentirono la desolata citt da pi deplorabili e non meno certe sventure.
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Il giorno dopo, sebbene la citt riposasse tranquilla per la lodevolissima disciplina e moderatezza, che rendea amabili a tutti i tirolesi tedeschi; tuttavia le incessanti requisizioni che d'ogni cosa andavano facendo con spaventose minacce i sollevati italiani (da cui si temevano nuovi soprusi, se mai i tedeschi si fosser partiti), consigliarono i cittadini a proporre, sull'esempio di Trento, il riordinamento della lor guardia per rioni, a fine di vegliare alla pubblica quiete. I tirolesi guardavano non pertanto il palazzo pretorio; al ponte ed al bivio che da Santa Maria mette in sulle strade per Ala ed a Riva, rizzarono gli abbattuti ripari di difesa, stabilendovi i loro picchetti. Le cittadine contrade vennero per pi notti illuminate con lanterne esposte da ogni famiglia, e le disturbatrici masnade degli arrolati italiani si recarono in massima parte verso i confini, e sul tenere delle cittadelle d'Arco e di Riva.
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CAPITOLO 10.
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Disposizioni d'Andrea Hoffer per la difesa. Erezione di nuove compagnie. Manifesti e meriti di Andrea. Sue provvidenze contro i malvagi e stranieri difensori a sollievo dei Comuni, che da essi venivano vessati di requisizioni ec., e contro la scostumatezza in generale. Speranze del Tirolo sul pendente trattato di pace. Diversi capitani si arrogano il primato del comando nel Tirolo italiano. Arresto dei capitani Dalponte e Garbin. Preparativi napoleonici per debellare il Tirolo. Le speranze di pace si allargano. I difensori di Bolzano si ritirano, ringraziano con lettera il Magistrato di Rovereto, e tornano ai loro focolari. Nuove colonne di napoleonici rientrano nel Tirolo italiano, capitanate dal generale Peyri, e per orribil modo sbarattano i sollevati da Trento. Minaccie ai pietosi trentini. Loro fortezza e magnanimit. Conflitto e saccheggio di Lavis. Cruda tragedia appresso quel ponte. Mittempergher avventurosamente si salva. I sollevati prendono posizione presso San Michele. Ritorno di pi capitani alla difesa che al momento dell'armistizio aveano abbandonata. Funzione in Innsbruck per le decorazioni da Francesco accordate ad Hoffer e al cappuccino Haspingher.
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Timoneggiava Hoffer il combattuto naviglio della tirolese provincia, e s'argomentava studiosamente di bene accomodare e rinforzare le vele per affrontare il minacciato naufragio, ed entrare felicemente in quel porto, che la sua immaginazione gli faceva abbagliatamente vedere. Ei ben sapeva che forza richiede forza, e che senza questo potente mezzo vani sarebbero tornati tutti gli altri sforzi, tutte le altre cure; e perci egli bandiva dalla sua sede l'ordinazione seguente:
"Tirolesi, cari fratelli!
"Una persona di confidenza della Corte imperiale regia austriaca giunse oggi nel mio quartier generale, dopo aver fatto il viaggio dall'Ungheria fin qui nello spazio di sette giorni.
"I dispacci seco recati da fonte sicura contengono nell'essenziale quanto segue:
1. La possente Casa d'Austria, la cui grande armata calcolata all'incirca conta pi di 300000 uomini, senza i corpi considerevoli delle LL. AA. II. gli arciduchi Giovanni e Ferdinando, e senza l'insurrezione ungherese, e la milizia della Boemia e dell'Austria, ha non solo osservato l'armistizio conchiuso dalla sua generalit, ma  persino entrata in negoziazioni di pace: tuttavia
2. Questa Casa  assolutamente e sempre intenta a sostenere con energia anche per l'avvenire in una o l'altra maniera vantaggiosa le sue fedeli provincie del Tirolo e del Vorarlberg in modo che questi paesi vengano conservati come la perla de' suoi Stati, od almeno per un principe della Casa d'Austria.
"Tocca ora a voi, cari fratelli, di persistere costantemente ed infaticabilmente nella vostra perseveranza a difendere la patria fino alla conclusion della pace, oppure, se questa non venisse conchiusa, fin a tanto che arrivino i soccorsi d'ogni specie dall'I. R. Casa d'Austria; giacch il signore di tutti i re e monarchi ha benedetto fin qui cos evidentemente tanto il principio che la continuazione della nostra difesa contro i nemici distruggitori di tutto, e che certamente non mancher di benedirne anche la fine.
"Affinch per la divina benedizione ci sia costante sino alla fine, il Comando superiore attende ubbidienza illimitata nell'esecuzione degli ordini, quiete, ordine, e un probo contegno in generale da parte dei difensori della patria, i quali devono al primo eccitamento portarsi tosto sui punti minacciati, potendo essi d'altronde far conto sull'esatta percezione delle loro paghe, giacch S. M. l'Imperatore d'Austria si  ora di bel nuovo clementissimamente degnato di assicurare non solo il rimborso delle medesime, ma eziandio di tutti i danni della guerra a dovere rilevati, qualunque nome possano essi avere.
"Finalmente viene impartito l'ordine preciso a tutte le Superiorit giudiziali di passare sul momento all'organizzazione delle Compagnie secondo la prescrizione, con chiamarvi a parte i Sindaci, ovvero delle Deputazioni in mancanza di questi, e di dedicarsi in particolare con tutta premura a quest'affare; poich tralasciando di ci fare, dovrebbero ascrivere a s stesse, se venissero riguardate e trattate come nemici della patria.
"Il presente ordine sar pubblicato da tutti i pulpiti, ed affisso in ogni Comune.
"Innsbruck, il primo settembre 1809.
"Dall'I. R. Comando superiore in Tirolo
"ANDREA HOFFER."
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Inclinata la moltitudine piuttosto all'impeto ed all'audacia, che alla prudenza, e gi dominata dagli stessi sentimenti che dirigevano le azioni dell'amato comandante, prestava pronta e pressoch generale ubbidienza. Quasi tutti i Comuni erigevano nuove compagnie, e uomini d'ogni classe volontariamente si prestavano all'ordinata iscrizione. Sorsero le compagnie dei capitani Chiusole e Fenner da Calliano e Besenello; Sambenico da Mori; Isotta da Nago; Frizzi e Azzolini da Rovereto; Graziadei, Molini, Nocher della Valsugana; Bertelli da Riva; Santoni da Ceniga; Bellotti, Rensi, Rella e Danieli da Folgaria; Angeli, Papaleone, Zuech e Costanzi dalla Val di Non; Conzini, Campi, Steffenelli, Dalponte, Collini, Chesi e Toffanetti dalle Giudicarie; Birti da Trento; de Schatzer e Morandel da Caldaro; Platider, Widmann, Gugler e Trojer da Bolzano; Scartazini, Zannoni, Joris, Felz, Oltenburg, Zeimer, Zambelli, Saccardo, Torgler, Schweigl, Jening e Banal di altri ignoti comuni; oltre alle compagnie di Fiemme, di Cartasch, di Termen, di Griez, di Lavis ed altre.
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Da questa descrizione si pu di leggieri dedurre il numero grande dei difensori, che ai cenni di Andrea pigliarono a questo tempo le armi per respingere un nemico, che faceva tremare l'Europa. Hoffer era omai divenuto valoroso di fatti, e famoso di gloria, e queste virt faceano s, che i suoi ordini erano dal maggior numero venerati, e osservati come i decreti di un legittimo sovrano. Maestoso della persona, di et virile, di candida natura, e venerabile, per la liberazione del Tirolo dal bavaro giogo, avea egli intrapreso nel mese di febbraio un misterioso viaggio a Vienna, e procuratosi il modo di mantenere a quello scopo un segreto carteggio con ragguardevoli personaggi, e persino con principi dell'Austria. Tutto ci contribuiva a guadagnargli l'amore, l'ubbidienza e la stima dei Tirolesi, massime di quelli di bassa fazione e contadinesca, che il maggior numero appunto formavano. All'ubbidienza venia fatto puntello eziandio colle massime della Religione, le quali inspirano quel sublime entusiasmo, che infiamma i cuori, e li rende benemeriti della virt e della patria. Udiva e scorgeva il virtuoso Hoffer assecondati quasi generalmente i suoi disegni; ma la compiacenza che ne sentiva gli era amareggiata dalle tristi relazioni, che di giorno in giorno a lui pervenivano intorno alle requisizioni, alle contribuzioni, alle vendette, ai saccheggi, ed alle altre turpitudini che commettevano i maligni, di cui facemmo dianzi menzione. L'amore di patria che costoro ostentavano era contaminato dalla pi ingannevole ipocrisia: alieni dall'osservanza della religione, dell'umanit e della giustizia, che sono gli altari inviolabili del patriottismo, e che erano gli indivisi compagni dei veri difensori tirolesi, facevano invece alzare impunemente la fronte al mal costume ed al vizio, abusando delle armi, che i tempi aveano poste nelle lor mani. Invano gridavano i privati, invano menavan lamenti i Comuni, invano si frammettevano col loro potere le distrettuali autorit, invano si querelavano i veri difensori, che l'onor nazionale vedevano compromesso appresso le nazioni straniere. Le malvagit di costoro imbarazzavano altres l'interessante oggetto della patria difesa: per esse la generale emulazione, la necessaria armonia, il comune eroismo erano frastornati, talch se la nazione non veniva soggiogata per l'imperiosit della forza nemica, dovea un giorno perire per causa dei tristi, che quel germe pestilenziale aveano fatalmente introdotto. Contro tanti disordini prendeva finalmente il Comandante delle provvide misure, alzando l'autorevole voce cos:
"Dilettissimi tirolesi italiani!
"Sento con dispiacere, che voi foste trattati assai malamente dalle mie truppe.
"Io vi dirigo ora, miei cari e bravi connazionali e fratelli d'armi, un Proclama, affinch i veri benintenzionati sappiano per l'avvenire, e con mostrare quest'Ordine, mettersi in guardia contro i malintenzionati.
"Il mio cuore sincero, che con voi tutti pensa lealmente e rettamente, abborrisce le orde dei ladri e i saccheggi, abborrisce le requisizioni e le contribuzioni, ed ogni specie di dispiacere e di pretensione verso coloro, che portano il peso dei quartieri: nessuna di queste vili azioni trova luogo nel mio cuore patriottico.
"Ciascun bravo e probo difensor della patria deve guardarsi dal macchiare ed offendere il suo onore, e il suo amore verso del prossimo, per cui potremmo attirare su di noi l'indignazione di Dio, il quale ci protegge cos evidentemente e miracolosamente.
"Cari fratelli d'armi, ponderate da voi stessi. Contro chi entriamo noi in campo? contro nemici, o contro amici? Noi combattemmo contro nemici, e combattiamo ancora: ma non gi contro i nostri fratelli, gi d'altronde oppressi ed esausti.
"Riflettete, che noi dobbiamo comportarci come fratelli verso i nostri simili, che non possono portare le armi. Che direbbero i presenti ed i posteri di noi, se non adempissimo con tutta scrupolosit questi doveri? La gloria di tutti i tirolesi andrebbe in polvere.
"Cari connazionali! Il mondo tutto stupisce dei nostri fatti;  gi eternato il nome dei tirolesi: l'adempimento solo dei nostri doveri verso Dio, la religione, la patria ed i nostri fratelli, mette il sigillo a tutto il nostro operato.
"Valorosi fratelli d'armi, e connazionali! porgete ardenti preghiere al Creatore di tutte le cose, che pu proteggere, ed annientare i regni, che sa trasformare il pi piccolo popolo in eroi, e trionfare degl'invincibili.
"Se mai i nemici della nostra patria, distruggitori d'ogni cosa, volessero ancora tentare di sturbare la nostra pace, adesso per allora eccito tutti i sacerdoti, ed anche quelli che non possono portare le armi, a sostenere con ogni possibilit le mie truppe; e quelli che non possono fare n men questo, a pregare Iddio a mani giunte, che voglia benedire le armi nostre.
"Inoltre faccio io pubblicamente noto a tutte le comuni, citt, borghi, ville, ed alle mie truppe, che siccome son nati tanti disordini, attesi i molti comandanti che si sono da s stessi intrusi senz'autorizzazione alcuna; ora in assenza del sottoscritto  stato nominato il signor Giuseppe de Morandel di Caldaro nel Tirolo meridionale in qualit di Comandante legittimo e autorizzato; ed in conseguenza di non prestar fede a nessun Proclama, Ordine, Disposizione, o a qualunque altro comando, se questi non sono sottoscritti dal sunnominato signor Giuseppe de Morandel, ovvero dal sottosegnato Comandante superiore.
"Bolzano, li 4 settembre 1809.
ANDREA HOFFER.
Comandante superiore in Tirolo.
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Le minaccianti esortatrici parole dell'Hoffer non bastavano a mitigare il serpeggiante disordine; costretto quindi dalla necessit e dall'importanza della bisogna, deliberava di aspreggiare l'esecuzione delle decretate provvidenze.
Frattanto Jacopo Torgler, Giuseppe Schweigl, e Antonio Jaenig, i quali due ultimi al primo eransi uniti nel comando superiore del Tirolo italiano, ordinavano sul principiare di settembre alle locali autorit, in sequela all'ordinazione emanata dall'Hoffer, la pronta erezione delle compagnie in tutti gli italiani comuni, che non aveano ancor dati difensori, e commettevano contemporaneamente a tutti i parrochi l'esposizione del Santissimo Sacramento nel d 10 dello stesso mese per dieci ore, e per un'ora nei giorni susseguenti, a fine di ottenere la benedizione dal Cielo, e la continuazione della grazia atta a difendere e proteggere le patrie armi, e a tener lontano dalla vessata patria l'odiato nemico.
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Quest'ultimo ordinamento spirituale ebbe la bramata esecuzione; ma il primo incontr gravissimi ostacoli per la gi toccata essenziale circostanza, che volendosi effettuare una leva in massa in comuni confinanti o vicini ad uno sdegnato e potente nemico, da cui furono, o potevano essere di frequente assaliti senza una permanente difesa, si avrebbero esposti i loro abitanti alle conseguenze d'una furibonda vendetta. Molti tuttavia concorsero con aperto pericolo alla chiamata, e molt'altri ne avrebbero seguito l'esempio, se dopo pochi giorni non fosse nata una mutazione di avvenimenti, che sar per raccontare in appresso.
Fatte da parte di Hoffer queste disposizioni per l'armamento e pel buon ordine, ei volgeva poscia le sue sollecitudini, approfittando dell'attuale silenzio dell'armi, al miglioramento dei costumi, e ad estirpare nel popolo, alle sue cure affidato dalle circostanze dei tempi, alcuni vizii, che a suo avviso erano fortissimi ostacoli per conseguire dal cielo l'implorata liberazione della patria, a cui tendevano precipuamente le zelanti sue cure. Conosceva ben egli, o non gli era lasciato sfuggire da quelli che partecipavano col consiglio al nascente e dittatorio suo governo, che in un popolo divenuto di repente signore di s stesso, e che non ha la virt per fondamento, massime nell'adolescenza del suo governo, i suoi vizii crescono di forza e di audacia, non hanno pi freno, divengono fatali rovesciatori dell'ordine e della pace, ed aprono persino il varco all'anarchia ed alla totale rovina. Laonde Hoffer in questo santo proposito nei primordii del suo reggimento cos parlava, e decretava:
"Se noi abbiamo mai sperimentata la bont indulgente e salvatrice di Dio verso di noi, egli lo fu al certo nella prima met del mese di agosto, quando l'aiuto del Cielo ci liber cos visibilmente dalle mani di un nemico che crudelmente soggioga, e che non rispetta n religione, n trattati, n umanit.
"Considerando che i beneficii di Dio ci obbligano alla gratitudine verso di lui, e che le calamit ed i pericoli ci eccitano ad evitare ci che potrebbe provocare contro di noi la giustizia punitrice di Dio; considerando che anche la societ civile pu, e deve cercare con tutti i mezzi che sono in suo potere d'impedire con ogni possibilit tutto ci che pu agevolare il vizio, che pu e deve togliere gl'impedimenti che ostano alla virt, ed assicurare e facilitare l'esercizio di questa, e che in ci concorda al certo la grande maggioranza della nazione tirolese; quindi si  trovato bene di emanare la seguente ordinazione:
1. "D'ora in poi tanto nelle citt che alla campagna, specialmente nelle osterie e bettole d'ogni specie, e presso i trattori, com'anche nelle case private, resta vietata ogni musica da ballo, e i balli stessi, eccettuato il caso di uno sposalizio.
2. "Nelle domeniche e feste di precetto, durante il solenne servigio divino nelle parrocchie, non devono esser somministrati a nessuno cibi o bevande nelle osterie o bettole, e n meno nei caff, fuorch ai forestieri che arrivassero, o che fossero per partire, ed ai carrettieri. Devono pur anche essere in generale esattamente osservate le ore di polizia, ed i trasgressori irremissibilmente castigati.
3. "Le superiorit devono ovunque vigorosamente invigilare che cessi quel girar attorno di notte, che cos spesso sturba la pubblica quiete, e che  sempre pericoloso per la moralit, e dove facesse bisogno, venga impedito questo disordine mediante pattuglie. I trasgressori saranno arrestati, e castigati secondo le circostanze anche con pene corporali.
4. "Affinch i padri di figli illegittimi non possano pi in avvenire scansare cos di leggieri tutto il peso del mantenimento e dell'educazione di quelli a pregiudizio dei figli stessi e dello Stato, e non riesca cos facile ai libertini e seduttori di corrompere le femmine a spese altrui, e persino a spese di pie fondazioni destinate pei poveri, ammalati, ecc., viene ordinato che d'ora in poi, tosto che una donna diventa madre fuori di matrimonio, debba la medesima non solo denunziare al parroco il padre della creatura, ma ben anche darne parte alla rispettiva superiorit. La superiorit deve in seguito chiamare il padre denunziato, esaminarlo, decidere l'affare, costringer il colpevole ad adempire a' suoi doveri di padre, e castigarlo a proporzione della seduzione da lui adoprata.
"Finalmente tutti i superiori ecclesiastici vengono pressantemente eccitati, ed a tutte le superiorit secolari viene prescritto, che memori dei loro grandi doveri, e della podest che loro si compete, cooperino con ogni cura, affine di ovunque impedire l'immoralit ed il vizio, e promovere la religione cristiana, e la virt.
"Innsbruck, li 10 settembre 1809.
ANDREA HOFFER.
"Comandante superiore in Tirolo."
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Con questi suoi detti otteneva Hoffer qualche miglioramento nella moralit dei nazionali, ma piccol frutto ricoglieva presso coloro che la pubblica tranquillit soqquadravano. Avventurieri, facinorosi o malviventi com'erano, non solo poco o niente curavano il dono dei riportati trionfi, e dell'ottenuta libert; essi l'avrebbero anzi reso pericoloso ancora prima del tempo decretato dal destino, se non avessero incontrata l'opposizione del maggior numero.
A questi giorni le pratiche della pace fra l'Austria e la Francia si avvicinavano, ed apparentemente piegavano ad un buon fine. Anelando i popoli delle due monarchie, e degli altri Stati alla Francia congiunti, di vederne prestamente l'esito, volgevano con attenzione l'occhio della mente a quel luogo dove la gran causa sottilmente si discuteva. I tirolesi molto confidavano in questi trattati. Cresceva fra le loro speranze il lusinghevole pensiero, che l'imperatore Francesco gli avrebbe a cuore, e procurerebbe possibilmente il futuro loro ben essere, gi vagheggiato dall'immaginazione dei pi. Per la qual cosa con fronte imperterrita e con una costanza superiore al pericolo aspettavano coll'armi impugnate l'imminente destino.
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Ma intanto che le armi nemiche tacevano dentro e fuori della provincia, nel mentre gli apparecchi di difesa si mandavano a lor compimento, l'ambizione, passione che tanto domina negli uomini, e massimamente fra i capitani d'armata, funestava l'andamento delle cose, e contribuiva a spianare la via al flagello della patria, gi abbastanza oppressa, e pericolante per la potenza del nemico, da cui era minacciata. Non trovandosi a questo tempo nel Tirolo italiano un capitano di difensori, che con azioni distinte s'avesse aperto nei trascorsi fatti il sentier della gloria, e meritata la pubblica stima, e la dignit di godere nel maneggio degli affari la preminenza, come molti se ne trovavano, oltre l'Hoffer, nel Tirolo tedesco; n avendo il capitano de Morandel ancora assunta effettivamente l'autorit, che il comandante superiore aveagli conferita col manifesto dei 4 settembre; alcuni capitani di gente straniera e malveduta, si arrogavano a vicenda il primato, ed a vicenda continuavano ad ordinare e fare requisizioni, a taglieggiare ed opprimere gli abitanti. Fra gli altri il Dal Ponte, imbaldanzito forse dal piccolo merito acquistatosi nella fazione di Serravalle, fattolo stampare colla violenza, bandiva con mirabile improntitudine il seguente
AVVISO
"Vedendo tanti disordini, cagionati nel Tirolo italiano pel motivo che alcuni comandanti si sono qui introdotti per soggiogare il vostro amatissimo e fedelissimo comandante superiore Dal Ponte, e per aggravare questo povero Tirolo italiano, ma non per difendere la patria,
"Quindi trovasi questo Comando in dovere di ordinare a tutte le citt, borghi e villaggi del Tirolo italiano di non riconoscere verun comandante superiore se non che il Dal Ponte, e di non fare somministrazione veruna se non verr firmata dal sunnominato.
"Ricordatevi, o cari miei fedelissimi Tirolesi italiani, che il Dal Ponte vi accerta sulla parola d'onore, che non ha preso l'armi per soggiogarvi, n per opprimere le vostre sostanze, n per sturbare la quiete del Tirolo, ma solamente per difendervi da quelli che non cercavano se non se di derubarvi le vostre sostanze, la santa religione, e perfino la vita medesima. Di pi vi promette che colla sua autorit sapr difendervi e far rispettare le vostre persone, case e sostanze, quali tutte verran rispettate sintantoch il Dal Ponte avr questo comando.
"Ors dunque, Tirolesi italiani, il Dal Ponte v'invita a prestare tutta l'assistenza per la difesa della patria, non che d'eseguire con prontezza qualunque ordine che da questo Comando vi venisse spedito.
"Dall'I. R. Comando ai confini d'Italia.
"Dal quartier generale di Ala, li 16 settembre 1809.
DAL PONTE
"Comandante superiore del Tirolo italiano."
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Questa sconcezza, comparsa ai 17 sulle cantonate di Rovereto, fu tantosto, per ordine del comandante militare tedesco, strappata a brani a suon di tamburo, e cogli schioppi inarcati. Il Dal Ponte a tanto smacco batteva subito il taccone per Trento, ove appena giunto fu agguantato dai tedeschi, e sostenuto a catena corta nel castello, e di l condotto a Caldaro al vice-comandante superiore de Morandel.
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Il fuoruscito Garbin da Schio s'annoverava anch'egli fra coloro che nel comando ambivano la preferenza. Questi, oltre d'aver eretto senza veruna autorizzazione una compagnia di difensori, composta nella massima parte di disertori e malviventi, rei di molte ruberie e saccheggiamenti, oltre di molestare di continuo e prepotentemente le comunit con gravose requisizioni di viveri e di danaro senza vero bisogno, si arrogava la suprema autorit, ed era in voce d'avere secrete intelligenze coll'inimico. Il comandante Torchler, assistito da 63 regolari di varii reggimenti austriaci e dai suoi tirolesi, si rec da Rovereto a Riva per arrestarlo. Nel silenzio della notte del 24 altri circuirono l'albergo dell'Aquila Nera, ov'era il Garbin, e fermate le di lui guardie, entrarono altri improvvisamente nella stanza in cui egli dormiva, e senza dargli tempo di mettersi in panni, ma soltanto d'inferraiuolarsi nel suo mantello, il rinserrarono in un'apprestata carrozza, e il trasferirono issofatto a Rovereto, e da qui a Trento, indi nel Tirolo tedesco. Tanta precauzione dovettero usare nel catturarlo, perch il Garbin, oltre d'essere uomo assai forte della persona, e d'animo risoluto, godeva l'aura altres di alcuni suoi fidati scherani, che gli facevano sempre corona.
Sbandeggiata la maggior parte degli stranieri e facinorosi della numerosa sua compagnia, i Comuni italiani respirarono alquanto.
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Erano pertanto ricomparsi dei giorni tranquilli; ma s'approssimava a gran passi quel funesto avvenire, che una serie d'inevitabili casi avea gi partorito per l'infelice Tirolo. Abbandonati da tutti, e tutti venendo a combattere contro di essi, i tirolesi cominciavano a persuadersi ch'era mal'accorta arroganza il resistere al terribile rombo che veniva loro sopra. Fra la generalit dei difensori tedeschi, quelli di Bolzano furono i primi a deporre le tanto vezzeggiate speranze. Il capitano Platider, ed altri uffiziali della prima compagnia cos scrivevano al cittadino Magistrato di Rovereto li 14 settembre: "Il momento della nostra sorte  comparso, in cui dobbiamo e con infinito dispiacere abbandonare questa citt, e portarci alla nostra patria. Ci affrettiamo dunque di porgere i nostri pi ossequiosi e riconoscenti ringraziamenti per l'ottima accoglienza, e i soccorsi di ogni specie e prestatici nel nostro soggiorno, il quale rester in noi eternamente memore." Le relazioni che le case commerciali di Bolzano continuamente avevano intorno alle negoziazioni di pace fra le due grandi potenze, avranno forse suggerita ai bolzanini la determinazione di ritornare ai proprii focolari; il che fecero tanto pi facilmente, in quanto che si annoveravano fra essi degl'individui avveduti, e disposti a lasciarsi reggere dai consigli della ragione, che loro apertamente dimostrava l'inverisimiglianza delle speranze di sostenersi, e l'impossibilit di difendersi dalla immensa potenza della Francia, senza l'assistenza dell'Austria. Ah! s, la mia penna incomincia purtroppo ad aggravarsi; essa ha gi raccontate le allegrezze dei tirolesi; ora non le restano a scrivere che ingannevoli apparenze, travagli e dolori.
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Ai pochi momenti di quiete subentrava add 26 settembre lo spavento dell'armi, per cui il popolo si disponeva a nuove scene d'orrore, di sangue e di lutto. Due grosse colonne di truppe francesi ed italiane, partite da Verona, risalirono pei monti, e per ambe le sponde dell'Adige, ad Ala e a Pilcante s all'improvviso, che se per avventura un vecchio agricoltore, fattosene accorto, corso non fosse ad avvisarne i primi picchetti dei difensori da lui poco discosti, sarebbe certamente avvenuto di questi ultimi il pi cruento macello. I francesi, trovata qualche resistenza al ponte di Ala, diedero vista di ritirarsi; ma i difensori, conosciuto il proprio pericolo, andarono tosto ad appostarsi dietro un recinto eretto di fresco a Serravalle, risoluti di fronteggiare l'avvicinantesi nemico: ma venuti poi a sapere, ch'egli s'avanzava con numerose squadre, stimarono prudente cosa il ritirarsi col favor della notte sino a Trento, desistendo anche d'attestarsi al castello della Pietra, come parea avessero divisato di fare. Nel giorno 27, alle ore 10 di mattina, rientr impetuosamente in Rovereto il generale Peyri con molti officiali; un drappello di 50 uomini a cavallo in un istante percorse a tutta briglia le cittadine contrade; tenevagli dietro con celeri passi un corpo di fanteria, e poscia il grosso della colonna, che camminava di concerto coll'altra sulla sponda destra dell'Adige. Alle 3 della sera venia bandita questa ordinazione:
"Dal quartier generale di Rovereto, li 27 settembre 1809.
Alle ore 11 antimeridiane.
L. PEYRI
Generale di brigata, Cavaliere della Legion d'Onore, Commendatore degli Ordini della Corona Ferrea, e delle due Sicilie, Comandante il Tirolo meridionale.
"Misure di sicurezza tanto delle truppe, quanto degli abitanti pacifici, ch'io voglio ad ogni costo mantenere e garantire, mi hanno determinato ad ordinare:
1. "Che nel termine di ore tre tutti gli abitanti di questo Comune, che fossero possessori d'effetti militari, d'armi da fuoco di qualunque specie, e munizioni, debbano consegnarle al signor Comandante della Piazza Bognamani, che abita nella casa del signor Gaetano Tacchi, nella piazza delle Beccherie.
2. "Tutti quelli che avessero presso di s alloggiato, o nascosto qualche individuo sospetto, o che facesse parte d'una banda armata, dovranno denunziarlo sull'istante al sunnominato signor Bognamani.
"Spirato questo termine, saranno eseguite delle rigorose perquisizioni domiciliari, e chiunque sar trovato contravventore sar immediatamente e militarmente punito.
"Si previene inoltre, che il suddetto signor comandante Bognamani  incaricato del Comando di questa piazza: al medesimo s'indirizzeranno quelli che avessero dei reclami."
L. PEYRI.
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Queste due colonne di circa 2000 uomini, con cinque cannoni e due obizzi, osteggiavano nella valle Lagarina sino al d 28; ma in sul mattino di questo giorno marciavano alla volta di Trento, lasciando un presidio alla guardia di Rovereto. Pervenuta in Trento all'improvviso la cavalleria, alcuni tirolesi cadevano sotto i colpi furenti delle di lei sciabole, talch rosseggiavano quelle strade del loro sangue: uno spietatissimo capitano, che precedeva l'entrante antiguardo, recideva colla scimitarra le mani ad un infelice regolare tedesco, che astretto a doverlo precedere cos sanguinoso per buon tratto di via supplicandolo per piet della vita, con un altro fendente in sul capo l'avea finito con orribile raccapriccio dei cittadini, che lungo tempo ricordarono tanta ferocia. Molt'altri dei sollevati, ghermiti per entro alle tridentine contrade, e condotti fuori in sul ponte dell'Adige, fatti credere d'essere licenziati alle loro case, volte appena le spalle, erano miseramente traforati dalle piombate e gettati nel fiume. Sulle orientali colline della citt, a Villazzano, al ponte Cornicchio, a Cognola alquanto si scaramucci.
Il grosso dei difensori, fuggendo l'improvviso impeto del nemico, si adunava in Lavis colle compagnie arrivatevi da Bressanone, e appuntando due o tre cannoni, deliberava di opporsi. Peyri faceva alto colla sua truppa in Trento e ne' circostanti paesi.
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Diceasi che un comando del Ministero della guerra d'Italia gli avesse per ora prescritto il cammino sino a quivi; tuttavia egli estendeva i picchetti e le scolte fino al torrente Avisio, scorrente a mezzod del paese di Lavis, ove campeggiavano i tirolesi risoluti a difendersi. Tale comando dispiaceva evidentemente al feroce generale, avvezzo a combattere gli insorgenti delle Calabrie; onde volgeva intanto le cure per iscoprire quei sollevati, che nel trambusto dell'impetuosa entrata de' suoi cavalleggieri s'erano sottratti al ferro micidiale nascondendosi nelle case. Fece chiudere, la stessa sera ch'entr e il giorno dietro, le porte della citt, affinch nessuno avesse a fuggirgli, e in una sua grida dei 30 al popolo trentino: "Informato, diceva, che malgrado gli ordini stati pubblicati, vi siano ancora alcuni briganti nascosti in questa citt, cos io prevengo gli abitanti tutti, che ho ordinato che siano fatte delle perquisizioni alle case loro per rintracciarli e scoprirli. Guai per a quel cittadino presso cui verr ritrovato un brigante, od effetti militari; egli sar irremissibilmente assoggettato alla pena pi rigorosa ed esemplare!"
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Ma le severe misure e le minacciose parole del condottiero napoleonico non destarono nei cittadini n l'aspettata ubbidienza, n la risoluzione di denunziare n pur uno dei nascostisi individui. Tanto pietosi, tanto forti si mostrarono i trentini anche in quest'occasione!
Il giorno 2 di ottobre Peyri concedeva l'apertura delle porte della citt, e intorno all'ora del meriggio partiva inopinatamente verso Lavis, preceduto dalla maggior parte della sua gente gi disposta alla battaglia, e dal colonnello Livier, comandante l'antiguardo, per mandare cos a compimento l'impresa, che un superior comando avea prima dimezzata. Non appena egli scorgeva di fronte i tirolesi, postati in sulle alture e lungo la sponda destra del torrente dal ponte sino presso all'Adige, che usciva dalle sue labbra l'ordinazione dell'assalto. Erano circa le ore due. Un trarre di artiglierie e di moschetteria, che rimbombava altamente in sino a Trento, e per tutta la valle, metteva grande agitazione principalmente nei avisani, che al bersaglio delle nemiche palle, ed alle conseguenze dell'assalto gagliardamente eseguito, erano sottoposti. I tirolesi rispondevano egregiamente e dalle alture e dalle finestre delle case coi misurati lor colpi al vivissimo fuoco del furente nemico, sforzandosi d'impedirgli il passaggio dell'Avisio. L'eminenza del sito, su cui erano trincerati con un ben appuntato cannone, e col maggior nervo delle loro forze, e da cui il nemico stesso tempestavano, e il gonfiamento accidentale del rapido torrente, davano loro molto favore a sostenere l'assunta difesa.
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Ma questi erano per gl'infelici tirolesi, nella parte meridionale della provincia, gli ultimi crepuscoli d'una luce languente, la quale apertamente indiziava, che il Tirolo di flagello in flagello passando, deponeva le speranze, e andavasi approssimando all'ultimo fato della sua iliade. Con molta ostinazione eglino veramente resistevano nell'aspro conflitto; ma le numerose forze e le artiglierie, che contro di essi con altrettanta ostinazione combattevano; la nemica colonna a cui riusciva di valicare sopra una barca, e di guazzare a dorso dei cavalli il torrente l dove mette foce nell'Adige; la costruzione d'un nuovo ponte sopra il distrutto, eseguita dai zappatori italiani durante la battaglia, peggioravano la loro condizione, e mettevano nelle lor file un improvviso rovesciamento, talch, poche ore dopo, l'importante frontiera dovevano precipitevolmente abbandonare. I napoleoniani vincitori entravano furibondi nel paese dalla parte prima di tutto dei Vodi, e mescolavansi ai vinti uscenti dalle case. Alcuni di questi prodi, che trovavansi nelle case pi vicine alla difesa del ponte da essi in parte distrutto, e pel quale entrasi in Lavis, abbandonati dai loro compagni, che alla vista dei pochi napoleoniani, entrati in fondo al paese si lasciarono sopraffare dallo spavento e fuggirono senza dare alcun cenno della ritirata, venivano sgraziatamente assaliti all'improvviso, e fatti prigionieri. Gli sventurati erano sessanta all'incirca, e non cadevano appena nelle mani nemiche, che l'ira vendicatrice del Peyri li condannava alla morte. Da l a pochi momenti quelli che non furono spenti nel furor dell'assalto, venivano trascinati in vicinanza della antica chiesuola della Madonna di Loreto, posta presso al ponte a destra del torrente, e quivi cominciavasi ad eseguire la cruda sentenza. Quei meschini, ravvolti in mille affanni e lamenti, chi per non poter dare l'ultimo addio o all'amata consorte o ai cari figliuoli, o ai dolenti genitori e fratelli, e chi per non poter acconciarsi dell'anima, un dietro l'altro si presentavano avanti le bocche dei fulminanti moschetti.
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Fra costoro annoveravasi un certo Cristiano Mittempergher da Serrada, della compagnia dei tirolesi del capitano Rensi. Non disgradir al leggitore di qui udirne la lugubre istoria. Era questi fra gli altri il quinto che intrepido cadeva sotto il colpo tremendo. La stessa sua carabina da lui poco prima caricata anzi leggermente che no, lo stesso soldato che gliela tolse, erano appunto quelli che glielo vibravano. Ma bench la palla colpito lo avesse nella parte superiore della spalla destra, penetrando sino alla cavit del torace, ed uscendo fra le prime coste vere parimente a destra, ci nondimeno voleva la sua buona fortuna maravigliosamente conservarlo ai viventi: presente a s stesso, egli si lasciava cader boccone fra i moschettati suoi quattro compagni, e fingevasi morto. Uscivagli il sangue a sgorgo, e crudissimo era lo spasimo che ne provava; tuttavia il sospirato desio dello scampo suggerivagli di tutto soffrire, e a tutto resistere. Terminata l'aspra tragedia, gli esecutori ingordamente facevansi sopra a quel quadro spaventevole di vittime, onde farne bottino. Si avanzava intanto a gran passi la notte, e le tenebre influivano non poco alla salvezza del semivivo e palpitante Mittempergher; non veniva in lui scoperto il debole e breve respiro, che solo restavagli ancora di vita, quantunque al par degli altri fosse stato stazzonato, e per solo modo di dire interrogato da un soldato italiano con queste precise parole: e tu sei morto? o te ne occorre un'altra? Il Mittempergher era l per rispondergli, anzi pregarlo che torlo volesse dall'insoffribile martirio; ma anche questa burrasca passava felicemente, essendo stato senza pi riposto nel primiero suo giacimento. Egli dunque appanciolato fra i cadaveri, e da acutissimi dolori fortemente abbattuto, stavasi taciturno in attenzione di ci che d'intorno succedeva, ed alloraquando s'accorgeva dell'inoltrata oscurit della notte e del comune riposo, alzava bel bello la testa, alluciando ed origliando se alcuno ravvisare il potesse; accertatosi del no, levavasi immantinente, usciva dall'impaccio tremendo, e camminando a bell'agio e cautamente, andava a coricarsi cento passi circa discosto per ivi passare in guato la notte, giacch, inoltrandosi d'avvantaggio, temeva d'imbattersi in qualche picchetto di guardia. Passata la notte in angosciosi timori, che ognor nell'animo suo germogliavano, e fra il pi crudele tormento che possa soffrire un mortale, alla punta del giorno lasciava quel sito raccapricciando in vedere il lago di sangue uscito dall'aperta ferita. Muoveva indi i primi passi verso la sommit del monte, e mettendo in non cale i dolori, alla sola salvezza tenea rivolto il pensiero. Non esponevasi appena al nuovo cimento, che l'avversa sua stella facealo urtare in altro pericolosissimo scoglio. Tutt'ad un tratto apparivano al suo sguardo le sparpagliate sentinelle nemiche, e una pattuglia di soldati, che alla sua volta difilavano.
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Ad onta di tutto questo, pi morto che vivo, estenuato e scemo di forze, non tanto per la ferita, quanto per lo sangue che andava continuamente spargendo, egli faceasi cuore: portato, per cos dire, dall'ali della disperazione, correva a rompicollo per iscoscese balze, sorpassando i pi grandi pericoli, di maniera che coloro che voleano raggiungerlo, non solo stancavansi, ma ne perdevano ben anche le traccie, essendosi da essi assai dilungato. Quando finalmente vedeasi pervenuto sur un monte impraticabile, quivi oltre misura languente facea alto e prendeva riposo. In questo mezzo scoprendo poco discosto una caverna, iva subitamente in essa a ricoverarsi, quantunque inviscerata nel monte, e sita in tanta eminenza, che altri difficilmente a sangue freddo andarci potria senza rischiare la vita. In questo nascondiglio passava due giorni e due notti continue in un'angoscia mortale: un tozzo di pane indurito, rimastogli in tasca nel d della battaglia, serviva al di lui alimento. In questa pietosissima situazione perveniva a discernere in sulla sera del terzo giorno, per certo rumore di moschetteria ed altri indizi, che i suoi potessero avere ricuperate le perdute posizioni, il che realmente era avvenuto.
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Allora risvegliavasi in lui pi che mai la speranza, conforto dei disgraziati, e sembravagli di avere finalmente scoperto il porto della sua definitiva salvezza. Laonde rasserenando alquanto l'incadaverito sembiante deliberava tosto d'uscire dalla spelonca, e dopo breve e non interrotto cammino arrivava al paese di Verla, dove per avventura ritrovava un rimasuglio di cacciatori austriaci con alcune squadre di difensori, ed il meschino avanzo de' suoi commilitoni, che furono alla difesa del ponte. Da questi veniva egli accolto con quella piet, che ben meritava l'infelice suo stato, e con somma attenzione e sorpresa ascoltavano essi la dolente istoria del suo terribile caso. Egli venia tantosto visitato dai chirurghi civili e militari, che ivi erano, alla presenza di molta gente accorsa a vederlo ed udirlo; ma a colmo de' sofferti travagli toccavagli sentire che nessuno ardiva intraprendere la difficile cura, che si giudicava omai disperata, stantech il male s'era gi di troppo radicato. A dispetto per dell'altrui opinione, il medico Luigi Bevilacqua, terrazzano di quel luogo, si accingeva coraggiosamente all'impresa, incitato dallo stesso Mittempergher, e ben presto mitigava egli la acerba sua doglia, facendogli concepire in appresso fidanza di guarigione. Come la ferita fu rassettata, ed egli ristorato con avvertenza di cibo, e riavuto oltracci dallo smarrimento e dalle durate fatiche, un officiale gli faceva adagiare una vettura, e il giorno seguente veniva trasportato all'ospedale di Bolzano, d'onde in sul finir dell'ultime scene ed emanato il perdono, si restituiva guarito alla patria in seno della sua sbigottita famiglia, che rinasceva alla sua comparsa. Mor ai 11 aprile 1831 in Noriglio, ove colla moglie e coi figli francava la vita coll'arte dell'agricoltore, godendo dalla sovrana munificenza una giornaliera provvisione.
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Ripigliando ora l'interrotto filo della proposta narrazione, dir, che entrati i napoleoniani in Lavis, gli abitanti venivano messi a sacco, col tacito consenso del loro generale. Dopo un'ora suonato a raccolta, il saccheggiamento cessava, e gli abitanti si riavevano dall'avuto spavento. La notte succedente al sanguinoso combattimento offriva ai difenditori tirolesi (che per l'impreveduta entrata dei napoleoniani s'erano nascosti nelle cantine delle case, e perfino nell'acqua della gora che scorre sotto alcune di esse) la propizia occasione di fuggire, e di afferrare in sulle propinque colline la via di salvamento. Quelli che cadevan prigionieri, veniano fucilati, o tradotti in Italia, costume usato dal Peyri anche nell'altre fazioni ch'ebbe in Tirolo. Il corpo maggiore della massa nazionale ritiravasi al di l di San Michele, e sino a questo paese, a cinque miglia circa sopra Lavis, inseguivalo la cavalleria della vanguardia nemica, menando strage di quanti raggiunse per via.
L'arrogante Peyri, conseguita questa vittoria, ritornava trionfalmente al suo alloggiamento di Trento nella sera di questa stessa giornata, e con un suo manifesto cos parlava ai tirolesi:
REGNO D'ITALIA
Dal quartier generale di Lavis, li 2 ottobre 1809
LUIGI PEYRI GENERALE DI BRIGATA ECC. ECC.
"Tirolesi! Voi non mi conoscete; vado a farmi conoscere: educato ed incallito nelle fatiche della guerra, la sorte mai mi fu avversa, ma anzi propizia ed amica costante. Anche il resto de' miei giorni l'ho consecrato al servigio del pi grande de' Sovrani. Il comando della Calabria citeriore mi fu affidato nei tempi pi difficili; fui temuto dai cattivi ed amato dai buoni, vi rimisi la quiete e l'ordine: sapete il perch? perch i calabresi sono di carattere franco, vivo e risentito; ma capaci del pi nobile sentimento, ch' la ragione, e l'hanno ascoltata.
"Tirolesi; parlo ai traviati, non agli ostinati, ai capi di fazione e del disordine. Quanti sono li disprezzo e non li curo, sebbene taluni mi abbiano mendicato pi volte un perdono, volendosene rendere degni col sacrifizio di alcuni lor soci nel delitto; gli ho rigettati, e li rigetter, perch sapr raggiungerli da per tutto, immolarli al rigor delle leggi, o pur anche distruggerli. Servano d'esempio le terribili giornate dei 28 settembre e 2 ottobre, l'Adige ancor tinto di sangue, i ponti di Trento zeppi di cadaveri, le contrade della citt coperte di semivivi, le vittime di un giusto furore militare al Lavis, e le altre nella scorreria della cavalleria al di l di San Michele.
"Ritorno a voi, o sedotti dalla cabala, dall'ambizione di alcuni pochi, da fanatici senza appoggio, da alcuni Ministri della Chiesa spergiuri ai cattolici principii, e dagli artifizii di sognati emissarii; costoro sono avventurieri, che si servono di nomi rispettabili onde compromettere indegnamente una Corte per fini speciali. Sappiate che la Casa d'Austria, fedele al trattato di Presburgo, ha solennemente dichiarato di abborrire chi si serve del suo nome per accrescere dei ribelli al loro Sovrano. Tirolesi! deponete le armi nelle mie mani, e non riprendetele che per difendere il vostro Governo e gli augusti suoi alleati; ritornate ai vostri focolari; vivete l tranquilli sotto la protezione della legge, riprendete i vostri lavori. Le vostre propriet e le vostre persone saranno rispettate; le afflitte madri, i teneri figli e le dolenti mogli vi attendono; la santa religione, che rispettarsi con scrupolo devesi da me e da voi, lo esige. Iddio lo comanda. Ascoltatemi.
L. PEYRI.
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Nel giorno 3 l'armata napoleoniana concentravasi in sulla sponda sinistra del torrente Avisio, conservando al di l di Lavis alcuni picchetti di guardia per osservare il movimento delle squadre tirolesi. Queste all'opposto, anzich sviticchiarsi, ingrossavano sopra San Michele, rinvigorivano, e si apparecchiavano per darle la rappresaglia della sofferta perdita, come nel seguente capitolo sar raccontato.
Ora ad alcune cose contemporaneamente avvenute oltre il Brenner, che, per non interrompere la narrazione di quelle del Tirolo meridionale, s' indugiato di raccontare.
Alcuni di quei capi tirolesi, che alla conclusione dell'armistizio emigrarono dal Tirolo, ricovrandosi col barone Hormayr in Gross-canischa, pentiti di non avere partecipato alla gloria riportata da' loro connazionali nelle battaglie combattute contro l'armata del maresciallo Lefebvre, determinarono di ritornare ad assistere la patria, che gi credevano perduta; e in fatti, non senza pericolo di dar nelle mani del nemico, essi comparvero il d 28 settembre in Innsbruck, portando seco molte migliaia di zecchini per continuare la difesa, e delle decorazioni. Sieberer ed Eisenstecken si annoveravano fra i comparsi. Appena arrivati nella metropoli provinciale chiesero questi di essere introdotti avanti il superior comandante. Non avendo Hoffer ancora bandito il corruccio che per la loro fuga avea sentito, mostrava in sulle prime qualche ripugnanza a parlare con essi. Non and per guari che ader d'ascoltarli. Lungo fu il loro abboccamento, e molte ed interessanti le cose trattate. Hoffer conchiuse coll'affidar loro un comando. Sieberer fu mandato verso Kuffstein, ed Eisenstecken nel Tirolo meridionale in surrogazione al timido Torgler.
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Una gran funzione si preparava intanto nella chiesa di Wiltau. Hoffer, ed il cappuccino Haspingher doveano essere insigniti, il primo, del gran cordone d'oro di grazia colla grande medaglia del merito, ed il secondo della croce ecclesiastica del merito. Il 4 d'ottobre, giorno onomastico dell'imperatore, era destinato alla distribuzione di questi onori, mandati dalla riconoscenza di Francesco. Alla tomba di Massimiliano si cant un solenne uffizio, e durante la sacra funzione, l'abate Marco Egle benediva quelle decorazioni esposte sur un bacino d'argento; indi pose il cordone al collo di Andrea in un colla medaglia, ed attacc la croce al cappuccino. Molte furono le lagrime, che per tenerezza si videro cadere dagli occhi delle persone presenti a quest'atto, che, se mal non avviso,  forse l'ultimo d'allegrezza pel Tirolo.
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CAPITOLO 11.
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Persistenza dei tirolesi nella guerra, e nuova loro difesa a Lavis. Ostaggi condotti a Mantova e a Strasburgo. I tirolesi mettono in fuga i napoleoniani, ed assediano Trento. Il bisogno dell'acqua, ed un soccorso sopraggiunto inducono Peyri alla battaglia. I tirolesi di nuovo si ritirano a Lavis. Peyri se ne gloria in modo esagerato. Fatti d'armi del Tirolo tedesco e del Salisburghese. l tirolesi sono pur quivi superati. Le truppe nemiche invadon il Tirolo da tutte parti. In Hallein e in Oberholm ricevono i tirolesi novelle sconfitte. Il generale Vial  surrogato al generale Peyri. Proclama di Vial. Conclusione della pace a Vienna. Sua pubblicazione in Tirolo, e come venga accolta da una porzione del popolo tirolese. Congresso a Sterzing per la difesa patria coll'intervento del Commissario austriaco de Roschmann. Ulteriore istruzione pervenuta dall'arciduca Giovanni a detto Commissario. Il principe ereditario di Baviera sconfigge a Melech i tirolesi condotti da Speckbacker. Il costui impubere figlio cade nelle mani nemiche; circostanza che espone il padre a nuovi e pericolosi cimenti. Alla sua colonna  rotta la comunicazione con Haspingher. Hoffer si stabilisce sul monte Isel, e Innsbruck  ripigliata da' confederati. Questi attaccano i tirolesi sul detto monte, e poi si ritirano scompigliati. Innsbruck  ripresa da' tirolesi. Dopo qualche giorno vi rientrano i confederati, che vi pubblicano la pace seguita coll'Austria. Viglietto dell'arciduca Giovanni ad Hoffer. Proclama del vicer d'Italia ai tirolesi. Deputazione tirolese spedita al vicer da Hoffer, e sua lettera al bavaro generale conte d'Erlon. Dubbia risoluzione dei capi tirolesi. Hoffer  da essi aggirato per la sua poca accortezza politica. I tirolesi muovono a novelle battaglie, e ne' dintorni d'Innsbruck sono ovunque battuti da triplici forze; il loro coraggio comincia a vacillare. Il commissario Roschmann fugge dal Tirolo; ci contribuisce maggiormente a far piegare i tirolesi alla sommissione.
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Il fuoco della guerra non era in ottobre affatto spento nell'afflitto Tirolo; fatali scintille, or qua, or l, riaccendevano la rovinosa fiamma, e spaventando, devastando, flagellando i trambustati comuni, ridestavano il pianto delle misere ed afflittissime genti. Le speranze della maggior parte dei tirolesi inaridivano bens a questi giorni autunnali viemmaggiormente, ma nel petto dei sollevati della classe produttrice e montanara verdeggiavano tuttavia, malgrado le minaccie delle avvicinantisi armate nemiche, e le voci d'una vicinissima pace.
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Guerra pertanto esclamavasi in sulle sponde dell'Adige, guerra volevano ancora le alpigiane popolazioni; guerra le valli settentrionali, e i monti che l'Enno, l'Eisak e l'Avisio fronteggiano. Frattanto si abbandonava l'agricoltura, languivano le arti e le maestranze; lo spavento cresceva ne' pacifici ed avveduti cittadini; ogni cosa in somma era piena di paura e di dolore. I sollevati, che si erano rannodati a San Michele e nei circostanti luoghi, con audace risoluzione e perseverante coraggio, pochi giorni dopo la battaglia dei 2 ottobre, calavano improvvisamente da quella terra per riprendere l'interessante posizione di Lavis. Il comandante Eisenstechen conduceva al periglioso passo la risoluta gente.
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Nel mentre accadeva questa novella scena, il general Peyri mandava ad esecuzione un acerbo comando, in conseguenza del quale alcuni pacifici abitanti dovevano pagare il fio dell'altrui ostinazione. Nel silenzio della notte precedente al giorno 5, con imponente apparato, ma tuttavia con molto riguardo e buona maniera, furono all'improvviso sorpresi ed arrestati dalle truppe italiane e romagnuole ventiquattro assai spettabili ed onestissimi cittadini del Tirolo italiano, ed ancora lo stesso d trasportati in sull'Adige a Verona(10). La compassione e lo spavento che ne sentirono le popolazioni, e massime le famiglie ed i congiunti,  stato grande ed orribile. Tutti erano ansiosi di saperne la causa, ed in sulle prime si giudicava che la malevolenza gli avesse indiziati a' francesi come persone di mal affetto al presente ordine delle cose. Dopo qualche giorno si seppe, che i catturati venivano trasportati a Mantova, per esservi sostenuti come ostaggi del Tirolo; contegno osservato dal governo francese ne' paesi di conquista, e che il duca di Danzica avea gi eseguito sino dal 13 agosto in Innsbruck, ove furono arrestati ad ostaggi il presidente del Tribunale d'Appello conte Sarenthein, vecchio venerando, che pel dolore della sua cattura rimase vittima in Monaco; il barone di Schneeburg, il provvisorio commissario generale de Hormayr, e la baronessa di Sternbach, i quali vennero condotti a Strasburgo, dove custodivansi altri ostaggi del Vorarlberg, a' cui fu data la libert solamente in occasione del maritaggio di Napoleone coll'arciduchessa d'Austria Maria Luigia.
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Le poche truppe napoleoniane, gi preparate alla battaglia in sulla stanca riva dell'Avisio, cedevano al nuovo impeto tirolese, e si ritiravano nel distretto trentino. Non contenti i tirolesi d'averle espulse dalla situazione di Lavis, e di avere per tal modo cambiato il dolore della perdita in allegrezza, e la sconfitta in vittoria, si muovevano colla loro massa a fugarle nella citt di Trento. I fuggitivi chiudevano le porte delle cittadine mura, e intorno a queste circa quindicimila sollevati vi ponevan l'assedio. Il Peyri, che non avea ancora intieramente esaurita la fonte della contentezza e delle millanterie per il trionfo dianzi da lui riportato, rimaneva attonito e vergognoso, e non sapea come uscire dall'impensato imbarazzo. La rabbia si raddoppiava in lui, allorquando veniva a notizia, che per opera degli assedianti erano state deviate dalla citt le acque del Fersina, che danno moto alle macine. Il giorno 9 d'ottobre durava tuttavia l'assedio di Trento; una scurit, un brulicho di sollevati, segnatamente italiani, copriva quasi tutte le circostanti colline, scaramucciando del continuo contro i francesi. Il bisogno dell'acqua, il manco delle vittuaglie, e un rinforzo di circa 500 napoletani e romani che sopravvenne dall'Italia ai napoleoniani, determinavano il Peyri a indrappellare il giorno 10 la sua truppa, ed a combattere con aspra battaglia i sollevati. Le due genti venivano a giornata; lunga pezza durava l'azzuffamento, e in esso facevano arrovellatamente ambidue l'estreme prove di coraggio e di furore. Ma sia che il coraggio e il valore dei napoleoniani abbiano superato quello dei tirolesi, o sia che questi avessero preferito di concentrarsi in una pi opportuna posizione, questi ultimi deponevano il fervore del combattere, abbandonando l'assedio, e ritirandosi lo stesso giorno nelle trincee di Lavis. In questa fazione due sole compagnie di napoletani bastarono a disperdere in pochi momenti un nuvolo di sollevati, che sui colli prospettanti il ponte Cornicchio guardavano la fatta deviazione dell'acqua che entra in citt. Lo sbaraglio e la fuga di questa vilissima gente, in gran parte naune e pinetana, fu cos spropositato e dirotto, che molti, gettate le armi, i vestiti e le scarpe, trafelarono per via dallo spavento.
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Il giorno dopo, le parti vennero a nuovo conflitto fra la Madonna Bianca e Mattarello, con minor perdita da parte dei tirolesi, che si ritirarono ai monti. I francesi di tutta fretta ritornarono a Trento, conducendo seco molti buoi, e mancando di viveri, presero precauzioni limitando alle famiglie il puro bisogno. Il Peyri, con manifesto pubblicato in quest'ultimo d, esaltava il fatto dei 10, e gloriavasi d'avere scacciata dalle mura di Trento una ciurma di trenta mila briganti tedeschi (cos egli diceva), rinnovellando ad un tempo ai tirolesi l'eccitamento di ritornare alle loro famiglie.
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Di questi giorni anche in sui confini del Salisburghese i sollevati della settentrionale regione gareggiavano coi meridionali nell'arduissima impresa sconsigliatamente continuata di concerto coi sollevati salisburghesi. Anzich dare ascolto alle eccitatrici parole di quiete, anzich deporre le armi e rientrare pacifici nelle proprie case, si accingevano ad attaccare invece, sul cominciare d'ottobre, un bavaro reggimento di fanteria che a Lofer stanziava. L'investivano tanto impetuosamente, che il mettevano ben presto nella necessit di ritirarsi sopra Reichenhall. Un altro bavaro corpo veniva contemporaneamente respinto ed indotto a piegarsi da Gollin sopra Hallein. L'ardire tirolese scontrava in Hallein un acerrima rappresaglia, a motivo delle disposizioni date dal maresciallo Lefebvre, e dirette dal generale Montmarie. Un'altra sconfitta incontravano i tirolesi pur anco ad Oberholm dalle sciabole vendicatrici del furente nemico. Pi centinaia di tirolesi sacrificarono in queste giornate con religioso affetto le loro vite per l'estremo amore di patria. Alla preziosa perdita del sangue si accoppiava fatalmente quella d'una quantit di munizione, e di qualche pezzo d'artiglieria, perdita anche questa assai importante alla patria difesa.
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I segni del funesto avvenire qui sorgevano pi che mai per ogni dove, indiziando vicina quella fiera tempesta, che sugl'infelici tirolesi doveva orrendamente rovesciarsi. Da tutte parti della provincia entravano, intorno alla met dell'ottobre, le truppe nemiche destinate ad annientare, per un assoluto comando di Napoleone, l'indomita costanza della derelitta nazione. Tre colonne vi mandava la bavara potenza, le cui truppe ponevano piede nel territorio tirolese il d 14: una penetrava pel Salisburghese sotto gli ordini immediati del principe ereditario: la seconda, che da Kessen camminava appresso a' detti confini verso San Giovanni, era guidata dal generale barone di Wrede. Della terza, diretta verso Kuffstein, aveva il governo il generale Deroy. Il francese generale Drouet, conte d'Erlon, aveva il comando supremo di queste tre colonne, i cui soldati andavano alla battaglia contro la sollevata nazione predominati tuttavia dalla vendetta, che per gli preteriti insulti non avevano ancora deposta. Dalla parte orientale e meridionale, attraversando la Stiria, la Carintia ed il Friuli, avvicinavasi con altre truppe il principe Eugenio, vicer d'Italia. Nel Tirolo italiano giungeva, preceduto da nuovi rinforzi di fresca gente, il generale Vial, mandato da Napoleone per assumere il comando delle truppe francesi ed italiane in esso stanziate, e surrogato al Peyri chiamato a dirigere un'altra fazione.
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Vial manifestava ai tirolesi italiani il suo arrivo in Trento con questo proclama:
"Li 14 ottobre 1809.
"Tirolesi! Da molti mesi voi siete in preda dell'anarchia; false insinuazioni vi avevano persuasi, che voi ritornereste sotto il dominio della Casa d'Austria, alla quale il tempo e l'abitudine avevano potuto affezionarvi: disingannati sopra questo motivo, si  cercato di persuadervi che voi giungereste a farvi riconoscere come potenza indipendente. La Casa d'Austria per voi non pu pi nulla, e voi in mezzo a grandi potenze non potete restare isolati senza esporvi alle pi grandi disgrazie. Avete bisogno d'un appoggio, d'una protezione; la Francia deve assicurarvela. Il grand'uomo che la dirige, alleato di S. M. il re di Baviera vostro sovrano, apprezza i popoli, che, come voi, mostrano energia; ma egli punisce severamente coloro che si abbandonano allo sviamento e all'errore: i vostri destini non dipendono che da Napoleone; confidate nella sua giustizia. Afflitto dai mali che voi soffrite, egli mi ha ordinato di venire tra voi per ricondurvi l'ordine e la felicit. In questo momento altri corpi di truppe entrano nel Tirolo tedesco per molte strade. Non risguardate in noi che amici dell'umanit, soldati induriti ed accostumati alle fatiche della guerra, pronti ad annichilare quelli che ad essi resistono, ma che sanno proteggere gli abitanti pacifici, quelli che mostrano moderazione e confidenza.
"Masse d'uomini usciti dal Tirolo tedesco e condotte da capi esaltati, sono entrati nel Tirolo italiano ad esercitarvi una tirannica condotta. Essi hanno voluto forzare i suoi abitanti ad arruolarsi sotto le loro bandiere, ove i segnali di religione sono divenuti i segnali del disordine.
"Io applaudisco alla resistenza che un gran numero di comuni hanno opposta. Il Tirolo italiano sar particolarmente protetto. Io far cessare le violenze, delle quali  vittima; far rispettare la religione, le persone e le propriet.
"Il corpo ch'io comando si aumenta tutti i giorni; colonne mobili vanno a percorrere dietro Trento, ove alcune orde di malfattori tormentano e saccheggiano i pacifici abitanti. Unite i vostri sforzi alla mia vigilanza; imitate la condotta dei contadini di Folgaria, distretto di Rovereto, che sotto la direzione del loro curato Giovanni Rella hanno resistito ad una banda di quei miserabili, gli hanno inseguiti, e ne hanno arrestati e tradotti in gran numero a Rovereto.
"Tirolesi! non  questa la prima volta ch'io vengo fra voi. Nell'anno 1806 io ho attraversato il vostro territorio alla testa delle truppe francesi; il mio nome vi  conosciuto e, oso dirlo, giustamente segnato nell'opinione. Io non fui mai terribile che contro quelli che mi hanno resistito colle armi alla mano. Dopo la presa di Clausen, che fu presa di viva forza (innanzi Mhlbach), le mie truppe si avanzarono sopra il villaggio di Mhlbach. Gli abitanti l'avevano abbandonato; le loro case ed i loro effetti restarono intieramente a nostra disposizione: ma tutto fu rispettato; nulla, assolutamente nulla, fu portato via. Io feci ripiegare le mie truppe a Clausen; alcuni deputati di Mhlbach furono spediti agli abitanti di Mhlbach fuggitivi, e sparsi nelle montagne, e gli assicurarono della mia protezione. Essi rientrarono nelle loro case, e all'indomani, proseguendo la nostra marcia sopra Villaco, noi fummo accolti a Mhlbach ed in tutti gli altri villaggi col sentimento della pi franca amicizia.
VIAL.
"Generale di divisione."
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In mezzo a questi moti militari, tendenti a debellare l'armato Tirolo, il suono giulivo delle campane, lo squillo festevole delle trombe, lo sparo strepitoso dei cannoni, e le feste de' soldati annunziavano ad una gran parte dell'afflittissima sua popolazione la notizia della pace, conchiusa a Vienna il d 14 d'ottobre fra il principe Giovanni di Liechtenstein, plenipotenziario dell'Imperatore d'Austria, ed il conte Giovambattista Nonpere di Champagny, plenipotenziario dell'imperatore della Francia.
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L'annunziata pace riusciva di somma contentezza all'Europa, poich tutti i popoli vedevano per essa finito lo spargimento di tanto sangue, e riaperta la via al commercio, che la guerra avea con danno universale intersecata. Il solo popolo del Tirolo essa riempiva di sdegno, s come avvenne colla pace del 1805, perch oggimai disperava di ottenere d'essere coi di lei trattati liberato dal dominio della Baviera: l'articolo decimo dolcificava per altro il di lui cruccio; esso suonava cos:
"S. M. l'Imperatore de' Francesi s'impegna di far accordare un perdono pieno e sincero agli abitanti del Tirolo e del Vorarlberg, che hanno preso parte all'insurrezione, i quali non potranno essere molestati, n sulle loro persone, n sui loro beni."
Nei circoli di Trento e di Rovereto, posseduti sino alle frontiere di Lavis dalle armi della Francia, fu questa pace pubblicata il d 20 ottobre, e festeggiata colle imposte solennit civili e religiose, a cui il popolo, dubbioso della pace e di nuove rotture, rispose con freddo giubilo e senza acclamazioni, tanto pi vedendo arrivar nuove truppe, e continuarsi le ostilit fra Gardolo e Lavis. Nel Tirolo tedesco poi, e segnatamente ad Innsbruck, la pace fu annunziata alquanto pi tardi, perch vi dominavano ancora le armigere nazionali fazioni.
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Le speranze della libert tirolese non solo respiravano in quella parte tuttavia, ma venivano anzi fomentate da un novello incidente, qual era la presenza di Antonio de Roschmann, pria della pace ricomparso in Tirolo come imperiale comandante supremo e commissario d'armata, coll'istruzione di persuadere i tirolesi ad intraprendere un'offensione in ischiena al nemico, qualora si desse il caso di continuare l'interna difesa. Nel giorno stesso, nel quale i due ministri conchiudevano a Vienna i pacifici trattati, il commissario Roschmann compariva a Bressanone; il d 16 interveniva alla sessione, appuntata a Sterzing per trattare sugli affari di difesa, e poscia recavasi ad Innsbruck all'alloggiamento di Hoffer, che allegramente l'accolse, dandogli stanza, e riguardandolo qual ambasciatore imperiale. Non appena si accostava egli al supremo comandante della nazione, che l'arciduca Giovanni inviavagli la rivocazione dell'affidatogli uffizio, e l'ordine di astenersi dall'infondere, colla sua comparsa in Tirolo, ingannatrici speranze, con che, oltre il compromettere la corte imperiale, non avrebbe cagionato che l'infruttuoso spargimento del sangue d'un popolo abbastanza colpito dalla disgrazia.
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Nei giorni susseguenti a quello della pace i popoli delle due grandi potenze solennizzavano il fausto avvenimento. In Francia, in Italia e ne' paesi dei principi confederati risuonava l'aria del ribombo dei cannoni, che tiravano a festa, e delle grida giulive degli abitanti, che ammiravano i prodi guerrieri riedere trionfanti col pacifico olivo. Nel Tirolo tedesco, a rincontro, i cannoni mettevano spavento, e cagionavano ancora novelle stragi, novelle rovine, novelle morti.
Il principe reale di Baviera moveva il primo l'oste sua. Add 16 ottobre incontravasi a Meleck colle genti di Speckbacker. L'allegrezza delle fresche vittorie riportate sull'Austria, la preponderanza delle forze, la speranza di riaquistare la perduta provincia, e di vincere chi vincitore era rimasto in tante fazioni, accompagnavano al nuovo cimento i bavari soldati. La presenza del figlio del trono dava loro altres e desiderio di combattere e coraggio di distinguersi. I tirolesi affrontavano bens, per impulso dell'innato valore, chi li veniva a combattere, ma il vincere non istava pi nel potere n del loro coraggio, n tampoco della tirolese costanza.
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La vaga fortuna o, per meglio dire, le conseguenze della cessata guerra aveano cambiato intieramente l'aspetto delle cose. L'egregio Speckbacker stava forte all'impeto nemico, ma i di lui sforzi costavano il sangue della valorosa gente da lui capitanata, e la perdita eziandio di un impubere suo figliuolo, che in questa, e in altre passate occasioni diede a divedere come in lui scorreva il sangue e gli spiriti paterni. Il singolarissimo fanciullo, di circa dodici anni, cadeva fatalmente prigioniero, e con esso lui dovea cadere anche il padre, se una fuga precipitosa non l'avesse salvato dal periglio, a cui, nel vedersi mancare il tenero figlio, s'era disperatamente esposto. Fra morti, feriti e prigionieri perdette in quest'incontro il Tirolo 500 uomini; rovescio che non sarebbe forse succeduto, se, come diceasi, le compagnie di Rattemberg avessero avuta l'avvedutezza di occupare e guardare le alpi dietro Melech. A fronte per della grave perdita, e delle considerevoli forze del nemico, Speckbacker rinfrancava ancora dopo la sua fuga, e volea avventurarsi ad un novello cimento. L'estremo pericolo produceva l'estremo coraggio, aizzato dall'angoscia di ricuperare il figlio perduto. Ma la sua gente era scorata per la fiera sconfitta avuta da un potente nemico, e mostravasi omai avversa in seguitare i suoi passi.
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La disgrazia di Speckbacker ne produsse un'altra: i corpi bavari, che in Tirolo inoltravansi, gli ruppero la comunicazione colla colonna del cappuccino Haspingher; circostanza assai influente a sollecitare la meditata distruzione. Il d 16 era destinato a nuovo conflitto. Haspingher, prevedendo finalmente che il corso delle vittorie era finito per la digraziata nazione, e che le cose ad altra piega disperatamente volgevano, abbracciava il prudente partito di evitare il minacciatogli assalto, che non avrebbe prodotto che un aperto sacrificio della sua gente, e spingendo il di lui cammino nella Stiria, e da qui volgendosi sulla via di Villaco, univasi poscia coi tirolesi, che bloccavano Sachsenburg, e rientrava in Tirolo. Giunto appena sulla patria terra, indirizzava i passi per abboccarsi con Hoffer, che a Steinach avea trasferito il suo alloggiamento in conseguenza dei fatti che pi sotto verremo narrando.
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La bavara colonna, che la gente di Speckbacker avea tanto percosso, entrava poco dopo trionfalmente in Loffer. I tirolesi ritiravansi, i bavari gl'inseguivano. Speckbacker, sempre accompagnato dal naturale ardimento e dall'estremo amore di patria, ardiva esporre ancora la vita affrontando un drappello di cavalleria. La prudenza facevagli alfine curare la ritirata per lo stretto di Mariastein, poscia per le eminenze di Rattemberg, indi per le valli di Gerlos e di Ziller, e finalmente per Friedberg e Wolderse, coll'idea di pervenire sul monte Isel presso Innsbruck. Il general Wrede stabiliva nel giorno 17 il suo alloggiamento in Kssen, e il giorno 18 arrivava colla vanguardia a San Giovanni. Durante la celere marcia della sua colonna, i tirolesi lanciavano sur essa delle archibugiate dal Kleinberg, indi tentavano inutilmente di rompere il ponte sull'Ach per sospenderne alquanto l'avanzamento. In questo medesimo giorno metteva piede in Wrgel la colonna comandata dal generale Deroy, che avea poc'anzi e superata un'opposizione a Kuffstein, e rimessi due ponti da' tirolesi tagliati. Per tal modo le tre bavare colonne si aprivano in Wrgel il d 18 una vicendevole comunicazione, che quanto riusciva ad esse di giovamento, si rendeva altrettanto funesta alla massa dei sollevati.
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Add 24 la riunita bavara armata camminava col grosso delle sue forze da Kundel verso Hall. Nel tempo stesso il bavaro colonnello e brigadiere Oberndorf piegava il cammino, col reggimento dei cacciatori ed altri fanti, alla volta di Mittenvald e di Scharnitz, per giungere ad Innsbruck da quella parte. Veggendo Hoffer la formidabile calca che ad Innsbruck si approssimava, udendo le sconfitte, la fuga e la disperata situazione dei varii corpi di difesa in varie parti disposti, e pensando che il paese veniva cinto ognor pi da potenti ed implacabili nemici, dava il d 21 alcune disposizioni per la futura custodia dei bavari prigionieri, e dichiarava di trasferire sua stanza sul monte Isel.
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Il giorno 25 la provinciale metropoli ricadeva in potere del Bavaro. Vi prendevano alloggiamento il comandante supremo conte d'Erlon, il principe ereditario di Baviera, e i generali Wrede, Razlovich e Bechers, che vi entravano preceduti da molta truppa a piedi e a cavallo, e da un buon corredo d'artiglieria. Questi capi d'armata, pria ancora di curare il ripreso possesso dell'interessante metropoli, con due reggimenti di fanti e due di cavalli, e con alcuni pezzi d'artiglieria andavano a scandagliare la posizione dei tirolesi trincieramenti in sul monte Isel. Scorgevano i tirolesi l'armata, che alla loro volta difilava. Il vederla, il salutarla col fuoco delle loro carabine, fu tutt'uno. Lo scudiere del principe bavaro cadeva ferito; ferito cadeva egualmente il cavallo del generale Wrede. A tal vista evitavano gli altri la mortale tempesta delle tirolesi piombate, e rientravano in Innsbruck. Qui volgevano tosto l'attenzione all'amministrazione generale del paese instituita da Hoffer; i di lei rappresentanti venivano arrestati per ordine del supremo comandante. Coll'innata sua bont ascoltavali e parlava loro il principe bavaro in sulla strada che da Innsbruck conduce ad Hall: da l a pochi giorni l'amministrazione medesima veniva ristabilita.
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L'ostinazione nella difesa continuava nei tirolesi; essi attaccavano il d 27 con tanta ferocia i bavari, che gli obbligavano a sgombrare per alcuni momenti la citt d'Innsbruck. Nella valle di Zimmer cadevano nelle mani di Speckbacker alcune compagnie. Gl'impetuosi e gagliardi attacchi rinnovellati sul monte Isel e presso Rinn, venivano con indicibile valore ributtati. Felici apparivano questi successi, e felici erano veramente; ma chi pensava e ragionava, non potea non giudicarli fatali e per la momentanea loro durata, e per l'infelice risultato ch'essi doveano sortire. Ammirava il mondo l'inaudita resistenza dei tirolesi, e compiangeva la deplorabile loro situazione omai scevra d'ogni pi lieve speranza.
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Il d 29 udiva Innsbruck la pubblicazione della pace. In questo giorno avea Hoffer trasferito di nuovo il suo alloggiamento a Steinach; egli per se ne stava per lo pi sullo Schnberg, ove ebbe qualche parlamento colla parte avversaria. Nella sera precedente al giorno 30 giungeva a Hoffer il barone Giuseppe Lichtenthurm, speditogli come corriere dalla Corte austriaca in allora dimorante nel castello di Totis. Egli era portatore ad Hoffer di un viglietto autografo dell'arciduca Giovanni dato a Kestzthely li 21 ottobre, e di un proclama del vicer d'Italia.
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Il viglietto parlava cos: "La notizia della pace conchiusa, sar gi pervenuta sino a voi. Tale nuova io ve la devo confermare per supremo comando. Tutto avrebbe fatto l'imperatore per mandare ad esecuzione i voti del Tirolo. Ma per quanto all'imperatore interessi da vicino il destino dei prodi abitanti di questo paese, null'ostante la necessit dettgli la pace. Per comando supremo vi metto di ci in cognizione, coll'aggiunta, essere desiderio di Sua Maest, che i tirolesi stiano tranquilli, e che non abbiano pi a sacrificarsi senza scopo".
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Il Proclama era del seguente tenore:
EUGENIO NAPOLEONE
Arcicancelliere di Stato dell'Impero francese, Vicer d'Italia, Principe di Venezia, Comandante in capo l'armata d'Italia
AI POPOLI DEL TIROLO.
Tirolesi!
"La pace  stata conchiusa tra S. M. l'Imperatore de' Francesi, Re d'Italia, protettore della Confederazione del Reno, mio augusto padre e sovrano, e S. M. l'Imperatore d'Austria.
"La pace regna dunque in oggi ovunque intorno a voi.
"Voi soli non godete ancora de' suoi benefizii.
"Traviati da nemiche suggestioni, vi siete armati contro le vostre leggi: le avete rovesciate.
"Raccogliete in oggi i tristi frutti della vostra ribellione. Il terrore regna nelle vostre citt, l'ozio e la miseria nelle vostre campagne, la discordia tra voi, il disordine dappertutto.
"S. M. l'Imperatore e Re, commosso dalla vostra deplorabile situazione, e dalle testimonianze di pentimento, che molti fra voi hanno fatto pervenire sino al suo trono, ha espressamente acconsentito col Trattato di pace a perdonarvi i vostri traviamenti.
"Vi porto la pace, poich vi porto il perdono.
"Ma, ve lo dichiaro, il perdono vi  concesso col patto che rientrerete voi stessi nell'ordine, che deporrete volontariamente le armi, che in nessun luogo trover resistenza alcuna.
"Incaricato del comando in capo delle armate che vi circondano, vengo a ricevere la vostra sottomissione, o ad imporvela.
"L'armata sar preceduta da Commissari da me espressamente incaricati di sentire le vostre lagnanze, e di ascoltare i reclami che foste nel caso di fare.
"Ma, non lo dimenticate, questi Commissari non sono autorizzati ad ascoltarvi, che quando avrete deposte le armi.
"Tirolesi! se le vostre lagnanze ed i vostri reclami sono fondati, ve lo prometto, vi sar resa giustizia.
"Dal quartier generale di Villaco, li 25 ottobre 1809.
"EUGENIO NAPOLEONE."
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Quale rivoluzione di pensieri abbia suscitato nell'animo di Hoffer la lettura di questi due documenti,  cosa piuttosto facile a immaginare, che descrivere. Sconsolato e dimesso, si fece a discutere sul loro argomento con Wrndle, uno de' capi della Pusteria, e col capitano dei meranesi, in detta notte a lui presentatosi per trattare sugli affari della difesa, e con altre persone ancora, che con esso lui alloggiavano, e che nell'esercizio del supremo comando o bene o male il consigliavano e l'assistevano. Tutti stavano alquanto perplessi di quello che avessero a fare. Conoscevano apertamente che il paese veniva cinto ognor pi da formidabili inimici, giacch oltre le colonne entrate in Tirolo, si appressavano a gran passi le napoleoniane legioni, condotte dai generali Severoli, Barbou, Rusca, Brussier, Peyri, Bertoletti, comandate dal generale Baraguey d'Hilliers, e sulle quali il vicer d'Italia avea il capitanato generale; s'accorgevano che non era pi tempo n di far uso del patrio valore, n tampoco di mettersi in potest della fortuna, perch n il valore, n la fortuna possono avere influenza quando si tratta di misurarsi contro forze gigantesche e strabocchevolmente maggiori; vedevano che la pace troncava tutte le speranze e i consigli vanamente formati, e che necessario era di rimovere l'ostinazione cotanto indurita; e quindi in mezzo ad una discordanza di pareri conchiudevano che per non esporre il paese ad uno strazio maggiore, ed evitare un'ulteriore effusione di sangue, fosse pi sano partito quello di deporre le armi, e sottomettersi a chi decidere omai poteva della sorte futura del paese.
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Mettendo adunque forzosamente in non cale la gloria acquistata con tante fatiche, e con tanti pericoli, e con tanto sangue, mandava Hoffer ad esecuzione, poco dopo l'arrivo dell'anzidetto corriere, la deliberazione pronunziata dalla maggioranza, coll'inviare una deputazione a Villaco per presentare al vicer una supplica sottoscritta dai rappresentanti di alcuni distretti, e diretta ad ottenere dalla sua clemenza un'intiera perdonanza delle offese fatte; e nell'istesso tempo indirizzava al supremo generale della bavara armata la lettera seguente:
"All'Illustrissimo comandante la regia bavara armata generale di divisione, e conte dell'Impero Erlon Drouet
"L'arrivo avvenuto in questo punto di un corriere spedito dal quartier generale di S. A. I. l'arciduca Giovanni, munito di passi imperiali francesi, annunzi al Tirolo l'ufficiale conferma della pace effettivamente seguita tra la Casa d'Austria e S. M. l'Imperatore dei Francesi.
"Consolati e tranquilli i Tirolesi, che il destino della loro patria sia riposto nella generosit di S. M. l'Imperatore dei Francesi e Re, e per vedere un fine all'ulteriore spargimento di sangue, furono subitamente spediti deputati a S. A. I. il Vicer d'Italia onde mostrargli preventivamente la nostra devozione, e rimettersi, come l'esigono le circostanze, all'ulteriore destino.
"Da Schnberg, il 29 ottobre 1809.
" Dal supremo comando in Tirolo.
"ANDREA HOFFER."
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I partiti per la difesa, o per la sommissione non si conciliavano fra i capi: essi germogliavano molto variabilmente. Generale era bens in essi il sentimento d'appoggiare la gravissima causa al principe Eugenio, nella ferma speranza di trovare in lui maggiore moderazione che nella Baviera, colla quale l'antico odio nazionale ultimamente s'era tanto ingrandito; ma nel resto chi approvava il gi adottato divisamento, e chi no. Chi era stanco di vivere fra tante procelle, ed anelava la quiete e il riposo per medicare le aperte ferite, e chi voleva ancora la guerra. Taluno opinava di mantenersi nelle piantate trincee, stando sulla difesa fino al ritorno dei deputati da Villaco, e tal altro consigliava che colla resistenza delle armi s'otterrebbero migliori condizioni nella trattata amnistia. Hoffer ondeggiava in mezzo a tanti partiti come una nave agitata dai venti. Udiva le ragioni degli uni, udiva le opposizioni degli altri. In punto di coraggio e di azioni guerriere egli era incontrastabilmente l'anima dei combattenti, l'ornamento e lo splendore della nazione; ma nel trattare le faccende politiche del paese non possedeva il necessario intendimento, e perci le di lui risoluzioni venivano facilmente aggirate. La poca accortezza e la facile sua credulit il trascinavano in un errore, che gli preparava niente meno che la morte. Gli evidenti apparati, le insinuazioni di pace e le minacce, i vessilli di numerosi eserciti che dentro e d'intorno alla provincia spuntavano, non bastavano a frenare gli imprudenti trasporti d'una soverchia ed irragionevole speranza, che ad ogni tratto in lui si destavano per opera dei malvagi, che colla tirolese sommossa o sottraevano i loro delitti allo sguardo della giustizia, o saziavano i loro intenti di rapina, e i quali spargevano una voce fomentatrice con cui facevano credere che la pace, il viglietto dell'arciduca Giovanni, il consiglio paterno della Corte imperiale, le generose promesse del vicer d'Italia, fossero stratagemmi del nemico per ingannare e ridurre i tirolesi a deporre le armi. Questa falsa voce il toglieva dal pensiero del chiesto perdono, il faceva obbliare la lettera scritta a Drouet, e il rendeva tuttavia persistente nella patria difesa; sicch, in luogo di richiamare gli armati tirolesi dalle varie posizioni, e persuaderli alla rassegnazione, concedeva sconsigliatamente, il d 31, che ripigliassero le armi, e con queste assalissero i primi posti delle bavare colonne, che rafforzate da sopraggiunti soccorsi, voltavano prestamente la fronte, e respingevano gli assalitori. Un fatto chiamava l'altro. Alle ore 9 di questo medesimo giorno si movevano altres le colonne del principe ereditario e del generale Wrede contro i difensori del monte Isel, nel mentre che il generale Raglovich spingevasi con un distaccamento ad Ambras, Altrans ed Ampass, per rompere ai tirolesi la comunicazione della loro destra col centro, e che il generale Deroy pugnava nelle posizioni di Rattemberg, di Schwatz, di Vernberg, di Volders e di Hall. I tirolesi, che non pi combattevano colla pristina arditezza, avevano ovunque la peggio. Questo produceva il disordine; al disordine succedeva la fuga, e la perdita della poca artiglieria abbandonata sul monte Isel, acquistato dall'impetuoso e forte assalto del bavaro esercito. Il solo battaglione di Habermann toccava in ischiena della citt una sconfitta significante; ma venendo in suo aiuto le genti condotte dal generale Rechberg, rinfrancava, e riparava ben presto la perdita sofferta.
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Drouet facea risuonare ai prostrati tirolesi la gloria di questi ultimi fatti, e parlava loro cos:
ARMATA DI GERMANIA
Corpo d'armata regio bavaro.
"Tirolesi! Io mandai ad Andrea Hoffer alcuni esemplari del Proclama di S. A. I. il principe Vicer d'Italia avente il supremo comando delle armate, e molti estratti del trattato di pace conchiuso il 14 ottobre tra S. M. l'Imperatore Napoleone e S. M. l'Imperatore d'Austria, nella speranza che e gli uni e gli altri avesse egli a pubblicare tantosto per accelerare la vostra sommissione.
"Dal d 25 fino al 31 ottobre ho aspettato al mio alloggiamento presso Hall il risultato delle mie pacifiche misure, ma rimasi ingannato nella mia aspettazione. Durante il giorno 31 ebbi invece a conoscere che egli divulg a tutto il paese ordini e comandi d'attaccare i primi posti della mia vanguardia. Probabilmente egli fond le sue speranze sul monte Isel, per suo comando fortificato, e da lui creduto inespugnabile. Un tale prestigio presto per  scomparso. Questa forte posizione venne presa da una parte delle mie truppe appena assalita. La fuga e il disordine succedevano dappertutto. Artiglieria e munizione venivano abbandonate il d 1 di questo mese.
"E per, Tirolesi! se volete partecipare al perdono che l'Imperatore Napoleone si  impegnato d'interporre per voi, affrettatevi di eseguire le condizioni che v'impone il Proclama di S. A. I. il Vicer d'Italia. Solamente questo mezzo pu sottrarvi ad una guerra, che altro scopo non ha che quello dell'intiera rovina del vostro paese.
"Io vi comunico con questa l'estratto della lettera che Andrea Hoffer mi fece pervenire per certo Thurnvald di San Leonardo: il tenore di essa dilucider tutti i vostri dubbii, e, lo spero, solleciter prontamente la intiera vostra sommissione.
"Innsbruck, il 3 novembre 1809.
"DROUET"
"Generale di divisione."
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Quest'esito avevan le cose del Tirolo col finirsi d'ottobre. Non pi rispondeva nei sollevati la costanza alle determinazioni, non pi la celerit all'esecuzione. Di mano in mano che cadeva in essi la speranza, cadeva la concordia dei loro sentimenti, cadeva la volont del combattere; il timore spargeva negli animi loro il suo possente dominio, e scemava la presunzione delle passate prosperit.
Il commissario Roschmann, veggendo omai tutto perduto, affrettava la sua partenza dal Tirolo. Da Steinach, dove avea seguto il comandante supremo della nazione, dirigevasi alla volta di Bolzano. Munitosi quivi di un passaporto colla qualificazione di mercante, si accinse a viaggiare fuggiascamente, e per la via d'Engadina penetr, con fatica e fra i pericoli, nella Svizzera. Da qui volse il cammino verso la Svevia, la Boemia, e da Praga liberamente a Vienna. La partenza di Roschmann offriva ai tirolesi un nuovo incidente per accelerare la piena loro sommissione; ma se omai era dal destino segnata la loro caduta, non era per suonata ancor l'ora del fine di tante loro sciagure.
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CAPITOLO 12.
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L'ostinatezza d'alcuni capi aizzata da alcuni stranieri e fuorusciti mantiene ancora in qualche parte del Tirolo tedesco la fiamma della sollevazione. Certo Kolb si distingue fra quelli, e inganna il credulo Hoffer sottraendo lettere a lui indirizzate. Hoffer inculca resistenza a fronte degli eserciti nemici che l'attorniano. Sui monti intorno a Bolzano, alla Chiusa di Mhlbach, sulle alture di Spingel, Merorsen e di Rodeneck si affollano tirolesi armati. A Bolzano, il general Peyri, rientrato in Tirolo,  posto in pericolo. Ei viene liberato dalla gente del generale Vial. I napoleoniani rinvigoriscono; i tirolesi cedono intorno a Bolzano, e rientrano ai loro focolari. Qui han fine le scene del Tirolo meridionale, salvo quelle di stranieri e disertori. S'ode il cannone nelle valli di Ziller e di Wintschgau. A Zell s'accende una grave zuffa. Il valor tirolese qui mostrasi novellamente; cos alla Chiusa di Mhlbach, dove Rusca infier. Ritorno de' Deputati inviati al vicer. Sua risposta ai medesimi, e passaporti loro rilasciati per emigrare. Dichiarazione esortatrice di Hoffer per la quiete. Altra consimile del vescovo di Bressanone. Riunione de' due principali eserciti in Bressanone. Ordine severo del vicer contro i renitenti stranieri.
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Sua partenza per Parigi, a motivo del matrimonio di Napoleone coll'arciduchessa Maria Luigia. Il generale Baraguey d'Hilliers comanda in sua vece. Nuova sommossa de' tirolesi della Passiria, cagionata dalla tirannia dei generali Rusca e Barbau ecc. Hoffer  forzato a notificarla e ad emettere un eccitamento. Kolb n'ha gran parte. La sommossa si propaga nella Valle di Venosta, dell'Enno e di Wintschgau con danno grande del nemico. Le tirolesi donne vi partecipano, spogliando delle armi i prigionieri. Guardia cittadina eretta a Riva per liberarsi dagli armati stranieri che la molestavano. Attentati di questi ultimi e loro disperazione. Timore e fuga di alcune famiglie di Riva. La guardia viene ingrandita d'intelligenza con Arco, Torbole e Nago. Disposizioni del generale Vial per distruggere detta gente. In Tione vengono moschettati 52 individui, e con ci finisce la scena nel Tirolo meridionale. Risoluzione di Baraguey d'Hilliers per frenare i tirolesi nella Val Venosta e in Passiria. Suoi mezzi usati a risparmio del sangue. Suo abboccamento col capo Holzkneckt, e sua unione colle truppe bavare in Wintschgau. Scomparimento di Hoffer. Kolb persiste nella difesa alle sponde dell'Eisack. Sua fuga nell'Austria. Speckbacker e Haspingher fuggono prima di Kolb. Proclama di Baraguey d'Hilliers. Sue disposizioni pel governo de' circoli dell'Adige e dell'Eisak. Ultime scene sanguinose nella Pusteria. Sommissione e tranquillit generale. Conclusione.
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Pareva, in sul cominciare di novembre, che il Tirolo, conquassato da tante calamit, e all'ultimo grado della depressione condotto, avesse una volta a riposarsi.  stanca l'afflittissima penna in rappresentare dolorose scene; ma, a compimento dell'assunto disegno, deve vincere la ripugnanza. Il moltiplicare dei pericoli, in luogo di produrre la calma, moltiplicava in alcuni l'ostinazione, fomentata dalle bande dei facinorosi e de' soldati stranieri, che sbaragliate da una parte, sorgevano dall'altra, talch la provincia veniva messa a terrore, a ruba ed a sangue. In s orribili ravvolgimenti gli scellerati stranieri trionfavano, e pi che perdere, acquistavano; laddove i tirolesi, dominati soltanto dall'amor patrio, perdevano, sacrificavano e morivano.
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Il tenacissimo Kolb, uno degli inframmettenti capi della sollevazione, colla sua mente accendibile e magnificatrice predicava scioccamente in questi estremi momenti, sotto pena di morte, la pi ostinata difesa, accompagnando gli audaci eccitamenti con mille bindolerie per volgere la gente a suo grado, e guadagnare principalmente il pieghevole animo del supremo comandante. Asseriva, verbigrazia, essergli comparsa la Beata Vergine Maria promettendo alla sacra causa la di lei assistenza; assicurava l'Hoffer che le notizie di pace e di sconfitte a danno dell'Austria erano fanfaluche inventate dagli inimici; che all'opposto l'arciduca Giovanni veniva con un potente esercito a sostenere il Tirolo, e gi si approssimava a Sachsenburg, e che nella Pusteria udivasi il rombo delle sue cannonate. Per di lui maneggio venivano intercettate alcune lettere ammonitrici dirette allo stesso Hoffer. Egli fu appunto per queste ed altre consimili dicerie, e principalmente per opera di Kolb, che Hoffer con una circolare del 3 novembre avvertiva inconsideratamente tutti i capi di stare fermi nelle possedute posizioni sino al ritorno dei deputati spediti al vicer, e di respingere sotto lor garanzia la forza colla forza, qualora venissero attaccati dal nemico. Il linguaggio di Hoffer poteva mantenere ancora in vita l'entusiasmo nazionale, quantunque gli animi fossero inviliti ed affranti per le durate fatiche, le sofferte angoscie e ruine, attoniti e titubanti per le sovrastanti calamit, e molto discordi nei loro voleri. Drouet, ignaro della circolare anzidetta, bandiva la seguente ordinazione.
ARMATA DI GERMANIA
Corpo d'armata regio bavaro.
"La precisa dichiarazione dell'atto di sommissione, che in questo punto mi ha mandato Andrea Hoffer, mi ragguaglia che questi divolg agli abitanti traviati gli ordini opportuni perch riedano alle loro case, e depongano le armi, per indi attendere la grazia del perdono, che da S. M. l'Imperatore Napoleone si  assunto d'intercedere.
"Non potendo pertanto aver pi luogo alcun pretesto di sollevazione, si mette a cognizione che colui, che 24 ore dopo la pubblicazione del presente decreto, verr preso colle armi in mano, sar considerato come assassino, e come tale sul fatto appiccato.
"Ogni giudice, podest, o qualsiasi altra autorit notificher tantosto al pi vicino Comando militare sedente nel rispettivo distretto quel forestiere, o quell'abitante, che colle parole o colle azioni tentasse di stimolare la contrada a nuove turbolenze. Ogni comandante militare, s tosto che quest'avviso avr ricevuto, prender le necessarie misure per arrestare simile gente.
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"Ogni villaggio, ogni comune, ogni luogo nel quale verr praticato qualsiasi sorta d'offese, o prepotenza verso il militare, od altre persone, verr condannato ad una multa di fior. 1000, e nel replicato caso verr abbruciato il villaggio, od il luogo, ove fu fatta l'offesa, o commessa la prepotenza.
"Se contro ogni speranza venisse attaccata la personale sicurezza del generale comandante, e delle persone militari, o pure venisse urtata la propriet dei pacifici abitanti, in questi casi l'autorit del luogo deve arrestare i colpevoli, e consegnarli al prossimo comando militare, da cui verranno esemplarmente castigati.
"Dal quartier generale d'Innsbruck, li 4 novembre 1809.
"DROUET"
"Generale di divisione."
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Intanto gli eserciti confederati s'inoltravano nelle viscere del territorio tirolese. L'armata bavara inondava la valle superiore ed inferiore dell'Enno, e con una forte colonna volgeva a Steinach per indi valicare il monte Brenner. Era questa composta del settimo reggimento di linea, del battaglione leggiero Laroche, di uno squadrone di cavalli, e di alcuni pezzi d'artiglieria. Il generale conte Bekers n'avea l'immediato comando. Nella Pusteria entrava un esercito napoleoniano, che vittorioso retrocedeva dalle terre dell'Austria: il generale Rusca ne guidava l'antiguardo, che il d 4 novembre s'impadron di Bruneck. Nel medesimo giorno il generale Peyri occupava Bolzano con una brigata di francesi ed italiani proveniente dall'alta Piave per la strada di Santa Marta e Sant'Udalrico, fra Bolzano e Bressanone, ed il generale Vial, partito da Trento, si avanzava di concerto colla sua colonna per la via dell'Adige lungo la strada postale, e sopra gli asprissimi monti situati a destra di San Michele, di Salorno e di Egna, attraversando orride balze e spaventevoli precipizii, in modo che alcuni de' suoi vi perdettero la vita. Potenti eserciti facevansi ad insanguinare il desolato Tirolo, e congruenti fatti tenevano dietro alle orgogliose parole dei vincitori di Wagram.
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Nelle vicinanze di San Sigismondo, poco lungi da Bruneck, rannodavasi la massa dei sollevati. Quella che militava sulle sponde dell'Adige, dopo aver battuto contro la gente di Vial, indi contro quella del Peyri, che pi da vicino infestava, sparpagliavasi sui monti, che cingono la citt di Bolzano. Alla chiusa di Mhlbach si trinceravano col loro centro gli armati contadini sotto il comando di Pietro Mayer, oste della Mahr. Sui monti di Spinges e Merorsen era postata la loro ala sinistra comandata da Pietro Kemmater di Schabs. L'ala destra occupava i monti di Rodenech, e le profondit del mormoreggiante torrente Rienz, sotto gli ordini del contadino Kofler di Mlland. I sollevati, che accerchiavano Bolzano, ordivano il d 5 un combattimento, all'intento di mettervi alle strette il Peyri, e d'imprigionarlo con tutta la sua brigata. Venuto il Peyri per una spia a cognizione dell'ardito disegno, mandava issofatto un messo al generale Vial, tanto per essere provveduto di munizione, quanto per avvisarlo del pericolo che gli sovrastava, soggiungendo che se un buon nervo de' suoi soldati non accorreva a porgergli un sollecito soccorso contro la moltitudine che il teneva serrato, era alla vigilia di perdere tutto, e persino s stesso. Egli ignorava l'ultimo avanzamento del general Vial, e quindi s grande in lui il concepito timore, che nella notte innanzi al giorno 6 preg il locandiere della Posta, ove era alloggiato, di ricevere una borsa di monete d'oro, perch nell'evento della sua perdita volesse inviarla a Mantova, alla di lui consorte.
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All'alba del d 6 i tirolesi calavano con forte cuore dai monti per serrare maggiormente il nemico in Bolzano. Scoraggiati i napoleoniani, s per la pochissima munizione ch'aveano, che per la triste situazione in cui si trovavano, riscontrarono alla disperata l'assalto. Per buona loro ventura la lettera del Peyri era giunta il d 5 a Salorno nelle mani di Vial. Udendo questi come l'intiera brigata stava a discrezione di un nemico da lui creduto vinto e disperso, spediva con ogni celerit in soccorso del pericolante Peyri il generale Digonet con un drappello di cavalli, e con un corpo di fanti, che a presti passi seguitavanlo alla staffa, poich l'incessante tuonare della moschetteria avvertiva che il Peyri era gi impegnato nella zuffa. Di fatto i suoi soldati cominciavano gi ad avere la peggio, ad essere molto scompigliati, molto intimoriti dalla calca che addosso loro veniva, e vicinissimi ad arrendersi. In questo estremo sopraggiungeva co' suoi Digonet, frammischiandosi furiosamente nell'azione. Ravvisando i soldati di Peyri il sopraggiunto soccorso, riprendevano vigore, e tutt'ad un tratto i vinti comparivano vincitori. I sollevati, cangiando il coraggio in timore, riascendevano i monti, rientravano ai loro focolari, ed imitando l'esempio dei cittadini di Bolzano, gi sommessi intieramente insin dai primi momenti che il general Vial fiss in Trento il suo alloggiamento, offrivano alla fine ubbidienza al governo francese, svezzandosi tutt'ad un tratto dal pensiero della patria difesa, che ormai giudicavano fallita.
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Gli apparati formidabili del nemico, l'evidente e vicino pericolo non aveano per abbastanza impressionati e ridotti alla rassegnazione i tirolesi tedeschi. I disperati consigli degli sconsigliati capi, e di coloro che colla sollevazione sottraevano i lor delitti alla spada della giustizia, o alimentavano il loro interesse colle rapine, erano tuttavia fatalmente ascoltati. Chi proponeva pi sbalestrato il partito, era miglior tirolese creduto ed applaudito; a tanta cecit l'amor della patria conduceva l'intelletto degl'infelici settentrionali. Vedevano essi che non pi si trattava di vincere o di perdere, ma di vivere o di morire; vedevano l'avvicinato sterminio, e l'affrontavano; il dar morte, o riceverla, era omai divenuto per essi tutt'uno; se la difesa non giover alla libert della patria, giover almeno, dicevano essi, a scampare una servit della morte peggiore, oppure ad acquistare il premio del mondo sempiterno. Veniamo ai fatti.
Nelle valli di Ziller e di Wintzgau s'udiva tuonare il cannone; una brigata proveniente da Salisburgo, e guidata dal generale conte Minucci, attaccava a Zell il d 6 un corpo di sollevati comandato da Giuseppe Zggele di Sarnthal, confidente di Hoffer, ed intento ad assalire da tergo una bavara colonna. Dilatavasi il combattimento in sulle alture, ove il bavaro reggimento d'infanteria Duca Carlo dava prove di un'eroica intrepidezza. In questo fatto si ravvisavano gli ultimi trionfi del valor tirolese, imperciocch i combattenti bavari venivano reiterate volte ributtati dalle furenti masse nazionali, le quali pei soccorsi di fanti e di cavalli sopraggiunti alla parte bavara il d 7, si disperdevano fra le gole di Majerhof.
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Cominciando da questo giorno sino ai 9 di mattina la colonna del generale Bekers, che, come toccammo, marciava alla volta del Brenner per congiungersi colle legioni napoleoniane gi entrate nella Pusteria, veniva molestata lungo la sua marcia dalle squadre de' sollevati, che costeggiavano la strada postale. Il general Rusca assaltava, il d 8, a forza ed a furia la chiusa di Mhlbach, dove stava adunato il nervo principale, ed il centro delle respiranti forze tirolesi. Qui sorgeva una mischia veramente accanita: ambidue le parti erano risolute di pi tosto morire, che cedere. Dubbia pendeva lunga pezza la vittoria; gl'imberciatori tirolesi con poche morti e ferite ferivano terribilmente i napoleoniani senza sbigottirsi del loro impetuoso assalto, fulminando colle carabine nelle spesse lor squadre, atterrando le file intere, difendendo bravamente la posseduta trincea, e supplendo col nazionale coraggio l, dove mancavano le forze. I napoleoniani, rimettendosi, menavano aspramente le mani in ravvisando la mortalit che di loro accadeva; davano dentro con molto furore, cercando di avvicinarsi e di venire alle strette.
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Il Rusca arrabbiava non poco nel dover ammirare in gente perduta una tanto soverchia resistenza e tanta tracotanza. Nel bollore dell'ira sua un tiro di carabina tirolese cagionavagli una leggiere ferita, e per, usando dell'occasione che gli si era mostrata, ordinava che come le artiglierie guastar dovevano da lontano, le baionette guastassero da vicino, ed avviava un distaccamento della sua colonna per una gola del monte, non osservata sufficientemente dalla parte avversaria. Per esso circondava a dritta i tirolesi, gli assaliva ad un'ora alle terga, e li costringeva a rimettersi dalla difesa. Sopraffatti in fiero modo dall'inopinata diversione, essi pigliavano la via dei monti, ed arrampicando sur essi a destra ed a stanca spartitamente, volteggiavano in altra posizione, abbandonando al nemico il difeso luogo. Entrava poscia a viva forza il Rusca coi destri e veterani soldati. Accoppiando la vendetta al furore, mandava egli il villaggio alle fiamme, unitamente agli uccisi difensori. La penna sottace le abbominevoli cose, gli effetti dell'immensa rabbia, della sfogata vendetta, le orribilit, le rapine, le uccisioni eseguite con barbari e terribili modi dalla furibonda soldatesca, aizzata dall'animo fiero e vendicativo del condottiere(11). Misurando le perdite, quella del Rusca superava di gran lunga: i morti e i feriti dell'arrischiata sua truppa ascendevano a pi centinaja; i tirolesi non ne contavano che venti circa.
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In questa stessa giornata ritornavano da Villaco i mandatari di Hoffer. Le loro preghiere furono dal vicer benignamente udite ed accolte. Persuaso egli, che i tirolesi si fossero veramente riconosciuti dei loro errori, e spaventati dalla grandezza degli apparecchi militari che il Tirolo altamente minacciavano, rispondeva il d 5 ai deputati in questi gravi accenti:
"Per mezzo dei vostri incaricati ricevetti, o deputati, il foglio che mi addrizzaste. Con piacere scorgo da quello, che, memori finalmente del proprio interesse, vi siete determinati di ristabilire la pace nella vostra patria, e di riporre ogni confidenza nella grandezza d'animo di S. M. l'imperatore dei Francesi e re d'Italia.
"Mi riuscirebbe assai doloroso, se dovessi usare la forza contro d'un popolo reso gi infelice dalla seduzione, e mi sar quindi grato, se potr notificare a S. M. l'imperatore che il Tirolo si sottomise senza spargere una goccia di sangue dei suoi abitanti.
"Solo questo debbo dirvi ancora: conoscete la mia Proclamazione? cercate dunque di corrispondere da parte vostra al contenuto della stessa, e non dubitate, che quanto vi promisi in quella, sar mantenuto. L'imperatore vi assicur del perdono, e Napoleone mantiene quel che promette.
"Ai generali dell'armata, che ho l'onor di guidare, diedi delle istruzioni in tutto conformi a quei sentimenti che esternai nel mio proclama, e che qui con piacere or vi rinnovo. Deponete l'armi nelle loro mani;  questo il patto; e vivete poi sicuri che vi tratterranno da amici, e v'accoglieranno nello stesso modo, com'io accolsi i vostri incaricati.
"Assicuratevi, o deputati, del mio pi vivo interesse al bene della vostra patria, e della mia pi ardente brama per la felicit della medesima.".
Oltracci prometteva ai due mandatari Sieberer e Donay ogni sicurezza e delle propriet e delle persone, e per arra delle sue promesse concedeva loro i passaporti per ventiquattro individui, che volessero emigrare nell'austriaco territorio, manifestando un sincero desiderio che fra i medesimi si annoverasse anche Hoffer. Il principe Eugenio procurava d'allontanare con dolce modo i capi, nella persuasione d'ottenere con ci quell'intento medesimo, che in altre occasioni fu adottato coll'assoluta misura di percuotere i capi per atterrire i seguaci. Appena ebbe Hoffer, in Sterzing, pei ritornati mandatari la clemente risposta autografa del vicer, ne fece subitamente comunicazione ai capitani delle compagnie ed ai Comuni del Tirolo, affinch fosse ovunque pubblicata e diffusa, e affaticavasi a persuadere, a raffrenare gli animi ancora ciecamente ostinati ed indomiti, e ad esortarli novellamente alla quiete. A questo fine mandava fuori da Sterzing il d 8 la seguente ammonizione:
"Fratelli! Noi non possiamo guerreggiare contro l'invincibile potenza di Napoleone. Gi abbandonati dall'Austria, non faremmo che esporci ad un'inevitabile rovina. Non mi lice comandarvi pi oltre, come non voglio garantirvi da ulteriore disgrazia od incendio.
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"Una superior possanza guida i passi di Napoleone. Le sue vittorie e gli sconvolgimenti degli Stati sono effetto di quei piani inalterabili, che form la divina provvidenza. Chi ubbidisce alla ragione non naviga contro l'insuperabil forza del torrente. Rassegniamoci dunque ai voleri del Cielo per esser ulteriormente protetti. Un amor fraterno, e la richiesta sommissione alla magnanimit dell'imperator Napoleone ci renda degni della possente sua grazia.
"Dietro sicure notizie, l'armata regia bavara si  avanzata sino a Steinach (quanto nella valle superiore nol so), l'armata imperiale francese sopra le alture di Ritten; e per la via di Pusteria con tre divisioni sino a Klausel.
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"Per quanto mi dolga il dovervi partecipare tali nuove, tanto vi ritrovo di conforto, mentre cos supplisco pure a un obbligo, al di cui disimpegno mi eccit S. A. reverendissima il vescovo principe di Bressanone. Dietro l'assicurazione del generale Rusca, le armate ci lascieranno s tosto che ci saremo sottomessi."
Una consimile esortazione indirizzata avea pure il giorno innanzi il vescovo di Bressanone a tutti i curatori d'anime della sua diocesi, eccitandoli ad adoperarsi anch'essi con amorevole zelo per calmare gli spiriti colle vere massime della religione, procurando d'estirpare i germi della distruzione, e di guidare la renitente massa verso uno stato di costante tranquillit e di stabile rassegnazione.
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Riflettendo colla mente della ragione ognuno qui poteva fondatamente credere e persuadersi, che le cose inchinassero ad un generale pacificamento; ma le disgrazie del Tirolo non erano al loro colmo ancora pervenute. Certi spiriti allungavano quanto pi potevano il determinarsi, e riaccendevano stolidissimamente la fiamma della sollevazione nell'atto che omai stava per essere spenta, perturbando senza speranza di frutto la quiete incominciata, e cagionando altri lagrimevoli avvenimenti. Alcuni per dei capi approfittandosi dei passaporti ottenuti dalla generosit del principe vicer, emigrarono dalla provincia, trasferendosi a Varadino, dove altri tirolesi s'erano ricoverati sotto l'ombra dell'austriaca protezione.
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Le due armate destinate a deprimere intieramente il valor tirolese da chi reggeva a questo tempo i destini dell'Europa, progredivano intanto il loro avanzamento, ed andavano effettuando la meditata loro unione. Nel giorno 8, cio poco stante la battaglia di Mhlbach, entrava in Bressanone il supremo generale Baraguey d'Hilliers con 8000 fanti, 800 cavalli, e 50 pezzi d'artiglieria, fiancheggiato dai generali Severoli, Barbou, Moreau (juniore), Rusca e Bertoletti. L'antiguardo della bavara armata, guadagnato il Brenner, faceva contemporaneamente una scorreria con un battaglione di fanti, e mezzo squadrone di cavalli fino a Sterzing. A d 12 le due armate afferravano l'alto vantaggio di stabilire in Bressanone il loro congiungimento, e di aprirsi la strada alla vicendevole comunicazione cotanto interessante alle militari vedute di chi le guidava.
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Il vicer, che in virt delle speranze, che alla sua stanza di Villaco aveangli fatte concipire i deputati della nazione, giudicava la spedizione del Tirolo di un sollecito e felice risultamento, ascoltava la novella di Mhlbach con ciglio assai sdegnato, di maniera che il pietoso animo suo piegava subitamente all'ira ed alla vendetta. Mutando perci le parole di bont in parole di terrore, e volendo atterrire specialmente i pertinaci autori della continuata sollevazione, emanava dal suo principale alloggiamento questo severo decreto:
"Eugenio Napoleone di Francia, Arcicancelliere di Stato dell'Impero Francese, Vicer d'Italia, Principe di Venezia, Luogotenente di S. M. l'Imperatore e Re, Comandante in capo l'armata d'Italia.
"Visti gli atti di sommissione che ci sono stati presentati dai deputati tirolesi, e da quelli che erano loro capi e comandanti;
"Visti egualmente i rapporti che ci sono stati trasmessi da tutti i generali comandanti le truppe di S. M. che occupano attualmente il Tirolo;
"Considerando che risulta dagli atti e rapporti qui sopra indicati, che su tutti i punti i veri Tirolesi, penetrati dai loro interessi e dal sentimento del loro dovere, si sono affrettati di rendersi degni del perdono che S. M. l'imperatore e re si  compiaciuto di loro promettere col trattato di Vienna, ed hanno effettivamente deposte le armi;
"Considerando ci non ostante, che se vi hanno ancora su qualche punto dei piccioli attruppamenti di armati, tali attruppamenti sono composti di briganti estranei ai Tirolesi, i quali non avevano presa parte fra loro se non col favore dei torbidi dell'insurrezione, e di cui i Tirolesi stessi domandano in oggi istantemente il pronto disarmo e l'espulsione;
"Abbiamo ordinato ed ordiniamo:
Art. 1. I generali comandanti le truppe, che sono nel Tirolo, prenderanno dal giorno d'oggi sotto la loro protezione speciale le persone e le propriet dei capi e comandanti che hanno dato esempio di sommissione a S. M. l'imperatore e re, e che vi si sono conservati fedeli.
" Art. 2. Qualunque individuo, che cinque giorni dopo la pubblicazione del presente ordine fosse trovato nel Tirolo colle armi alla mano, sar arrestato e fucilato.
Art. 3. Sar egualmente arrestato e fucilato qualunque individuo, che cinque giorni dopo la pubblicazione del presente ordine fosse convinto d'aver nascoste delle armi, dopo averne fatto uso contro le truppe di S. M. I. e R.
Art. 4. Il generale capo dello stato maggiore, ed i generali comandanti i diversi corpi di truppa che sono nel Tirolo, sono incaricati dell'esecuzione del presente ordine, che verr pubblicato ed affisso in tutte le Comuni del Tirolo.
"Dato dal nostro quartier generale del Tirolo li 12 novembre 1809.
"EUGENIO NAPOLEONE."
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Un comando urgentissimo dell'imperator Napoleone chiamava in questi giorni a Parigi tutti i di lui congiunti di sangue, e tutti i membri della famiglia imperiale, per comunicar loro, come si seppe dappoi, l'improvvisa e memoranda risoluzione risguardante la dissoluzione della sua unione con Giuseppina, e il novello maritaggio coll'arciduchessa d'Austria Maria Luigia, diretto, secondo lui, ad assicurare il futuro ben essere della Francia. Il vicer pertanto, deposto il comando delle truppe francesi ed italiane del Tirolo in mano di Baraguey d'Hilliers, partiva dalle tirolesi stanze, e per la via del Friuli giungeva il 14 novembre a Milano, dove, spacciati alcuni urgenti affari del regno, viaggiava a Parigi.
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L'ultima vittoria del nemico, l'unione delle due armate francese e bavara, e il vicereale decreto qui sopra riportato, generalizzavano finalmente un turbamento nei provinciali difensori, per cui ammutolivano. Qualche giorno dopo sorgevano essi ci non ostante nella Passiria, guidati da nuovi ed arditissimi disegni, e tirati da fresche speranze. Quivi Andrea Hoffer veniva un'altra volta allucinato dal visionario Kolb. I costui fallaci o sognati avvisi, che le ostilit si fossero rinnovellate fra l'Austria e la Francia, e che gli austriaci avanzassero dalla Carintia, associati ai raggiri ed alle incitazioni dei perversi stranieri, ed alle notizie dei mali trattamenti commessi dall'insolenza de' soldati contro i tirolesi, l'inducevano a concepire novellamente il pensiero, che pi onorevole partito fosse il perire coll'armi in mano, che darsi in piena discrezione del nemico. Allorquando Hoffer faceva questa precipitosa risoluzione, mal sentita dall'Austria, il terrore della guerra erasi gi nella Passiria novellamente risvegliato. I generali della Francia Rusca e Barbau imparavano, s come tre mesi prima a suo malgrado Lefebvre, che lo sfogo dell'ira e della vendetta  malamente usato colla gente del Tirolo: i fatti che seguono il proveranno.
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Penetrando i napoleoniani in due colonne divisi nelle due opposte estremit della Passiria, oggimai persuasi che i sollevati si fossero pacificamente restituiti ai loro focolari, e che la quiete vi fosse ristabilita, avidamente si abbandonavano alle rapine, ai saccheggi, alle esorbitanti pretese, al taglieggiare, alle ingiurie, e ad altre azioni vendicatrici, come suol fare solitamente una vincitrice soldatesca nei paesi conquistati col ferro e col sangue. Irritate le popolazioni da questo feroce procedere, anzich intimorire, levavano a gara, e al suono tremendo delle campane a martello rientravano tumultuosamente nell'orror della guerra, rinnovellando i prodigi del pristino coraggio. Genti disperate, guidate da capi anche pi disperati, facevano l'estreme prove di valore e d'inaudito eroismo. Non mai Rusca e Barbau si trovaron ridotti a s duro passo, e a fronte di s avversario furore; non mai videro davanti al loro sguardo, avvezzo alle battaglie, spesseggiare fra le proprie squadre le uccisioni e le perdite, quanto intorno alla met di novembre, nel suolo della tirolese Passiria. Nella sola azione del d 14 i loro morti e feriti sommavano intorno a 500, e intorno a 1700 i prigionieri. Rapportandosi Hoffer alle gi pubblicate sue esortazioni, con una novella dichiarazione, emanata da Sand di Passiria il d 15, manifestava agli abitanti della valle Venosta e dell'Enno, e gl'inganni avuti da uomini che considerava per intimi amici, fra cui contava il sacerdote Donay, e i motivi che prima determinaronlo ad esortare l'ubbidienza, e ad ordinare la deposizione delle armi; notificava la ripigliata sollevazione di Passiria, la rotta in questa valle cagionata il d antecedente ai nemici della patria; e a conclusione del suo dire:
"Impugnate, diceva egli, le armi, ed uscite di nuovo in campo con noi a battere un nemico, che invade tutto il nostro territorio, che spoglia le nostre case e le nostre chiese, che distrugge i conventi, che consuma ed arde le nostre campagne, che allo strazio ed al vilipendio accoppia i rubamenti e la vendetta, e che per fine in poco tempo priver il paese della sua fiorente giovent per sacrificarla nelle guerre che ha eterne colle potenze d'Europa. Combattete da valorosi, e se col valore fu liberata altra volta la patria, il valore preserveralla ancora, se massimamente sar esso congiunto all'unione, e se non vi lascierete trasportare nelle vostre determinazioni dai falsi ed erronei racconti dei macchinatori. La gente levata di Passiria e d'altre valli, m'impose questo eccitamento, ed io dovetti emanarlo per non rimaner vittima dell'ira vendicatrice per cui si  sollevata, e per cui voi stessi correreste altrimenti pericolo di essere compromessi."
Preceduti da queste parole sommovitrici che Hoffer fu costretto dalla forza a pubblicare, o pure, che altri pubblicavano in di lui nome, i sollevati fugavano dal suolo di Passiria un corpo dello scompigliato e confuso nemico, perseverando nello straziarlo, e nel fargli pagare un duro scotto dell'usata tirannia e de' commessi misfatti.
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Allargando i sollevati l'allarme nella Venosta, scacciavano in appresso i napoleoniani dal castello Tirolo, espugnavano Merano, e molte uccisioni cagionando colla spessezza de' loro tiri, il prendevano alla ricisa d'assalto, s'impadronivano di un'aquila, e spandevano poscia le loro masse fino a Terlan, e in sulle alture di Ienesien. In questo fatto il general Rusca fu tocco di nuovo da una leggiera ferita. La volubile fortuna ordiva per altro in quest'ultima posizione un grave rovescio alla nuova e cos dilatata sommossa tirolese. Fu suggerita al nemico, in queste strette ridotto, una via non solo atta al proprio scampo, ma molto propizia a prendere in ischiena una massa di sollevati. Ei mise ad esecuzione l'avuto suggerimento, e cagionolle una perdita significante. Pietro Thalguter, uno dei primarj capi che la guidava, veniva traforato da pi palle di moschetto, le quali il traboccavano a terra, facendogli veder l'ultimo de' suoi giorni.
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Lo sfogo della rabbia tirolese imperversava eziandio nella valle dell'Enno superiore. La strage, che anche in questa valle e in quella di Winschgau si oper dal d 14 sino al 23 di novembre,  stata veramente grande, inudita e tremenda. Da un lato combatteva una soldatesca dominata dall'incentivo di freschi trionfi, dallo sdegno e dalla vendetta; dall'altro una gente d'incomparabile ardire, che avea per guida la disperazione, e che era spinta da una ferocissima ira, passione che le faceva travedere la natura delle conseguenze, e la grandezza del suo precipizio. Le truppe napoleoniane, guidate ed animate da ben agguerriti capitani, penetrando inavvedutamente in certe strette anguste del Wintschgau, venivano quivi all'improvviso assalite da' tirolesi sfilati in sui torreggianti monti che le rinchiudono. Coi colpi a punto fermo tirati dalle loro carabine, con alberi recisi dalle radici e con grossi macigni che dirupavano, le disordinavano, le travagliavano, le trucidavano a segno che non solo si davano esse prigioniere, ma, veggendosi tanto soppressate gridavano eziandio piet, misericordia. Maravigliosa cosa era poi il vedere come le donne, inasprite anch'esse e mosse dall'impeto comune, contribuivano a spogliare dei loro archibugi, dei mantelli e delle giberne i prigionieri soldati. Noi stessi confermammo questo fatto colla vista di una parte disarmata del 53. reggimento di linea francese, passata il 6 dicembre da Rovereto, i cui soldati sopravvissuti alla mortalit di quelle battaglie, narraron qui per filo e per segno gli straordinari accidenti delle medesime, dichiarando ben anche, che se in mezzo alla mischia folgoreggiava nei tirolesi la rabbia e il furore, subentravano poscia nei loro animi verso i francesi e gl'italiani i sentimenti d'umanit, con cui furono largamente trattati durante la loro prigionia, e per cui queglino si meritarono la gratitudine, massimamente degli ufficiali, dei quali molti ne alberg il comandante Hoffer nella sua casa in Sand.
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Altri fatti d'armi accadevano nel medesimo intervallo in fra le strette di Landeck presso Prutz e presso Tlens. I conduttori Firler, Inbile e Bergmann, colle capitanate loro masse insegnavano col ferro e col fuoco alla colonna del general Razlovich presso Imbst, e nella valle di Patzau, che il Tirolo non era ancora vinto, che la fama non avea ancora fatto suonare nel mondo tutte le di lui vittorie, e con disperato valore cagionavale pertanto una perdita significante, facendole per tal modo pagare il fio dell'insolentire. Altrettanto accadeva, in sull'entrar di novembre, nei distretti di Hertenberg e di Ehrenberg, nella valle superiore dell'Enno. Ma qui la resistenza tirolese in sulle prime spiccata, venia soffocata dalla preponderanza dell'oste bavarese, la quale di mano in mano ch'estendeva il suo avanzamento, uccideva, incendiava, taglieggiava, demoliva fortificazioni, e commetteva molte altre cose, dettate in vero dalla pi aspra vendetta. In conseguenza di ci il generale conte Obernsdorf piantava il d 10 la sua stanza a Larmos; il maggiore Waibl occupava il d 12 Reiti coi cacciatori, e il generale Lagrange s'impadroniva di Fssen.
Per mantenere possibilmente l'ordine dei fatti negli istorici nostri ricordi, dobbiamo sospendere alcun poco il racconto sull'esito della sollevazione, che ancora ardeva nel Tirolo tedesco, e ripigliare il filo degli ultimi avvenimenti del Tirolo italiano. Dopoch la massa difenditrice avea abbandonato le trincee di Lavis, e s'era sbandata poscia dai monti che cingono Bolzano, le ciurme dei fuorusciti e disertori che il Tirolo italiano infestavano, si concentravano ed annidavano in numero di oltre a 400 nelle valli di Non e di Sole, e nelle Giudicarie. Non pi a contatto questa ciurmaglia colle masse dei veri difensori, non sapeva a qual partito appigliarsi. Nella disperata situazione lottava fra due partiti: quello cio di sottrarre la vita alla spada della punitrice giustizia, e quello di procurarsi il modo per avere il necessario alimento. Pel primo avrebbe voluto eternare la sollevazione, nel che omai svanivano le sue speranze; pel secondo continuava a molestare con militari contribuzioni i Comuni, le cui casse erano affatto esauste per le moltiplici belliche spese gi da essi anteriormente incontrate.
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Le incessanti pretese, ora di danaro, ora di vettovaglie, ora di scarpe e vestiti, erano divenute negli ultimi d'ottobre e nei primi di novembre al tutto insopportabili alla citt di Riva, nella quale fino dall'albeggiare del 31 ottobre erano entrati circa quaranta individui armati sotto l'insegna del capitano Nocher, atterrando la porta detta Montanara, e minacciando alcune case del sacco. Stanchi quei cittadini rettori di tante molestie, che ultimamente venivano date, non pi sotto colore di difendere la patria, ma colla prepotenza delle armi e della forza, ed avvertiti di soppiatto da un capitano d'una compagnia di simil gente (ravveduto, e deciso di ravviarsi a pi diritto cammino), che la disperata gente ruminava di dare il sacco ad alcune delle pi agiate famiglie, entrarono nella ferma risoluzione di dar di piglio alle armi per iscacciarla. Veggendo che un simile espediente fruttava, rinvigoriron alquanto la lor civica guardia, per salvare la citt da ogni ulteriore attentato che far quella volesse. Il bavaro commissariato generale con suo proclama de' 7 novembre manifest ai rivani la propria soddisfazione per l'adottato partito, e raccomandonne l'esempio alle altre citt e ai villaggi del Circolo all'Adige, di cui esso avea la politica reggenza. Alla vista di questa guardia i malevoli da bel principio sbandavano. Ma spinti dalla fame, o tirati da malvagio talento, o dalla disperazione, calavano di quando in quando dai vicini colli alla pianura, e ricomparivano a minacciare del sacco ora la citt, ora l'erme case campestri, che le giacciono d'intorno.
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Scontrando in quella il duro scoglio degli armati cittadini, rinculavano presto, desistendo dall'armi, e anteponevano gettarsi alla campagna, ove con meno difficolt potevano mandar ad effetto i loro disegni. Venendo anche in essa impediti da' cittadini nelle tentate rapine, la loro situazione diveniva sempre pi disperata. Tormentati da tanti travagli, minacciati, e ovunque perseguitati dalle armi vincitrici delle confederate potenze, e grandemente atterriti dagli ultimi cangiamenti, circa quattordici di essi deliberavano di darsi spontaneamente nelle mani dell'autorit politica di Riva; a cui di fatti si presentarono, colla fervente preghiera di volere intercedere loro il perdono appresso il comandante del Tirolo italiano, stanziato in Trento; al quale vennero condotti per la via di Rovereto il d 11, scortati da nove uomini della guardia sopraddetta.
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Nei giorni 12 e 13 la citt di Riva entrava in un novello trambusto: era minacciata novellamente e con maggior pericolo da una grossa masnada di tramalvagi che intorno alle sue mura erasi inopinatamente raggranellata; per la qual cosa alcune famiglie, spaventate dalla forte sua intimazione, presero tosto il partito di ricoverarsi, fino ad un nuovo ordine di cose, in Rovereto ed altrove. Tanta insolente caparbiet aspreggi oltremodo i principali possidenti e mercatanti di Riva, i quali decisero d'ingrandire e meglio assestare la loro difesa, a fine di abbattere i disperati disegni degli sciagurati. Il d 13 venne eretta una guardia di circa 500 individui, divisi in quattro compagnie. Carlo Figaroli, Giovanni Pernici, Lazzaro Temani, Francesco Meneghelli n'erano i capitani; Francesco de Lutti il comandante. Si associarono con Arco, Torbole e Nago, statuendo di prestarsi vicendevole assistenza nel caso che gli arrisicati malandrini venissero a molestare alcuno dei loro Comuni.
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Volgendo il generale Vial il suo sguardo all'italiano Tirolo, scriveva da Bolzano il 12 di questo stesso mese al colonnello Gavotti, comandante in Trento, una sua lettera, e rispetto a questa sciagurata gente diceagli in essa cos:
"Io far un movimento retrogrado sulla mia manca, e far purgare per mezzo di colonne mobili le valli di Unterthal, di Annone e di Sole sino al Tonale, quella di Rendena, le due rive inferiori di Annone e della Sarca, e le Giudicarie. Le truppe che si avanzeranno fino a Riva ritorneranno per Brentonico e Mori, e rimonteranno la riva destra dell'Adige fino a Trento. I briganti che desolano queste contrade, saranno inseguiti e sterminati. Il disarmamento si far da per tutto, e la sicurezza sar intieramente ristabilita in tutto il Tirolo italiano, e sopra tutta la frontiera del regno. Io non credo che il generale Baraguey d'Hilliers prover degli ostacoli nel fare la sua riunione colle truppe che occupano Innsbruck. Noi possiamo considerare questa spedizione come terminata. Spero che non si avr a tirare pi un colpo di fucile, se non se contro i briganti, che possono ascendere a qualche centinaio, e che non sono tirolesi, ma disertori ed assassini, rifuggitivisi da tutti i paesi, e che non osano sperare perdono."
La fama rapportatrice faceva suonare fra detta gente questo militare progetto, sicch impaurita e tremante dileguava dalla pianura, ed iva ad infestare i paesi montani.
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Giunta la met di novembre, lasciava Vial la gi sedata terra di Bolzano, e veniva a dar principio all'accennato divisamento. A quest'uopo un'ala della sua colonna valicava l'Adige per i ponti di Egna e di Salorno; ascendeva nelle Valli di Non e di Sole sotto gli ordini dei generali Peyri e Digonet. Alla sua comparsa gli armati disturbatori della tranquillit fuggivano alla dirotta, liberando dalle loro gravi molestie i paesi, nei quali veniva tosto effettuato il generale disarmamento, per cos togliere loro ad un tempo i mezzi di un'ulteriore difesa. Un altro distaccamento di due incompleti battaglioni del quarto reggimento italiano di linea partiva contemporaneamente da Rovereto coll'idea di liberare intieramente la citt di Riva e i paesi delle Giudicarie dagli anzidetti individui, che ancora o li molestavano colle minaccie, o li disastravano coi fatti. A quest'uopo comparve in Riva il 18 novembre il general Digonet. Di mano in mano che i due battaglioni avvicinavansi ai luoghi da quelli occupati e vessati, eglino scomparivano e maggiormente innalzavansi nei pi alpestri villaggi. Avvisato il comandante, che una grossa manata dei medesimi erasi annidata in Tione, commise al capitano Carrara di gire subitamente a quella volta col battaglione da lui comandato, di arrivar nel paese alla celata pria che aggiornasse, e di circuirlo in modo, che nessuno degli annidatisi potesse fuggire, procurando di tutti la prigionia. L'ordine ebbe l'appuntata esecuzione, desiderabile per un verso, ma orribile per i fatti che ne successero. Venti individui della guardia cittadina di Riva, diretti da Giovanni Cofler, servivano di guida a questa fazione.
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I napoleoniani, sotto la neve che a grosse falde cadeva, avanti l'alba del d 25 pervennero in Tione; una parte de' medesimi circond il paese, e l'altra cattur entro le case gli sciagurati, che non avendo presentita la fatale tempesta, caddero nelle mani dell'arrabbiato nemico, ad eccezione di alcuno, a cui in mezzo all'insorto trambusto riusc di scampare in sulla sommit degli scoscesi monti omai coperti di neve. Secondo la nota pubblicata in istampa il 28, sommavano a cinquantadue, contandosi fra essi ventinove disertori dei reggimenti italici, tranne cinque di reggimenti francesi; gli altri erano fuorusciti italiani, compresi otto tirolesi, un polacco e due tedeschi, macchiati s gli uni che gli altri di delitti e di atroci malvagit. Appena catturati vennero condotti a piccioli drappelli poco fuor del paese, e passati per l'armi. Il loro capitano Santoni, per volere del comandante, fu spento ultimo fra tutti. Al miserando spettacolo di quei che morivano, si accoppiava lo spettacolo lagrimevole di quelli che ancora gridavano piet, misericordia, perdono; ma le grida di piet e di misericordia non erano ascoltate, n il perdonare dipendeva da chi la sentenza doveva eseguire. Un esempio di questa ferrea natura, preceduto da alcun altro di minore importanza, produsse il terrore in tutti gli altri malvagi, che il Tirolo meridionale armatamente ancora inquietavano, i quali colla fuga sott'altro cielo ben presto si sottraevano ad una inevitabile morte. Per tal modo ebbero fine in questa regione le turbolenze e le inquietudini, e cominci a risplendere la stabile tranquillit, che venne eziandio consolidata e dalla stagione inclinante all'inverno, e dalla neve di fresco caduta in sui monti, non che dai militari presidii che nelle citt e ne' paesi conservarono per alcun tempo la vigilanza.
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Noi lasceremo intanto nella riacquistata tranquillit l'italiano Tirolo, e seguiteremo la narrazione degli avvenimenti, che disagiavano tuttavia il tedesco. Con molta maraviglia e sorpresa udiva il supremo generale Baraguey d'Hilliers i moti novelli che grandemente rumoreggiavano nella valle di Venosta, di Vintschgau e di Passiria; udiva la notizia delle sconfitte ivi sofferte da' suoi, del sangue inutilmente sparso, e delle uccisioni fatalmente avvenute. Accendevasi pertanto nell'animo suo una ferocissima ira, che ben tosto moderava col sentimento della piet, che in lui destavasi considerando, che alla nuova sommossa furono i tirolesi indotti dagli eccessi abbominevoli dei suoi soldati, e dalle fantastiche illusioni dei renitenti seminatori della zizzania, e dal sommo ardire, prodotto dalla insita e dominatrice passione, per cui essi non sapevano misurare i pericoli, che lor sovrastavano. Nel contrasto di questi sentimenti sceglieva il partito di frenare quella gente non meno ostinata che valorosa ed ardita, usando pi che il terrore la dolcezza, la momentanea condiscendenza, ed i mezzi della religione, secondando cos la natura del popolo tirolese, nella fiducia d'ottenere pi presto e con maggiore agevolezza l'intento. Con questo salutare proposito trasferiva il d 24 il suo alloggiamento a Merano, e quivi chiamava avanti di s il Padre guardiano de' Cappuccini, manifestandogli la voglia di parlare ad Hoffer, per sentire dalla di lui bocca la causa che partoriva l'ultima risoluzione dei suoi compatriotti, e qual intenzione nutrisse nell'animo rispetto all'avvenire. Contento il buon frate di giovare alla patria, recavasi qual portatore di pace nella valle di Passiria, e fattosi innanzi ad Hoffer, raccontgli a minuto l'avuta missione, e fece invito a lui ed al suo confidente Giovanni Holzknecht, in nome del generale, assicurandoli sulla data parola, che non verrebbero molestati, e consigliandoli a secondare le pacifiche e generose intenzioni del potente nemico.
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Le parole del ministro di Dio erano per verit molto efficaci al sentimento religioso di Hoffer; ma la poca fede che aveva d'affidare s stesso alle mani nemiche, congiunta alla molta influenza della moglie sua, il distolse dall'accettazione. Andovvi invece Holzknecht, accompagnato da Hoffer sino a certo punto della strada conducente a Merano. Baraguey d'Hilliers, deponendo la gravit dell'autorevole grado, accolse Holzknecht con veramente singolare bont; gli signific la pi viva riconoscenza pel buon trattamento usato dai tirolesi verso i prigionieri francesi ed italiani, ed i feriti caduti nelle loro mani: il mise a parte della sua mensa, e in tal occasione gli disse parole piene di cortesia e di facile arrendevolezza, e, magnificando il tirolese valore, procurava di persuaderlo con maturo discorso, che il valore era speso sconsigliatamente, e ora senza alcun pro; che l'ultima sommossa era stata piuttosto risoluzione da infermi, che argomento di assennati; che gli uomini ragionevoli devono mutare consiglio secondo il mutar degli eventi; che la causa dell'osservata lor religione non poteva n doveva essere assolutamente mescolata colla causa dello stato; che all'onore, all'innato amor della patria, e al dovere verso l'amato monarca avean gi esemplarmente ed esuberantemente soddisfatto; e che altro lor non restava che pensare alla salvezza della vita e delle sostanze, ed adattarsi con pronto e salutevol consiglio ai voleri della fortuna, che partorito aveva gli ultimi insuperabili avvenimenti. Holzknecht sembrava commosso dal grave e dolce favellare del generale, il quale coronava le affettuose dimostrazioni col dargli una salvaguardia per ritornare in Passiria. Egli ne riportava dettagliata la relazione all'amico Hoffer, che ansiosamente aspettava. L'interessante abboccamento spargevasi poco stante fra i sollevati; metteva negli animi un'impressione pressoch generale; slacciava fra i capi la promessa della tenace difesa, e alcuni di essi, approfittando della palesata bont di Baraguey d'Hilliers, gli si presentavano rassegnatamente, chiedendogli il passaporto per ire nell'Austria. Il sedicentesi sacerdote Roberto Markenstein di Dillingen, che fra i seguaci di Hoffer s'intruse; il sacerdote Donay suo gran confidente, si contano fra quelli. Quest'ultimo comp la sua carriera con una capitolazione da lui conchiusa nella valle Venosta, che fu in vero apportatrice del tracollo all'ultime speranze tirolesi, e lev tutt'ad un tratto dalla sua fronte quella maschera, che con astute apparenze avea per molti mesi ingannato il buon Hoffer.
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Questi ultimi accidenti cambiavano nell'occidentale Tirolo tedesco l'aspetto delle cose, e producevano alla fine di novembre nella valle di Vintschgau l'unione delle bavare truppe, che guerreggiavano nella valle superiore dell'Enno colle truppe napoleoniane, che agirono e nella stessa valle di Vintschgau, e nelle valli di Venosta e di Passiria. Qui Hoffer si accorgeva finalmente, che i capi cominciavano ad essere avvinti dal timore; qui riapriva gli occhi alla ragione, e ravvisava davvero ch'egli restava ognor pi isolato alla persecuzione dell'armi nemiche, ed abbandonato alla testa di un'impresa, in cui l'aveano negli ultimi fatti strascinato forzatamente e la folla degli affratellatisi venturieri, e gl'inganni di Kolb, e gli stessi suoi valligiani. Ridotto a questi estremi, e gi disperando delle cose della patria, volgeva il pensiero alla sicurt della persona. Terminando novembre, terminava il filo da cui pendevano le sue speranze. Ei dileguossi improvvisamente. La sua sparizione, e il luogo del suo rifugio, noto a pochi amici, che di soppiatto il provvedevano dell'alimento, divennero per alcun tempo un arcano impenetrabile e al nemico, a cui tanto interessava la di lui cattura, e agli stessi tirolesi, che anelavano la sua salvezza, e un oggetto d'universale curiosit.
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Il famoso Kolb continuava all'incontro gli intempestivi raggiri. Col mezzo di questi egli accozzava una grossa schiera di sollevati nel Circolo dell'Eisack, e riusciva il 25 novembre ad interrompere con essa la comunicazione delle truppe confederate fra Bressanone e Bolzano; per lo che il torrente dei mali, che poco prima imperversava nelle valli di Venosta, di Passiria e di Vintschgau, traboccava il furibondo suo corso in quella dell'Eisack. Quanto ne fossero adirati i comandanti nemici  facile l'immaginarlo. Quest'ultimo fatto in ispecie, dimostrante un eccesso di straordinaria tracotanza, mal udita dall'austriaco imperatore, gl'inviperiva e rendevali disumanati. Io fremo in rammemorare le orribili barbarie, ond'esso fu origine. Le truppe napoleoniane saltando fuori dagli alloggiamenti dei luoghi vicini, guidate dal generale Severoli, si scatenavano il d 6 dicembre in sulle insanguinate sponde dell'Eisack. Con furia vendicatrice urtavano alla gagliarda, e davano terribilmente di cozzo ne' sollevati, seminando il terrore e il disordine nelle sparpagliate loro squadriglie.
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Gli uni combattevano per disperazione scompigliati e sorpresi; gli altri ordinatamente per la vendetta, per la cupidit della gloria, e coll'intento di veder imminente la totale sommissione. Da prima i tirolesi piegavano, poi i pieghevoli parean superiori. Da ultimo i forti petti cedevano al gravissimo rombo e alla tempesta del formidabile nemico. La potenza francese vinceva, e vincendo sbaragliava, e metteva in piena rotta ed in fuga la massa tirolese, avvilita e confusa. Le vincitrici colonne napoleoniane riprendevano furiosamente molti villaggi attornianti Bressanone, e non contente del sangue e del sacco, appiccavano il fuoco alle case, spingendo di forza alcuni abitanti ad essere vittime delle fiamme divoratrici. Questo furibondo e barbaro procedere del nemico, la saputa fuga di Hoffer e di molti altri capi, scuotevano finalmente l'animo dell'inesorabile Kolb, che non avendo pi occasione di confidare nei suoi visionari rimedii, e veggendo che il resistere alla piena era cosa impossibile, pens alla fine di imitare l'esempio de' suoi colleghi, ed afferrando fra gli stenti e la fatica con alcuni suoi seguaci la via dei carintiani monti, salvo con essi metteva piede fortunatamente in Vienna.
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Mentre nelle terre di Bressanone si rappresentava questa tragica scena, un nuovo romore di guerra si svegliava per le stesse cause nella Pusteria, inconsideratrice anch'essa dell'inevitabile pericolo a cui si esponeva. Giuntone l'avviso al generale superiore Baraguey d'Hilliers, commetteva senza esitazione ai generali Broussiers e Moreau l'impresa di frenarla colle truppe al loro governo affidate. Egli disponeva, minacciava e puniva, per intentare il generale pacificamento, conservando le sue stanze nel Tirolo meridionale alla testa di un'armata napoleoniana; e Drouet comandava l'armata bavarese, e ristabiliva l'ordine e la calma nel Tirolo settentrionale. Le sorti del Tirolo dipendevano adunque a questi giorni dal potere di questi due valenti capitani della Francia. Drouet, ottenuto pel primo l'intento, occupavasi in aver nelle mani i principali capi, a fine di rassodare la ricuperata tranquillit, e togliere le cause che potrebbono ulteriormente frastornarla. Per di lui consentimento il bavaro generale Deroy, stanziato in Hall presso Innsbruck, con una grida del d 9 dicembre assegnava una taglia di duecento fiorini a chi avesse consegnato al comando militare alcuno dei due sacerdoti Sciardo Haser, curato di Strass, e Benedetto Haas, perch, secondo la grida diceva, erravano tuttavia predicando l'allarme in alcuni luoghi, e segnatamente nella valle di Wintschgau; ma per felice loro ventura fuggirono destramente il pericolo delle nemiche investigazioni, e pervennero a salvamento sull'austriaco territorio. Speckbacker, che dur nella difesa entro la valle dell'Enno inferiore fino agli estremi, e sintanto che avea difensori da guidare, fu molto perseguitato dalla forza indagatrice, e riusc a salvar la sua vita in una maniera veramente prodigiosa. La medesima sorte spunt il cappuccino Haspingher, il quale, allorch non metteva pi in forse che la patria era prossima alla sua caduta, e che ogni mezzo da difenderla tornava frustraneo e inammissibile dalla ragione, ricoverossi nella Svizzera.
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Alla dolce moderazione saggiamente usata da Baraguey d'Hilliers deesi attribuire il sedamento delle ultime turbolenze delle valli di Venosta, di Vintschgau e di Passiria. Laonde se biasimato l'abbiamo nel capitolo terzo di queste Memorie, la verit e la riconoscenza esigono che sia tramandata ai futuri la lode meritamente dovuta alla sua posteriore condotta, correggitrice del fallo, e d'esemplare avvertimento a quei capitani che devono combattere sollevate popolazioni. Se cos avessero agito prima Lefebvre, e qualche bavaro comandante, e poscia Rusca e Broussiers, quanto sangue non avrebbero essi risparmiato nel Tirolo alle guerreggiantivi armate della Francia e della Baviera? Quante vittime, quante stragi e quanti danni non avrebbero evitato a questa infelice provincia? Seguendo il savio generale il consiglio adottato nelle menzionate tre valli, volgevasi novellamente ai tirolesi, e con un suo proclama cos loro, rispetto agli ultimi movimenti, alquanto sdegnato parlava:
"Tirolesi!
"Entrando nel vostro paese coll'armata francese, io vi ho trovati sotto le armi; io ho creduto che voi foste traviati, ma non colpevoli, e che per farle cadere dalle vostre mani avesse bastato mostrarvi il trattato di pace, ed il generoso perdono che fu a vostro favore stipulato. Penetrato dalla magnanima generosit dell'imperatore mio sovrano io ho spinta l'indulgenza fino all'ultimo grado. Io ho vinto, ma senza castigare la resistenza che alcuni di voi hanno fatta a Mhlbach e a Merano, e quei francesi stessi che voi avete voluto torre di vita, tranquilli nei vostri villaggi hanno rispettato le vostre donne e le vostre propriet. Il Pusterthal, il Wintschgau, il Passeir, che hanno mostrato maggior accanimento ed ostinatezza, somministrano un grand'esempio della moderazione francese; ma nel mentre che io riposava sui giuramenti di quelli tra voi che avevano i primi sentiti gli effetti della clemenza, io sono stato ingannato.
"Alcuni assassini, che paventano la pace, perch'essi non hanno altra speranza che nella guerra, che non avendo nessun asilo non hanno nulla a perdere, e si compiacciono delle disgrazie delle quali sono essi la cagione, hanno di bel nuovo sollevati i contadini dei contorni di Brixen, ed irritando le loro passioni con promesse, con minacce e con imposture, sono pervenuti a far loro riprendere le armi, quantunque avessero eglino ricevuto il perdono. Costoro sono stati attaccati, vinti, dispersi, ed il fuoco ha distrutto le case di coloro ch'essi hanno trascinato nei loro delitti.
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"Tirolesi! approfittate di questo esempio terribile. Certamente per traviarvi e perdervi s'impiegheranno consimili emissarj e mezzi eguali; risparmiatemi il dolore di punirvi, e voi tutti proprietari, padri di famiglia, magistrati, ministri d'un Dio di pace e di misericordia, riunitevi contro questa ciurma di turbolenti, di disertori di tutte le nazioni, di uomini infamati d'ogni paese, e che alcuni Tirolesi non si vergognano di comandare o di seguire. Ecco quali sono i vostri veri nemici. Io non vi domando, che di rimanere tranquilli nelle vostre case. Le vostre propriet, le vostre persone, la vostra religione, le vostre leggi, i vostri usi, i vostri pregiudizi tutti saranno rispettati, ma quelli tra voi che mancassero alla fede ch'essi mi hanno giurata, saranno esterminati. Tirolesi! per il vostro bene mantenete la vostra parola, ed affidate gl'interessi della vostra patria a Dio ed all'imperatore Napoleone!
"Dal quartier generale di Bolzano, li 9 dicembre 1809.
Il Colonnello Generale Comandante Superiore le truppe Imperiali e Reali Francesi ed Italiane nel Tirolo.
"CO. Baraguey D'HILLIERS."
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A questi giorni una discordia insorta fra le autorit civili e militari, che in Trento avevano la loro sede, soqquadrava nella civile amministrazione l'ordine delle cose. Il generale Vial, che in quella citt aveva il superior comando militare, voleva avere il primato eziandio nel reggimento degli affari civili. Questo gli era contrastato da Enrico de Widder qual presidente del regio bavaro Commissariato, surrogato temporalmente al presidente conte di Welsperg. Egli adduceva, che non cederebbe le redini del governo senza ricevere un apposito comando dal re di Baviera suo signore, essendo tuttavia in forse se il Tirolo resterebbe aggregato al regno bavaro, o pur se assegnato venisse a qualche altro principe. Ambidue pertanto si affaccendavano nell'emanare ordinazioni ed editti, nei quali scorgevasi la contrastata autorit, perch in opposizione gli uni cogli altri nello scopo e nel volere. La forza tronc il sorto disordine; il generale montato sulle furie ordin minaccevolmente allo stampatore Monauni di non pi stampare alcuna cosa del presidente Widder senza il di lui beneplacito. Da tal momento in poi il civile magistrato pieg la fronte a chi in quelle circostanze poteva pi di lui, e rivolse altrove le sue ragioni.
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Questo avvenimento produceva per altro delle sinistre conseguenze nel corso de' politici affari, che tanto rovesciati erano stati dalla guerra, e difficoltava la regolarit necessaria per la somministrazione alle truppe delle vettovaglie e de' foraggi. Addimandato era dunque un sollecito rimedio, e questo apprestavalo nel Tirolo meridionale il generale Baraguey d'Hilliers. Esercitando egli pressoch quell'istesso dominio, onde fu investito nell'anno 1797 a Venezia, con un suo proclama dell'anzidetto giorno dei 9 dicembre, mandato fuori dalle sue stanze di Bolzano, comandava: che venissero erette commissioni amministrative in surrogazione a' due sospesi commissariati bavari dei Circoli dell'Adige e dell'Eisack, le quali avessero ad esercitare le medesime incombenze; che la commissione del Circolo dell'Adige fosse composta del barone Sigismondo de Moll di Villa Lagarina in presidente; di Giuseppe conte Baldovini, Antonio barone Gaudenti, Luigi de Lupis, trentini; d'Isacco barone Eccaro da Rovereto, e Jacopo Steffenelli da Trento in segretario, a cui fu poco dopo sostituito Giuseppe Lutterotti da Rovereto; e quella del Circolo dell'Eisack, di Francesco de Riccabona da Cavalese in presidente, Giuseppe Rapp, Zaller, Giesner, conte Sarentheim, e Sandler in segretario; che gli eletti pel Circolo dell'Adige dovessero unirsi a Trento, e gli eletti per Circolo dell'Eisack a Bressanone il d 20 dello stesso dicembre, per essere ivi istituiti nel rispettivo loro uffizio dai generali comandanti; che i due presidenti dovessero dargli relazione delle loro operazioni, autorizzandoli a prendere i titoli, le carte e i documenti necessari dagli archivi dei bavari commissariati, e a farsi consegnare da' medesimi le ragioni della sostenuta loro amministrazione; e finalmente che tutte le deliberazioni fossero pronunziate in collegio a pluralit di voti, e nessuna fosse valida se almeno tre commissari non vi fossero presenti. A questa inaspettata disposizione sorgeva una maraviglia universale fra le genti del Tirolo, le quali vedevano in essa una verisimiglianza del temuto cangiamento.
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Intanto entrava colla sua colonna il generale Moreau nella parte superiore della stormeggiante valle di Pusteria, e nella parte inferiore operava furiosamente Broussiers, quel feroce Broussiers che avea ancor piena la mente delle crudelt da lui commesse nella sollevazione di Napoli dell'anno 1799. In questa valle scoppiava l'orribile nembo, che ogni barlume di speranza toglieva al Tirolo: in questa valle dovevano essere agitati gli ultimi vespri tirolesi. Lo sdegno, la crudelt e lo spavento precedevano i napoleoniani battaglioni. Incredibile il furioso loro impeto, e piuttosto bestiali che inumani gli atti, che all'entrata vi commettevano. Dovunque scontravano resistenza saccheggiavano, incendiavano, opprimevano, atterravano ed uccidevano. Infelici coloro, che con qualche arma cadevano nelle loro mani! La vita, che per brevi istanti veniva loro donata, era vita peggiore della morte: pria di morire erano in mille guise martorizzati. Le cronache di Vindischmatrey ricorderanno con orrore alla posterit la giornata del 24 dicembre, in cui vi poneva piede con una furia immensa e violentissima un corpo di sei mila uomini, avente comandante il furibondo Broussiers. I sollevati, ridotti ivi a piccol numero, ed anche questo senz'ordine ed intimorito, si erano opposti virilmente; ma ben presto furono sforzati a cedere la difesa terra allo spaventevole impeto della parte avversaria, da cui con eccessivo furore erano per ogni dove perseguitati e tempestati.
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Alcuni di essi cadevano sgraziatamente armati nelle sue mani, ed a norma del sovrano decreto venivano tostamente moschettati. Inclinato l'animo di Broussiers ad aggiungere ferocia a ferocia, ordinava che i disgraziati prigionieri dell'abbottinato paese fossero condotti avanti le rispettive abitazioni, e che in tale luogo venissero passati per l'armi alla presenza dei loro congiunti, de' vicini, e per sino de' fanciulli tradotti dalla forza ad essere spettatori di quelle orribilit, acciocch imparassero in quale barbaro modo si faceva la punizione. Sfogata cos Broussiers una parte della sdegnosa sua vampa, facevasi poscia con un nervo della sua gente, omai addestrata nelle crudelt, a compiere il barbaro sfogo nella Pusteria superiore, in aiuto del generale Moreau. La rabbia dei napoleoniani eccitava la rabbia dei pusteriani, e faceva ancora suonare le armi e le grida di una forsennata vendicatrice difesa. Il furore cagionava le morti, e le morti cagionavan furore. La citt di Bruneck, capitale della pustera valle, era l'ultima spettatrice, in queste tremende giornate di distruzione e spavento, d'un orridissimo quadro, che sar eterna memoria dell'estremo sforzo a cui venne un popolo reso feroce per la ferocia altrui. Basti dire, per farsi un'idea del successo, che poche centinaia di valorosi pusteri, indotti e strascinati al terribile cimento dai tristi sommovitori, che ancora erravano per le terre della disgraziata provincia, ebbero l'arrischievolissimo ardimento di abbaruffarsi manescamente nelle cittadine contrade contro migliaia di vigoreggianti ed inferociti soldati a piedi e a cavallo. Quale carneficina ne sia avvenuta, pu di leggieri pensarlo il lettore. Intorno a cento in pochi momenti rimasero vittime delle baionette e delle spade fulminatrici. Oh la pietosa e commoventissima scena nell'osservare, al ricomparir della calma, i cittadini usciti a riconoscere o il padre, o il figlio, o il fratello, o il marito, ancora nuotanti nel proprio sangue! Le disperate strida salivano insino al cielo, e i pianti loro avrebbero impietositi persino cuori di pietra. Gli stessi nemici non potevano non compiangere l'orrido spettacolo, e commiserare il doloroso stato dei superstiti, incolpando il forsennato loro talento, se a tanto era salita la militare vendetta.
Con questo fatto gli animosi pusteri, non per difetto del proprio valore, ma per opera della forza sommergitrice, terminarono infelicemente in sul finire dell'anno quella tirolese sollevazione, che con tanta felicit, e colla maraviglia del mondo, a difesa della patria essi aveano nel loro territorio incominciata. E qui terminarono in conseguenza gli strepiti delle armi, e i mali infiniti che le medesime produssero al Tirolo, per l'intento di ritornare sotto gli auspici dell'austriaco dominio, e con ci riavere l'antica sua costituzione, e conservare, come si andava dicendo, la stretta osservanza della sua religione.
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Io non so quello che ne diranno gli uomini leggendo queste Memorie, scritte vicino alle cagioni ed ai fatti che le dettarono. Molti biasimeranno facilmente la risoluzione dei Tirolesi, popolo tanto affezionato alla Casa d'Austria, e tanto sviscerato per la sua libert; ma dalle menti non offuscate da dominanti passioni, dalle menti indagatrici del pubblico bene, dagli uomini conoscitori dell'amore di patria, e dal giudizio imparziale della posterit, ei verr certo, s'io non vo errato, onorevolmente compatito. La libert  cosa preziosa,  cosa desiderabile a tutte le nazioni; e i tirolesi levarono, e si esposero al tremendo periglio, quando potevano con fondamento promettersi il potente braccio dell'Austria, ed avevano quindi una speranza verosimile di sostenere l'impresa. La fortuna non ha secondato i fervidi loro voti, perch volle stendere ancora le sue ali al francese conquistatore. Fallace consiglio dei tirolesi fu per verit quello di persistere nella difesa, quando l'Austria era gi depressa e pacificata colla Francia, o pure quando l'arciduca Giovanni fece loro sentire la voce esortatrice del virtuoso imperatore Francesco. Ma come mai, senza la forza, puossi ridurre all'ubbidienza o frenare un'armigera nazione gi afferrata dall'ira e dallo sdegno? Concludiamo, che questa non era ancor l'ora destinata dai cieli, nella quale i tirolesi dovessero tornare a quell'anelato dominio, sotto di cui vissero i loro antecessori per la lunghezza di pi secoli; e per fine che il Tirolo ha dovuto perire piuttosto per altrui cagione, che per colpa propria, piuttosto per volere della fortuna, che per mancanza di virt, piuttosto colla generale compassione, che col biasimo delle genti, e, quel che  pi, senza che diminuita si fosse la fama del suo nome, e senza che la grandezza delle immortali sue gesta venisse menomamente ecclissata, poich ad esito felice ma disonorevole egli antepose una fine infelice, ma generosa, e degna veramente di un'eterna ricordanza.
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FINE.
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APPENDICE I.(12)
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Pensieri dei tirolesi sul futuro destino della lor patria, e sulla sorte di Hoffer. Egli viene tradito, arrestato e condotto a Mantova. Suo processo e sua morte. Impressione universale. Gratitudine dell'imperatore Francesco verso la di lui famiglia, e monumento che gli erige a memoria.
Spenta nel Tirolo la guerra dell'anno 1809, i figli suoi rassegnati e sommessi reprimevano nel silenzio il sentimento della patria libert, rallentavano il bollente sdegno con religiosa rassegnazione e pazienza, e fra il timore e la speranza in sul cominciare dell'anno 1810 volgevano le menti all'avvenire. Due gravissime cose gli occupavano principalmente. L'una era quella di sapere il dominio a cui verrebbe sottoposta la tirolese provincia nel diffinitivo scompartimento che le vincitrici potenze farebbero dei territori conquistati a danno dell'Austria; l'altra riguardava il risultato delle investigazioni che praticate venivano dal nuovo Governo per l'arresto di alcuni dei principali capi della sedata sollevazione, e per quello massimamente di Hoffer. Varie e contraddicenti eran le voci sulla scomparsa e sull'asilo di quest'uomo interessante. Chi credevalo rifuggito a Vienna per chiedere l'intercessione di Francesco presso Napoleone; chi si persuadeva ch'ei si fosse furtivamente annidato nella Svizzera, e chi pensava ch'egli avesse il nascondiglio in Tirolo. Scorreva il dicembre del 1809, e parte del gennaio del 1810; continuavano incessanti le ricerche per lo suo scoprimento da parte del comando militare.
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Una piccola montana spelonca, chiamata Kellerlahn, posta nella valle di Passiria, a cinque ore da Sand, quasi sepolta dalla neve, era divenuta l'abituro d'Andrea. Quivi egli vivea solitario, colla mente aliena dai mondani romori; quivi menava i suoi giorni, ripensando alle passate vicende, dolendosi sull'infelice loro risultato, e rassegnandosi ai voleri del cielo per tutto ci che di lui accader potesse in avvenire. Un solo pensiero grandemente l'affliggeva, il pensier della moglie e dei figli, che come buon marito ed ottimo padre amava, ed oltremodo stavangli a cuore. Vild, Strobel, Laner, Illmer, Staffel, suoi amici e confidenti, sapevano il luogo del suo ritiro, e gli fornivano le pi minute notizie del corso giornaliero delle cose, delle disposizioni del comando militare, e dei movimenti eseguiti da' soldati per la scoperta e pel suo arresto. Essi eran quelli che gli recavano di soppiatto il cibo, e che introducevano nel suo casolare i messi segreti provenienti da Vienna, uno dei quali gli venne inviato, diceasi, dallo stesso imperatore Francesco, a cui grandemente interessava un uomo s sviscerato per la sua Casa. Chi esortavalo alla fuga, accennandogliene il modo, ed il luogo; e chi eccitavalo a radersi la lunga barba, che facilitava il di lui riconoscimento. Sordo alla voce degli amici ed agli eccitamenti dei messi, egli persistette irremovibilmente nella risoluzione di menare in quel monte la solinga sua vita, in un colla moglie e co' suoi figliuoli, vicino alla patria, che non volea assolutamente abbandonare.
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I soldati napoleoniani, sempre intenti a scoprirne le tracce, ivan di continuo per la pianura e pei monti, cercandolo dappertutto. Le loro indagini sarebbero forse tornate infruttuose, o pure lo scoprimento di Hoffer sarebbe forse accaduto pi tardi, cio quando l'ira vendicatrice nemica avesse sfogato i suoi primi furori, se intramezzato non si fosse il tradimento. A Donay, all'amico, al confidente, viene esso da molti principalmente attribuito. Avvertito da lui Baraguey d'Hilliers, che Staffel (da taluno chiamato Raffel) era a cognizione dell'asilo di Hoffer, che molto penava per il timore che se ne venisse al chiaro; che gli ultimi sinistri avvenimenti aveano destato nell'animo di esso Staffel un forte spavento, e che per l'avidissimo e pieghevole suo naturale s'avrebbe indotto a manifestarlo, il faceva senza pi condurre avanti di s in Bolzano. Avutolo, incominci a minacciarlo orribilmente, e poscia copr le minaccie con grandiose promesse. Ben presto egli ottenne dal pusillanime Staffel la voluta rivelazione. Un grossissimo drappello di 1500 francesi del 44. reggimento di linea con 50 gendarmi e 70 cacciatori a cavallo, guidato dal capitano Renouard, indirizzava poco dopo i presti suoi passi verso la scoscesa montagna, in cui Hoffer menava gli stentati suoi giorni. Nel tempo stesso 2000 soldati stavano in vicinanza allarmati e pronti alla difesa, se mai il popolo facesse qualche moto a sollievo del tirolese comandante, e tutto il resto della soldatesca avea l'ordine di stare attento se dato venisse il segno dell'allarme generale. In fra le tenebre della notte, che segue al d 27(13) gennaio, gli assalitori di Hoffer, guidati dal medesimo Staffel, arrampicavano il monte stritolando il ghiaccio, squagliando sotto i lor piedi la neve, e tremando pel freddo; all'appressarsi dell'aurora del giorno 28 afferravano la sommit, e divisi in alcune quadriglie attorniavano la di lui abitazione rallentando viemmaggiormente il romore. Il menzionato capitano s'appressa al tugurio, in cui Hoffer giaceva coll'amata consorte, col figlio Giovanni, e con un giovane scrivano, certo Dninger, che con ardente entusiasmo avea ovunque seguito la di lui fortuna.
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Il capitano picchia. Hoffer si scuote, ondeggia in sulle prime fra molti pensieri, indi fra i gemiti de' suoi apre la porta. L'aprire, il ravvisare la gente armata, l'intimargli l'arresto, l'assalirlo ed afferrarlo furono tutt'uno. Con animo imperturbato e sereno: Se cercate, ei dice, Andrea Hoffer, son io. Fate pure di me ci che pi vi piace, o soldati, ma rispettate, soggiunse con voce pi sommessa e pi commovente, l'innocenza della moglie e de' figli. I soldati, pronti all'avuto comando, senz'altro dire, caricano e stringono di catene il disgraziato Andrea, e legato, non che maltrattato, il conducono seco, unitamente alla moglie, all'impubere figliuolo e al giovane secretario. Il convoglio che lo scorta discende il passiriano monte, e verso la vicina citt di Merano volge il cammino. Viaggia Hoffer in mezzo a lunghe file di soldati, ammirato da tutti, compianto dagli amici e dai compatrioti, che sulla strada per cui passava ovunque si affacciano. I soldati tripudiano e fanno gazzarra; i tirolesi piangono, guardano dolenti il pi illustre difensore della patria, e sentono nelle loro viscere una profonda commozione. Hoffer, con aspetto ridente anzi che no, ma che ben lascia intravedere le tracce del patimento, osserva taciturno la folla che mestamente l'adocchia, incoraggisce con eroica rassegnazione l'addolorata consorte, e i piangenti amici, confortandoli tutti a sperare nei titoli, che appoggiati al proclama del Vicer, lo costituiscono innocente rispetto a quello che avvenne dopo il pubblicato generale perdono. Il vede finalmente Bolzano.
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Baraguey d'Hilliers, che con avidit l'attendeva, comanda che Hoffer venga subitamente sciolto dai ceppi, e sostenuto in una prigione decente. Quivi egli  visitato da molti uffiziali napoleoniani, in riconoscenza dell'umanit da lui usata coi prigionieri francesi ed italiani; anzi uno di essi gli presenta in ricordo una tabacchiera, ed altri il provvedono di ristoranti vivande. La desolata moglie  posta in libert insieme al singhiozzante figliuolo; e viene rimandata in Passiria. Qual dolorosa scena abbia offerto la loro separazione,  facile immaginare. Non pot Hoffer nascondere le lagrime dell'acerbo suo dolore ai singulti, ai gemiti inconsolabili della moglie e del tenero figlio. Il d 1 di febbraio, due ore dopo il meriggio, arriva a Rovereto, procedente da Trento in una carrozza, scortato da una compagnia di soldati francesi. Quivi, per concerto preso dal Podest col comandante militare, ebbe stanza nel cittadino palazzo presso il bargello; desin e cen di buona voglia, e senza manifestare il minimo turbamento. Fra il d mand a chiamare il pellicciaio Gaspare Padovani, da lui conosciuto alle fiere di Bolzano, e il preg d'un paio di guanti, che tostamente si ebbe. Nel seguente mattino la scorta medesima il tradusse ad Ala(14), e poscia di stazione in stazione a Mantova, luogo destinatogli invece di Milano con un posteriore decreto. La curiosit di vedere il prode tirolese si manifesta non men nel Tirolo tedesco ed italiano, che nei paesi del regno d'Italia. Le genti corrono in folla dovunque egli passa, e se grande  stata la maraviglia nell'udire le gloriose sue gesta, altrettanto grande ed universale diviene la compassione per la prigionia di un uomo tanto pietoso in verso la patria, cui altro non restava che un chiaro nome, ed un'avversa fortuna.  per trattato come un graduato prigioniero di stato.
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Il francese generale Drouet, comandante nel Tirolo tedesco, annunzia pubblicamente il 31 gennaio dalle sue stanze d'Innsbruck l'arresto di Hoffer in questo modo:
"Andrea Hoffer, denominato Oste al Sand, e Capo-complotto della ribellione del Tirolo, che cos di sovente infranse la sua data parola, e che mai non cess di eccitare il popolo con false dicerie, venne a questi scorsi giorni preso ed arrestato con un suo correo mediante le truppe di S. M. l'imperatore dei Francesi e re d'Italia, che stanziano nel Tirolo settentrionale."
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Un consiglio di guerra  adunato in Mantova per giudicarlo. Presidente del medesimo  il generale Bisson, quello stesso Bisson che il d 13 aprile del 1809, fu nei dintorni d'Innsbruck costretto a capitolare a discrezione dei tirolesi, e a darsi prigioniero di guerra con tutta la sua colonna. S'incomincia il processo. L'esito del medesimo desta l'attenzione de' popoli, e segnatamente dei tirolesi. Hoffer  patrocinato dal giovine avvocato Basevi. Per buona ventura i suoi giudici non sono tanto ingiusti e perversi, come furon quelli che trattaron la causa del Cristo, ch'egli portava appeso al petto, e che cristianamente venerava. Le difese dell'avvocato trionfano, sotto l'ombra in ispecie del vicereale decreto dei 12 novembre 1809. Esse hanno l'efficacia di penetrare nei petti militari dei giudici; essi sbandiscono dai loro cuori il rigore precipitoso praticato durante la guerra, e fanli piegare a sentimenti di piet e di giustizia. Gi la maggioranza dell'adunato consiglio allontana l'idea della capitale condanna, e pende per un carcere a tempo; gi due giudici inclinano a liberarlo, e gi vicina era la salvezza della sua vita. La sentenza era aspettata con universale ansiet, quando una risoluzione inopinata del governo di Milano, annunziata al consiglio per mezzo del telegrafo, arresta il giudiziario processo aperto contro di Hoffer, ed ordina ch'ei sia moschettato entro 24 ore, obbliando i titoli della sua innocenza, abusando del perdono promesso dal vicer, scordando che Hoffer ha umanamente trattati i prigionieri napoleoniani, e fatti raccorre con ogni piet i feriti.
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Preparato Hoffer ad udire l'assoluzione egualmente che la condanna di morte, ascolta con eguale intrepidezza il barbaro decreto, pronunziato non gi da un tribunale di giustizia, n coll'osservanza della legge, ma dal desiderio della vendetta e dall'odio ancora bollente di un guerriero furore. Lo ascolta il mondo, e ne rimane sopraffatto e stupito. Come l'abbiano ascoltato i tirolesi,  inutile dirlo. Hoffer colla rassegnazione del vero cristiano si prepara per rendere l'anima a Dio, avendo gi pensato e disposto per la sua famiglia. A sua richiesta gli  concesso da un'apposita commissione militare in assistente spirituale Giovangiacomo Manifesti, preposito ed arciprete di San Barnaba Egli tira un velo sopra le vicende della vita, e tutti i suoi pensieri rivolge alla morte. Sorge l'aurora del d 20 di febbraio, l'ultimo di Hoffer. La soldatesca stanziata in Mantova si mette in movimento: suonano le ore undici, e i tamburi battono a raccolta. Si raduna un battaglione, in mezzo del quale viene collocato Hoffer test estratto dal carcere, e gi volge la lugubre marcia verso il bastione di Ceresa, dietro la caserma della cittadella. La virt conduce ed assoda i passi di Andrea. Al fianco del suo confessore, egli guarda con aria serena il porto in cui fra brevi istanti dev'essere trasportato dalle regioni della vita a quelle dell'eternit: la religione gli offre un ammirabile conforto. Passando dinanzi alle casematte di porta Molina, lo scoprono i tirolesi, che in esse son relegati; n'escono fuori i licenziati, si gettano a terra ginocchione possibilmente vicini, e pregando pace all'infelice loro comandante, innalzano al cielo un pianto generale, accompagnato da acutissime strida; accrescono il duolo e l'orrore, e implorarono la di lui benedizione. Ei benedice qual padre amoroso i suoi dilettissimi compagni, non senza un grave cordoglio cagionatogli da tanta loro desolazione, e chiedendo loro perdono se qualche colpa egli avesse della loro disgrazia; gl'incoraggisce a sperare, che la mano di Dio far presto tornare l'afflitto Tirolo sotto l'anelato dominio dell'indimenticato imperatore Francesco.
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Fatte queste parole, volge pietoso lo sguardo a Manifesti, e a lui consegna fra l'altre cose la sua tabacchiera d'argento, la sua bella corona, ed alcune note della banca austriaca di circa 500 fiorini, acci siano distribuiti ai suoi compatrioti. Pervenuto il convoglio al luogo del supplizio, i soldati formano un quadrato aperto nella schiena di Hoffer, che in mezzo al medesimo  posto di fronte a dodici granatieri preparati ad ucciderlo soldatescamente: abbraccia il ministro dell'altare, donagli in ricordo il suo piccolo crocifisso d'argento, e gli d l'estremo addio, mandando ad un'ora per l'ultima volta un sospiro alle tirolesi sue alpi, che la moglie e i figli raccolgono. Un tamburino gli presenta un bianco fazzoletto per bendarsi gli occhi; ei lo rifiuta, dichiarando con franca risolutezza, che la vista delle armi a lui rivolte non gli arreca timore. Gli fa cenno d'inginocchiarsi, ed Hoffer risponde, che ritto si trova innanzi al Creatore del mondo, e ritto vuol rendergli l'anima che gli ha data. Getta una moneta d'argento da carantani venti, coniata durante la sua dittatura, al caporale che gli si era avvicinato, colla raccomandazione di sparar bene; e poscia, guardando i tiratori ad alta voce prorompe: Fate fuoco. Si ode l'orribile scoppio. Al primo tiro, da cui  Hoffer colpito, lo si vede sollevare al cielo gli occhi gravi ed ottenebrati dalla morte, e piegando il suo corpo sul fianco sinistro, balzar quasi in piedi. I secondi sei colpi, seguiti colla velocit del lampo, lo stendono al suolo, e gli tolgono l'ultimo filo di vita. Il caporale appressa tosto dopo il proprio moschetto alla di lui testa, e gli vibra l'ultimo colpo, quasi avesse voluto sdebitarsi dell'avuta moneta.
Cos Hoffer finiva la vita, nell'et di circa 43 anni; 
.cos, fu rapito al Tirolo il suo valoroso campione, tanto temuto dagli avversari, tanto encomiato dalle nazioni. La sua spoglia fu portata dai granatieri in una bara coperta di nera gramaglia nella vicina chiesa di San Michele, ove venne esposta al pubblico durante il funebre officio solennemente cantato, e quindi sepolta alla presenza di gran numero di persone.
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La fama manifest subitamente la di lui morte. Udilla l'Europa, che rimase oppressa da maraviglia; udilla il Tirolo, che rest compreso da profonda mestizia; udilla la moglie, che fu colpita da un immenso ed ostinato cordoglio; udilla l'austriaco imperatore, che sent ingrandirsi il duolo delle sofferte sventure, ed aprendo il pietoso suo cuore ai sentimenti della gratitudine, decret primamente che alla superstiste famiglia del valoroso Hoffer fosse pagata una somma di trenta mila fiorini per assicurarle il futuro stato, e per indennizzarla del saccheggiamento dato dai soldati nemici alla di lui casa in Sand di Passiria. Commise nello stesso tempo la cura del figlio Giovanni all'abate Gottardo Kugelmajer, consiglier intimo di Stato. La vedova di Andrea, amando di vivere piuttosto fra le passiriane native sue rupi, in cui sino allora s'era tenuta, che di stanziarsi nell'Austria dov'era per sovrano volere chiamata colle sue figlie, non si giov degli altri beneficii, che vivendo sotto l'austriaco cielo avria potuto sperare dal cuore magnanimo di Francesco. Ma questo virtuoso monarca non obbli giammai la memoria del prode Hoffer. Stabilita la pace d'Europa, in virt della quale il Tirolo, gi ripreso nell'anno 1813 dall'armi austriache, ritorn stabilmente sotto l'antica signoria, egli assegn, col suo decreto dei 14 dicembre 1818, alla vedova d'Hoffer una pensione annuale di 500 fiorini, ed altra pensione di 200 a ciascuna delle quattro di lei figliuole, colla condizione che maritandosi dovessero esser loro pagati una volta per sempre 500 fiorini di dote; ordinando altres, che al figliuolo Giovanni fosse comperato un ragguardevole podere per suo godimento, conferendogli il grado di nobilt. Volendo poi che la memoria delle luminose azioni dell'Hoffer con un monumento perenne venisse tramandata alla posterit, fece scolpire da insigne scalpello la di lui statua, che nella chiesa di Corte, ossia dei Francescani in Innsbruck fu collocata il 5 maggio 1834 con solenne funzione, durante la quale il prelato di Wiltau recit un analogo discorso. In questa chiesa erano gi state deposte sino dell'anno 1823 le di lui ossa, trasportate da Mantova.
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Andrea Hoffer vive continuamente nelle lingue e nei petti de' suoi compatrioti; esso  rammentato con orgoglio da' suoi nazionali, e con alta maraviglia dagli stranieri; esso gi risplende negli annali della storia, e vivr nella memoria de' pi tardi nipoti; e finch la virt sar pregiata dagli uomini, ei sar citato ad esempio di quanto possano un animo forte, una singolare semplicit, ed una inalterabile fede.
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APPENDICE 2.
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Da tredici lettere inviate a Rovereto dal sacerdote Giuseppe Ferrari, la prima a Giuseppe Negri, l'altre a Iacopo dalla Costa prete di Noriglio, ho cavato i seguenti brani relativi agli ostaggi del Tirolo italiano sostenuti in Mantova, e al trattamento da esso loro avutovi dai Francesi.
(L'Editore.)
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Verona, 5 ottobre 1809..... Alle sei di mattina siamo partiti da Sacco, ed arrivati felicemente in Verona. I nostri soldati di scorta ci trattarono da amici. Appena arrivati fummo condotti al quartiere da S. E. il signor ministro della guerra Caffarelli. Non abbiam potuto esser presentati al medesimo, perch stava pranzando. Egli fece subito scrivere al comandante della Piazza per la nostra ulterior destinazione. In questa lettera veniam nominati (a dispetto della calunnia e della malevolenza) col sacro titolo di ostaggi. Quindi noi verremo trattati come gli uffiziali austriaci prigionieri di guerra. Per questa sera ci fu assegnato quartiere presso i RR. PP. Filippini, ma domani speriamo che il nostro arresto non avr altri limiti che le mura d'una citt. - Verona eccheggia di voci di pace, ma le notizie non sono ancora precise e definitive. Il nostro capitano di scorta Rondinini, romano, che or ora ritorn dal pranzo avuto presso il Ministro della guerra, ci sta raccontando ci ch'egli ha inteso dal medesimo. Lo ha assicurato che la pace  vicina, e che mille uomini, che erano destinati per partire di qua per il Tirolo, non sarebbero pi partiti a quella volta. Notizie di pace sono pur giunte da Milano dal ministro segretario di Stato Caffarelli. Si pretende che i preliminari, sottoscritti gi fin dal 7 del p. p. mese di settembre, siano stati ratificati ai 26, ma che a tal epoca mancava ancora la sottoscrizione dell'imperator Napoleone perch era assente dal luogo del congresso. Noi speriamo che il nostro esiglio sar breve, viviamo tranquilli, e ci riserviamo maggior tranquillit ed allegria quando saremo in seno alla patria.....
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Mantova, 9.... Noi siamo molto tenuti a S. E. il signor generale Saint-Ange comandante la Piazza. Egli ci viene ogni giorno a ritrovare, e jerid ha fatto sortire dal palazzo Gonzaga il Ministro della Marina per darci un quartiere migliore di quello che avevam prima. Il suddetto sig. generale comandante ci ha assicurati che la pace  certa. Non  ancor stata pubblicata solennemente, perch il Ministro segretario di Stato Vaccari ha scritta da Milano a questo Prefetto tale notizia con ordine di parteciparla bens ai dicasteri, ma di non pubblicarla solennemente fin che non giungeranno i preliminari sottoscritti. Si crede che questi verranno da Parigi, ove deve gi essere arrivato l'imperatore Napoleone, come a Milano il vicer....
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Ivi, 12..... Jerid ho ricevuta con sommo piacere la vostra dei 7... Ora siamo in ventiquattro tirolesi italiani alloggiati nel palazzo Gonzaga. Il nostro Parroco locale ci ha ottenuto permesso da questo monsignor Vicario generale di formare una cappella provvisoria nella galleria del palazzo. Abbiam collocato l'altare appi d'un gran quadro di valente pennello, rappresentante il Sacro Concilio di Trento, e di rimpetto all'immagine di S. Luigi. Trovasi fra noi il campanaro del Duomo di Trento, il quale ci fa da sacristano. Noi riceviamo moltissime pulizie dal signor generale comandante, e dai signori mantovani, ai quali siamo direttamente raccomandati..... ho avute due visite dal Padre Turrini.... Il di lui compagno di viaggio dovrebbe esser qui per goder la caccia delle foliche e delle anitre.... pregate a mio nome il sig. Giuseppe Bettini d'inchiudervi una letterina per me addrizzata a Fogolari di Verona, e ringraziatelo delle graziose esibizioni fatte fare a me ed alla mia compagnia dal suo amico Spandri di Verona. - Vi prego di far una visita per me al signor Gaetano Tacchi, di dirgli che ho ricevuto la sua pregiatissima lettera dei 7 ottobre, e che lo ringrazio moltissimo per i disturbi che gli ho dati ecc.... Il maestro Galvagni riverisce voi e gli altri suoi amici preti.
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Ivi, 23... con altra mia dei 20 corrente spedita col mezzo del sig. tenente colonnello Tracol, ch'io stesso ho veduto partire a cavallo.... Vi prego di ringraziare i signori Bridi delle loro gentili esibizioni. I loro parenti di Mantova entrano gi nel numero delle persone dalle quali riceviamo continue pulizie ed esibizioni. Rapporto all'intiera nostra libert, questo Comando della piazza ci lusinga che sar vicina; ma siamo assicurati che questa non dipende n meno dal Ministro della guerra. Ci lusinghiamo d'ottenerla al ritorno del vicer d'Italia, che non pu essere lontano. Ier l'altro siamo stati col generale a vedere il palazzo del Te. Ci restano ancora le fortificazioni di Pietole, e poi abbiamo veduto Mantova quanto ci pu interessare.... Ier l'altro i signori Fedrigotti han ricevuto un baule di mobiglie, che fu trattenuto sei giorni a Verona.... Qui non  ancor venuto ordine di cantare il Te Deum per la pace.  stata segnata solo ai 14, alle 9 di mattina, dai Ministri Compagny e Liechtenstein. Non si parla ancora del cambio delle ratifiche, n del contenuto dei preliminari.... Io credo che il Tirolo tedesco sar ora quieto. Da qui innanzi potete scrivermi direttamente a Mantova, ferma in posta.
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Ivi, 30. Ho ricevuto a dovere il bagaglio speditomi.... Non ho ricevuto che la vostra dei 24 e 26, non quella dei 23, n quella di Negri a Bridi....
Ivi, 9 Novembre.... ho ricevuto quella del 1 dell'amico Negri. La vostra adunque  stata trattenuta in qualche Uffizio, come talvolta succede.... Tutto fra credere che da un giorno all'altro verr il decreto di nostra liberazione.... Jersera ho avuto notizia certa che Andrea Hoffer ha avuto un passaporto dai francesi onde portarsi in Ungheria. Tutto dunque dee essere finito. L'altr'jeri mi fu detto a questo bureau militare, che passeranno pel Tirolo tre divisioni francesi.... Un signor trentino de' nostri ebbe avviso da Trento, che....
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Ivi, 13.... La nostra liberazione  ancora negli spazi immaginarii. L'arrivo del vicer d'Italia a Rovereto spero che ci sar utile, lusingandomi che la citt s'impegner per noi con buon esito. La stabile opinione di ripatriare da un giorno all'altro mi fece trascurare tante cose, e tra le altre quella di far venire dei reticini.... Mandatemene tre de' pi grandi e pi fini....
Ivi 16.... Jerid finalmente fu insinuata la libert ai due fratelli Fedrigotti, a Gelmini, ed all'assessore Tschiderer di Bolzano. Questo sar il preludio della nostra, e mi lusingo che la settimana ventura ci rivedremo in patria.
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Ivi, 18.... La notte dei 13 e 14, dopo che nei due giorni antecedenti era caduta molta pioggia, un forte uragano accompagnato da grandine, tuoni ec., ha schiantati in parte, ed in parte spezzati circa sessanta alberi di questa deliziosa piazza Virgiliana. Oggi finalmente abbiamo avuta l'offiziosa notizia della pace conchiusa ai 10 corrente. Verso le sei pomeridiane ritrovandoci noi alla met del lungo ponte S. Giorgio, di ritorno dalle fortificazioni che si stanno facendo alla testa del medesimo, un improvviso colpo di cannone seguito da moltissimi altri ci annunzi senza equivoci la lieta notizia. I primi cannoni che spararono ci erano di fronte; arrivati al castello abbiamo goduto lo spettacolo sui vicini bastioni. - Stamane ho avuto il piacere di discorrere alla lunga col primo aiutante di questo comandante della piazza generale Saint-Ange.  un certo Grossi piemontese, che ha studiato a Pavia all'epoca nostra, e fu due anni alunno del collegio Borromeo. Ha gettata la toga per prender la spada,  cavaliere della legion d'onore, e gode molta stima.  ritornato l'altro giorno da Comorn ove ha scortato alcuni prigionieri di stato austriaci. Al suo ritorno, sapendo che qui si trovavano degli ostaggi di Rovereto, domand se tra questi v'era qualche fu studente dell'Universit di Pavia, dicendo di conoscerne alcuni. Avuta risposta che v'era io, ha detto di conoscermi, e di conoscer pur voi ed altri. Mi disse che avea sentito a Vienna che d'ordine di Napoleone dovean esser levati in Tirolo degli ostaggi tra le persone pi possidenti e che godono la confidenza del popolo. Dovremo adunque ringraziare coloro, i quali furono la cagione che la scelta onorevole sia caduta sopra di noi... Gi da alcuni giorni siamo tutti in libert di sortire a piacere e senza scorta mediante cauzione prestata. I quattro RR. PP. Guardiani ierlaltro ebbero grazia di poter essere trasferiti in questo convento de' PP. Cappuccini sotto la responsabilit del superiore del convento. Noi riceviamo moltissime pulizie dagli ospitali mantovani. Il generale comandante poi ci tratta con una benevolenza particolare. Jerid trovandoci alla fine del nostro pranzo si  portato al nostro quartiere in carrozza con apparato di caccia in compagnia del marchese Valenti a prendere due de' miei compagni per condurli alla caccia delle anitre, foliche, girardine, ecc. Ne han ucciso sedici... Leggete questa lettera all'amico Negri... ditegli che il taglio della coda del Palmeri lo ha fatto diventar un todero brontolone di prima classe....
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Ivi, 20.... Ve la ho spedita col mezzo d'un figlio d'un certo sig. Martini di Trento che  uno della nostra compagnia. Colgo l'occasione della partenza del signor tenente colonnello Tracol per replicarvela....
Ivi, 22.... Anche quest'affare fu uno dei trascurati nelle mie lettere, per la solita lusinga di ripatriare in breve, lusinga che tutte le circostanze rendevano fondata, e spezialmente poi la promessa del generale Vial fatta ai nosti deputati civici, ecc. La liberazione parziale dei Fedrigotti, ecc. fu decretata dallo stesso generale Vial in data degli 11 corrente, ed arriv qui ai 15. Jerid s' sparsa per la citt la notizia della liberazione arrivata per ottanta individui. Tra questi  nominato il celebre Abate Parisi di Vicenza.... La signora Cosmi ha scritto a suo marito come sabato.... dovevamo esser decretati liberi. Ho nausea di pi parlare su di ci. Quest'incertezza ci rende qualche volta pesante il soggiorno in Mantova. Nulla altro abbiamo di che lagnarci; anzi ce la passiamo come se avessimo intrapreso un viaggio di diporto....
Ivi, 27. Trovandomi per via sotto una dirottissima pioggia m'incontrai in un servo del generale, il quale m'annunzi la lieta notizia della liberazione di tutti gli ostaggi.... vi prego di far sapere tal nuova alle famiglie dei nostri ostaggi compatriotti.... credo che arriver alla patria gioved sera....
Ivi, 28.... Jerid alle 11 di mattina siamo stati tutti dal generale, il quale ce la annunzi (la liberazione) in forma. Ci ha detto che d'ordine del Ministro della guerra lascieremo Mantova a piccole partite, ed ha destinato che queste siano tre. Ogni partita verr scortata fino a Verona da un aiutante, e saremo tutti presentati a quel Prefetto. Questa formalit sembra non esser altro che una giustificazione del nostro generale d'averci ben custoditi, ecc. A noi roveretani toccava la prima gita, cio oggi, come quelli che i primi siamo arrivati a Mantova; ma noi abbiamo preferito di partire pi tardi, s per poter fare con comodit le visite di convenienza, come per godere col generale d'una caccia, cos detta a restello, di anitre e foliche gioved prossimo su questi laghi. Partiremo probabilissimamente venerd per arrivare alla patria sabbato sera.... Non mi scrivete altro a Mantova; ma.... scrivetemi.... a Verona. A rivederci, addio.... Vostro amico vero.
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FINE.
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NOTE al Testo.
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(1) Trovandosi l'autore di queste memorie nel marzo di quest'anno in Bolzano, ud tutt'ad un tratto battere a raccolta e vide unirsi circa tre mila soldati bavari, e gire a presti passi nella valle di Fiemme, dove erasi manifestato un popolare tumulto, che fu tosto calmato coll'arresto di alcuni sacerdoti e capi di famiglia, mandati a Verona per l'Adige. Giunti a Sacco, quegli abitanti, al vedere i ministri dell'altare, movevano partito per liberarli, e gi eran per eseguire il disegno; ma frappostisi alcuni che scorgevano il pericolo della patria, niente  avvenuto.
(2) Nacque il d 22 novembre 1769 in Sand di Passivia. Era di condizione oste, e fu chiamato il generale Barbon per la lunga e folta sua barba, che, secondo dicevasi, avea scommesso di portare sino al cangiamento delle politiche vicende.
(3) Questa porta fu distrutta nell'anno 1838 o in quel torno.
(4) Lo scrittore di queste memorie fu testimonio oculare a veder martorizzare in sulla piazza del Grano un sollevato tirolese dell'et da' sessanta ai settant'anni, fatto prigioniero sui colli di Rovereto nella battaglia del 24 aprile, il quale fu poscia moschettato nel vicino Borgo di San Tommaso.
(5) In questo palazzo stabil Napoleone Bonaparte il suo alloggiamento il 4 settembre 1796, quando le truppe della repubblica francese invasero per la prima volta la citt di Rovereto.
(6) In quest'occasione una bomba pass fuor fuori la nave del Duomo: stando in sulla piazza si scorge l'appostavi iscrizione a memoria.
(7) Questo compenso effettuossi realmente nell'anno 1838 col pagare f. 5 per ogni fucile; f. 1.30 per la spada; e f. 1 per la giberna, in valuta dell'Impero.
(8) Questa promessa  stata religiosamente adempita dall'austriaco Governo, avendo i Comuni acquistato, intorno all'anno 1830, tanto il capitale, quanto i relativi frutti arretrati.
(9) I capitani Frizzi da Rovereto, e Meneghelli da Riva, per disposizione del Leiningen stabilirono colle loro compagnie l'alloggiamento in Montebaldo, e in sulle sponde del Garda.
(10) Sono venuto a notizia dei seguenti: Dompieri, Martini, Sartori, Zambaiti prete, il guardiano dei minori riformati, quello dei cappuccini, Camelli santese, da Trento; Prospero de Cosmi, Francesco Ferrari, Giandidio Galvagni maestro di disegno, Botesi guardiano de' minori riformati, Giacomoni guardiano dei cappuccini, Bartolomeo Palmeri, da Rovereto; Camillo e Giuseppe fratelli Fedrigotti, Stefano Gelmini, Sebastiano Probizer, da Sacco; Filippo conte Marzani, da Villa lagarina; Giuseppe Ziboni prete, da Ala; Pilati, conte Spaur, da Mezzotedesco; Devigili, da Mezzolombardo; Tschiderer, da Bolzano. - Vedi l'Appendice II, in fine.
(11) Il tirannico contegno usato dal generale Rusca contro i tirolesi mosse Napoleone a decretarne in appresso la dimissione. Nel 1814 entr di nuovo al servizio dell'imperatore.
(12) Quest'Appendice  a capo d'altri ricordi istorici, coi quali l'autore continuava queste Memorie sino a tutto l'anno 1816. Vi sono discorse le vicissitudini del Tirolo, specialmente italiano, sotto il governo napoleonico ed austriaco. (Nota dell'Editore)
(13) Alcuno cit erroneamente il d 19 gennaio.
(14) "I tirolesi sono d'alta e massiccia statura, di bianchissima carnagione, d'occhio cilestro e sereno, di fronte alta e aperta, dolci nel viso e nell'animo prodi. Cos era e cos vestiva eziandio quel martire della patria e della fede Andrea Hoffer, detto volgarmente dai tirolesi italiani il Barbone. Io il vidi quando, spenta gi la rivoluzione contro i Bavari, quel fellone di suo amico il diede per tradimento in mano a' Francesi, e scendea dal Tirolo alla volta di Mantova. Comandava in Ala, ov'io dimorava, un Ferru uomo atroce, e pi tiranno che soldato. Smont l'Hoffer nel cortile ove alloggiava il Ferru, circondato da grossa guardia, e salito alle camere del comandante ov'eran gi le tavole apparecchiate pel desinare, fu invitato anch'egli a sedere cogli officiali che lo scortavano. Ma essendo il venerd, e veggendo i cibi grassi arrecati, con aria dolce e cortese gentilmente scusandosi, disse che pi tardi avrebbe pranzato con un po' di cacio e pane. Indi i ghigni protervi de' francesi, e il porsi a tavola, e il diluviare gagliardamente. Quel valent'uomo recatosi a sedere vicino alla stufa, ch'era il verno grande e freddissimo, e toltosi dal collo la lunga e grossa corona, cominci a recitare a mani giunte il rosario della Madonna. La sala del pranzo rispondeva sopra una loggia, ed io con un amico, ch'era signor della casa, stavamo giovanilmente spiando e considerando quel gran prigioniero. Egli era di ancor fresca et, alto della persona e complesso, di fronte elevata, di viso lungo e scarno, con lunga barba e radi e fini capelli, che pioveano in sulle spalle. Talvolta orando alzava gli azzurri occhi al cielo in atto d'affettuosa piet, e pi spesso rivoltili a terra, tutto raccogliea il viso chinandolo in sul petto. Che altissimo contrapposto era il vedere quei crapuloni di soldati, i quali tracannando il vino si beffavan di lui, saettandolo con biechi sguardi, e alzandogli il bicchiere in faccia a maniera di brindisi!
 "Cos per certo non avea l'Hoffer operato col generale Lefebvre, allorch, mentre egli marciava entro le stretture di quelle montagne colla sua divisione, rotolati dalle somme balze grossissimi massi sopra le artiglierie e il carriaggio, tutto lo infranse, e gli tagli la ritirata. Per il che presolo con tutto l'esercito, lui colla moglie e coi capitani accolse cortesemente ai suoi quartieri, e con ogni maniera di gentile ospitalit, trattollo non come mimico, ma a guisa di signore e fratello. Pure i francesi il guiderdonarono di beffe e di perfidia. Ma la notte avvenne caso che sgoment que' scortesi, e fu testimone del suo gran animo e di sua invitta virt. Imperocch essendo posto a dormire in una camera ov'era un gran caldano di carboni accesi, l'esalazione maligna fece cadere in terra tramortita la sentinella che il guardava; e l'ufficiale che gli dormiva a lato, smarriti i sensi, era in un mortale deliquio assopito. L'Hoffer, sentendosi soffocare, gagliardo com'era, balz di letto, veduto lo svenimento dell'ufficiale, e stesa in terra boccheggiante la sentinella, in luogo di fuggire a salvamento (e i tirolesi si sarebbero recati a gran ventura il nasconderlo), usc fuori imperturbato, e and a svegliare i soldati delle altre stanze, affinch accorressero a salvare la sua guardia. E pure egli sapeva che in Italia l'aspettava la morte! Se tanta virt si fosse anticamente operata in Grecia o in Roma, avrebbe fatto maravigliare il mondo." (Tratto della lettera prima SOPRA IL TIROLO TEDESCO del P. Antonio Bresciani.)
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FINE.